Che cos’è e perché è importante visitare il Museo dell’Arte Salvata

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Arte Salvata? Ma da chi? Da cosa? Beh, te lo dico subito, senza mezzi termini: arte salvata dai ladri, dai tombaroli, dai trafficanti clandestini di opere d’arte che fanno scavare necropoli (e non solo) clandestinamente in Italia per vendere i ritrovamenti a collezionisti senza scrupoli e fino a qualche anno fa persino ai musei stranieri! L’Arte Salvata è arte che prima di tutto è stata rubata, spesso ancora prima che ne conoscessimo l’esistenza. Arte trafugata, arte quindi negata al primo fruitore, cioè noi, che siamo destinatari e proprietari del nostro Patrimonio Culturale italiano.

La lotta al traffico illecito è al centro della politica del Ministero della cultura da diversi anni. Il Nucleo Tutela Patrimonio Culturale dei Carabinieri è stato creato nel 1969 e da allora agisce per recuperare le opere trafugate illegalmente dal territorio italiano. Nel corso degli anni molte opere sono state recuperate e molti eventi pubblici, tra cui anche mostre, sono stati realizzati per sensibilizzare l’opinione pubblica su un tema così importante eppure così sottovalutato. Una mostra, per esempio, si è tenuta agli Uffizi: si intitolava La tutela Tricolore e risale al 2017; un’altra, nel 2019, esposta ai Musei Capitolini, si intitolava L’Arte ritrovata.

Dopo le mostre temporanee arriviamo alla costituzione di un vero e proprio museo, il Museo dell’Arte Salvata. Ma per meglio introdurre il museo occorre fare un passo indietro.

Il traffico illecito di beni culturali in Italia: una brevissima sintesi

In Italia c’è stata per decenni e continua purtroppo ad esserci una piaga dura da estirpare: il fenomeno dei tombaroli e dei furti d’arte e d’archeologia. Questo fenomeno ha proliferato negli anni sia perché è un mercato molto redditizio, sia perché il collezionismo di antichità è una mania che assale molte persone facoltose: così come esistono i collezionisti di arte contemporanea, che acquistano sul mercato dell’arte, esistono i collezionisti d’arte antica che, quando lo fanno in modo lecito, acquistano all’asta, quando lo fanno in modo illecito acquistano sul mercato clandestino, o addirittura commissionano furti ad hoc.

In passato, poi, c’è stato un altro elemento: i musei stranieri, in particolare statunitensi, che volendo arricchire le proprie collezioni acquistavano in maniera piuttosto spregiudicata da mercanti altrettanto spregiudicati e disposti a tutto per concludere l’affare. E intanto il nostro patrimonio culturale era alla mercé di questi traffici, indifeso.

L’Italia ha cominciato ad essere terra di conquista e di depredazione da parte dei trafficanti clandestini di opere d’arte (antica nel nostro caso) dalla Seconda Guerra Mondiale in avanti. Ma è negli anni ’70-’80 del Novecento che si struttura una vera e propria associazione a delinquere fatta dai mercanti d’ante e da un esercito di piccoli esecutori materiali, i cosiddetti tombaroli, che andavano a colpo sicuro a scavare nottetempo nelle necropoli, a Pompei e nel territorio vesuviano, a Paestum, in Puglia, in Calabria, ma anche nelle Marche, nel Lazio, nell’Umbria e in Toscana: non solo opere d’arte romana, ma anche e soprattutto opere più antiche, etrusche, sannite, italiche, magnogreche e greche, messapiche e daunie, tarantine, siceliote. Il nostro patrimonio è stato depauperato, ma non è soltanto un impoverimento a livello patrimoniale, di oggetti che ci vengono sottratti, ma una vera e propria perdita di conoscenza. Sì, perché quando un tombarolo distrugge una tomba per tirare fuori l’antico vaso, cancella per sempre ogni traccia del suo contesto di rinvenimento: dal singolo vaso non sapremo mai da quale necropoli e tomba specifica proviene, quali altri oggetti erano stati deposti insieme a quello, se era una tomba singola o familiare, eccetera eccetera. Il singolo oggetto avulso dal contesto è muto: sì, ci parla del suo stile e poco altro, ma non ci racconta la sua storia.

Il Museo dell’Arte Salvata

Tutta questa premessa per dire che a Roma, nella Sala Ottagona delle Terme di Diocleziano, è stato inaugurato nel 2022 il Museo dell’Arte Salvata. Non è un museo come tutti gli altri: piuttosto è un luogo in cui ciclicamente si alterneranno esposizioni temporanee dedicate a opere dell’arte antica recuperate proprio dai Carabinieri del Nucleo Tutela Patrimonio Culturale prima che esse tornino, o vadano per la prima volta, nei musei dai cui territori provengono.

