La Tuscia è un territorio magnifico, fatto di borghi suggestivi, di paesaggi straordinari, di tufo e di antico. Un territorio denso di arte, archeologia, natura. Un territorio del quale facilmente ci si innamora, anche perché estremamente variegato.
Un territorio di cui ho parlato spesso, come puoi leggere qui: https://marainainviaggio.com/2021/06/28/visitare-la-tuscia-i-borghi-piu-belli/
Siamo nel Lazio, in provincia di Viterbo. Un territorio collinare e montano abitato fin dall’antichità preromana. E qui infatti vivevano gli Etruschi (a Sutri) e i Falisci, popolazione italica che cercò di resistere ai Romani e che per qualche tempo ci riuscì fino a che, sconfitta, dovette non solo accettare il dominatore, ma anche lasciare l’antico capoluogo, Falerii Veteres, oggi Civita Castellana, per essere trasferita in una città totalmente nuova, Falerii Novi. Se ti interessa il tema, puoi ascoltare su Loquis il podcast che ho dedicato al Museo archeologico nazionale dell’Agro Falisco di Civita Castellana.
Proprio da Falerii Novi partiamo per questa passeggiata archeologico-naturalistica che ci farà fare un vero e proprio viaggio nel tempo nelle terre dei Falisci.
Andiamo a Fabrica di Roma (VT) a pochi km da Civita Castellana. Qui visitiamo dapprima la città romana di Falerii Novi, poi, dopo aver parcheggiato in fondo all’abitato di Parco Falisco, imbocchiamo l’antica via Amerina e percorriamo le necropoli falische tagliate nel tufo. Un percorso straordinario, che io e Davide, l’altra metà del blog, abbiamo amato.
Faleri Novii e la chiesa di Santa Maria in Falleri
I Romani fondano Falerii Novi in una piccola piana difesa naturalmente da rilievi tufacei e piccoli corsi d’acqua. Tuttavia le difese naturali non bastano nell’Italia romana repubblicana, per cui Falerii Novi è cinta di mura. E che mura: l’intero perimetro sopravvive ancora oggi, 2018 metri lineari realizzati in grandi blocchi di tufo in opera quadrata, animati da 50 torrette anch’esse ancora in piedi. La città ha pianta trapezoidale e vi si aprono 9 porte di cui le 4 principali poste in corrispondenza dell’entrata e dell’uscita delle due viabilità cittadine principali, il cardine e il decumano massimi.
Fin dai primi tempi, Falerii Novi prosperò grazie alla sua posizione sulla Via Amerina, un’importante strada che collegava Roma alle città dell’Umbria e al resto dell’Italia centro-settentrionale. La città romana oggi è visitabile liberamente, per quel poco che effettivamente resta in superficie: le mura, per l’appunto, l’imponente Porta di Giove e il foro, che era attraversato dal passaggio urbano della via Amerina.
La visita alla città romana di Falerii Novi si svolge a partire dalla Porta di Giove, un’imponente porta ad arco ricavata nelle mura e prospiciente la via provinciale che conduce al moderno insediamento di Parco Falisco, nel comune di Fabrica di Roma. L’arco della Porta di Giove è considerato uno dei più antichi esempi di impiego dell’arco etrusco: e siamo alla metà del III secolo a.C. La porta deve il nome alla testa maschile che sormonta l’arco, interpretata quale ritratto di Giove. Le mura sono davvero imponenti e dimostrano, con il loro essere ancora in piedi dopo 2250 anni, quanto l’opera quadrata fosse una tecnica muraria estremamente resistente.
Superata la Porta di Giove, una stradina conduce davanti a un casale privato animato da dolcissimi gatti, che sorge accanto a una chiesa romanica, la basilica di Santa Maria in Falleri, del XII secolo, ciò che rimane di un’abbazia cistercense. La chiesa, che nel nome conserva, pur storpiandolo, l’antico toponimo, sorge sulle rovine della città romana ormai abbandonata da tempo.