Il tutto all’interno della suggestiva cornice della Sala Ottagona che, lo dice il nome, è una grande sala a pianta ottagonale coperta da un’ampia cupola nel cui centro si apre un oculus, come nella cupola del Pantheon. Proprio in corrispondenza dell’oculus, sul pavimento è aperta una finestra, pavimentata in vetro, che consente di vedere le strutture sottostanti, appartenenti agli edifici che esistevano qui prima della costruzione delle Terme di Diocleziano.

Il gruppo scultoreo di Orfeo e le Sirene, protagonista indiscusso dell’esposizione del Museo dell’Arte Salvata

Ma torniamo al Museo dell’Arte Salvata e alla sua collezione. Ripeto, si tratta di una collezione temporanea, per cui se stai leggendo questo post nella primavera del 2023 probabilmente l’allestimento sarà cambiato e al suo interno saranno esposte altre opere d’arte antica, di tutt’altro genere e provenienza. Tuttavia credo che sia utile raccontare anche questa esposizione temporanea, che si sta svolgendo nell’autunno2022-inverno2023, perché essa ha fatto particolarmente notizia.

Orfeo e le Sirene, vere star del Museo dell’Arte Salvata

Fulcro dell’esposizione è infatti un gruppo scultoreo in terracotta a grandezza quasi naturale, che raffigura Orfeo e due Sirene. Orfeo è il mitico cantore che secondo il mito riusciva ad ammansire animali selvatici e persino Cerbero, tanto da riuscire a scendere nell’Ade per riportare in vita la sua sposa Euridice. Quel mito purtroppo finisce male: Orfeo al termine della risalita dagli Inferi si volta prima del tempo ed Euridice viene riavvolta dalle tenebre. Nel mito di Orfeo e le Sirene, invece, Orfeo è vincitore: egli riesce infatti ad ammaliare le Sirene, a loro volta abilissime cantrici, durante il viaggio di ritorno degli Argonauti. Le Sirene, a loro volta, sono quelle stesse Sirene che cercheranno di ammaliare Ulisse nel corso dell’Odissea, e in quel caso Ulisse resisterà. Le Sirene sono mostri mitologici, ma nel mondo greco ed etrusco hanno forma ben diversa da quella con cui le conosciamo noi: per noi le Sirene hanno busto femminile e corpo di pesce, mentre nell’antichità le Sirene avevano sì parte superiore del corpo di donna, ma la parte inferiore era di uccello. E infatti nel gruppo scultoreo esposto al Museo dell’Arte Salvata esse sono raffigurate in piedi, stanti, mentre ascoltano assorte il canto di Orfeo, e non si possono non notare le lunghe zampe da uccello, che terminano in lunghi artigli adunchi. Degli uccelli hanno anche la coda. Braccia, busto e testa sono invece femminili, le braccia poste in una posizione assorta. Orfeo invece è seduto su un grosso scranno che conserva ancora tracce di dipintura.

Di questo gruppo scultoreo, unico nel suo genere, si sa molto poco se non che fu trafugato su uno scavo nel territorio di Taranto negli anni ’70 e fu acquistato dal Paul Getty Museum di Malibu, Los Angeles. Il Paul Getty Museum spesso ha acquistato con metodi non proprio cristallini reperti archeologici di pregio sul mercato antiquario. E infatti questa non è né la prima né l’ultima restituzione che fa all’Italia.

Le Sirene ammaliate dal canto di Orfeo

Il gruppo scultoreo risale al IV secolo a.C., realizzato da artisti tarantini (che erano abili maestri nella coroplastica, ovvero nella scultura in terracotta), ma non se ne conosce la destinazione: forse decorava un monumento funerario, ma di chi e in che modo non è dato sapere. Ed è un vero peccato.

Un viaggio di immagini attraverso l’Italia preromana

Se il gruppo scultoreo di Orfeo e le Sirene attira l’attenzione su di sé, sia per le dimensioni che per la sua collocazione, al centro della sala, immediatamente visibile da chi entra, gli oggetti esposti nelle vetrine che si dispongono tutto intorno non sono da meno.

Data la provenienza, e il materiale, del gruppo scultoreo, si è scelto di esporre insieme ad esso tutta una serie di reperti ceramici e fittili, cioè in terracotta, originari dell’Italia preromana. L’esposizione prende quindi il nome “Un viaggio di immagini attraverso l’Italia preromana”. L’esposizione, ovvero la serie di opere disposte nelle vetrine su base tipologica e di area di provenienza, in assenza di altri dati, ha una doppia valenza: mentre si osservano le opere, vasi più o meno grandi, più o meno antichi, decorati secondo gli stili più diversi e con i soggetti più disparati, si può leggere su un pannello tanto piccolo quanto disturbante per la sua posizione, il contesto non di rinvenimento (quello è perduto per sempre), ma di restituzione: ovvero quale indagine dei Carabinieri del Nucleo Tutela Patrimonio Culturale ha fatto sì da ottenere la restituzione da questo o quel museo, da questo o quel collezionista, i singoli reperti oggi esposti.

Anfora etrusca, VII secolo a.C. con scena di accecamento di Polifemo da parte di Ulisse

Le opere sono disposte secondo un criterio tipologico, cronologico e stilistico: questo perché in assenza di altri dati, sul sito di provenienza e sulla reale funzione, questi sono gli unici criteri cui affidarsi. Ci sono indubbiamente dei pezzi notevoli: tra le opere di VII secolo abbiamo anforette di produzione etrusco-laziale in impasto (quindi in ceramica non lavorata al tornio) graffite o incise con figure di animali fantastici e vegetali. Tra gli animali fantastici si riconosce la chimera, il grifo, il leone alato; tra le scene figurate invece è molto interessante la raffigurazione di Ulisse che acceca Polifemo: il mito, omerico, era evidentemente ben noto anche nel Tirreno del VII secolo a.C.

In questa esposizione di reperti ritornati a casa ci sono anche delle opere che non convincono del tutto gli esperti. Degli intrusi, che gettano nuova luce sulle dinamiche del mercato clandestino di antichità: nel desiderio di fare soldi facili si fa credere all’acquirente, evidentemente ignaro, che l’opera che sta acquistando a caro prezzo (e illegalmente) in realtà è un falso realizzato ad arte da artigiani esperti nella riproduzione di opere d’arte antica. Non è così facile riconoscere un’opera contraffatta o del tutto falsa e solo analisi chimiche (che hanno dei costi non indifferenti) sono in grado di dirimere la questione. Al Museo dell’Arte Salvata sono esposte per esempio delle statuette femminili in terracotta dipinta che secondo alcuni sono troppo ben conservate per essere vere. Nel dubbio sono state esposte, ma mettendo nero su bianco che non possiamo sapere se siamo davanti a degli originali oppure no. E questo è un altro problema quando si ha a che fare col mercato clandestino di opere d’arte: non possiamo sapere se siamo davanti a opere autentiche oppure no.

Statuette femminili in terracotta dipinta: originali, ridipinte o contraffatte?

L’esposizione di terrecotte e di vasi dipinti prosegue la sua corsa cronologica e stilistica passando dalle produzioni etrusco-italiche e laziali alla ceramica corinzia di importazione ed etrusco-corinzia, riconoscibile nelle olpai (brocche), decorate con serie di animali più o meno fantastici in posa araldica, ovvero di profilo, incedenti verso destra o sinistra, con grazia ed eleganza. Anche la cultura etrusca è rappresentata, sia attraverso vasi di produzione etrusca che attraverso vasi di importazione attica, cioè dalla Grecia, da Atene. E poi arriviamo in Puglia, ovvero in area apula, Taranto, ma anche Egnazia, e nel rimanere folgorati davanti a vasi funerari o piatti enormi e decoratissimi, non possiamo far altro che pensare che di queste opere non sappiamo niente di più rispetto a ciò che vediamo. E ci viene il dubbio, anche qui, che possano essere falsi. Questa consapevolezza, nuovamente, è un peccato, perché è un’occasione persa di nuova conoscenza del nostro passato.

Visitare il Museo dell’Arte Salvata: dove fare il biglietto (gratuito)

Il Museo dell’Arte Salvata è una costola del Museo delle Terme di Diocleziano. Non è provvisto di biglietteria, ma l’ingresso è gratuito, di conseguenza occorre fare il biglietto presso la biglietteria delle Terme di Diocleziano e poi venire a visitare l’Aula Ottagona e il Museo dell’Arte Salvata. Per me, è una tappa consigliatissima, non tanto per fare un’esperienza di arte antica, ma per fare una vera e propria esperienza di educazione civica, di educazione al nostro Patrimonio Culturale.

10 pensieri riguardo “Che cos’è e perché è importante visitare il Museo dell’Arte Salvata

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  1. Davvero interessante questo Museo dell’Arte Salvata, terrò d’occhio le Mostre temporanee è appena sarò a Roma andrò sicuramente, grazie per la dritta!

  2. Ho conosciuto questo museo grazie ad una puntata di Ulisse: il grande Alberto era stato qui e aveva raccontato la realtà museale ponendo l’accento sul numero incredibile di opere d’arte che ogni anno vengono recuperate dai Carabinieri. Da allora è cresciuto il desiderio in me di visitarlo e sicuramente la prossima volta che sarò a Roma non me lo farò scappare!

    1. Fai bene, è un museo importante non tanto per il valore artistico delle collezioni in sé, quanto per il fatto che svolge davvero una funzione di educazione al patrimonio.

  3. Sono felice che un luogo suggestivo come l’Aula Ottagona sia ben sfruttato per accogliere tante opere d’arte per fortuna restituite alla collettività. Devo proprio tornare a visitarla.

  4. Un progetto davvero bellissimo per recuperare e far conoscere opere trafugate o “perse” nel corso dei secoli. Da visitare sicuramente!

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