La chiesa di Santa Maria in Falleri è molto suggestiva. Sobria, non particolarmente illuminata. Scavi condotti negli anni ’90 hanno permesso di comprendere come la chiesa romanica si imposti sulle precedenti strutture di età romana. In particolare, il transetto della chiesa si imposta sull’antico tratto basolato della via Cimina, che costituiva il decumano massimo nel suo incrocio con una via minore orientata in senso nord-sud. Nell’isolato che si veniva a creare anticamente sorgeva una domus di età tardorepubblicana – primoimperiale: come avveniva di consueto nelle domus, gli ambienti si disponevano intorno a un atrio con impluvium. Sono emerse pavimentazioni in tessere bianche e nere a motivi geometrici databili al I secolo d.C.
Le strutture pertinenti alla strada basolata e ad alcune porzioni della domus sono state lasciate a vista sotto il pavimento della chiesa. Se solleviamo lo sguardo, invece, e guardiamo le colonne, noteremo che esse, così come i capitelli, sono di reimpiego, recuperate da qualche edificio pubblico in rovina della città romana abbandonata.
La necropoli di Cavo degli Zucchi e le tagliate falische lungo la via Amerina
A pochi km dal sito di Falerii Novi, all’estremità occidentale dell’insediamento moderno di Parco Falisco, inizia il sentiero che conduce alla via Amerina e alle necropoli falische aperte nel tufo che sulla via – e nel bosco – si affacciano.
Vi conduco ora in un luogo magico, senza tempo, dove davvero, se non fosse per i nostri vestiti e i nostri dispositivi tecnologici, non sapremmo in quale epoca ci troviamo. Quello che segue è un vero percorso che ho compiuto affidandomi alle poche informazioni – talvolta fallaci – di Google Maps, e peraltro senza l’abbigliamento adatto. Consiglio per un’esperienza del genere abbigliamento da trekking o comunque da camminata. I percorsi non sono difficili, ma ecco, non sono nemmeno l’ideale per una passeggiata della domenica col barboncino.
Lasciato l’abitato di Parco Falisco, nel comune di Fabrica di Roma, inizia uno sterrato che, dopo aver costeggiato una tenuta agraria, si inoltra in uno spazio più roccioso, dove lo sterrato moderno fa spazio al basolato antico. Finalmente poggiamo i piedi sull’antico tracciato della via Amerina e davanti a noi, alla nostra destra e alla nostra sinistra, il paesaggio cambia decisamente.
Ci troviamo catapultati nell’epoca falisca, a 2300 anni fa. Siamo, più precisamente, nella Necropoli di Cavo degli Zucchi. La via Amerina qui taglia, col suo passaggio, il banco di tufo. Sulla destra e sulla sinistra di questi banchi di tufo si aprono camere funerarie più o meno ampie, per più di una sepoltura, che ebbero chissà quale lunga vita, tanto da essere sfruttate anche in età romana. Questa necropoli dev’essere contestuale alla fondazione di Falerii Novi, nel III secolo a.C.
Proprio la via Amerina, lungo la quale la necropoli sorge, e che attraversa poi Falerii Novi, è la viabilità voluta dai Romani per collegare Veio, antico centro etrusco, il più vicino a Roma e dunque il primo ad essere sbaragliato dai Romani all’inizio del IV secolo, con Amelia – in Umbria. La necropoli di Cavo degli Zucchi – e dunque il tratto di via Amerina a vista e percorribile, è di circa 200 metri e 200 circa sono le tombe scavate nel tufo, su una tagliata e sull’altra. Si tratta di fatto della necropoli falisca più grande nota.
Dal punto di vista paesaggistico è un’esperienza veramente spettacolare: si cammina lungo una strada antica, ma ancora visibile eppure invasa dall’erba quel tanto che basta per renderla suggestiva, e da una parte e dall’altra siamo avvolti da pareti diritte di tufo nelle quali si aprono vere e proprie bocche, le porte delle camere funerarie.
Ad un certo punto il regolare sentiero segnato dal basolato e dalla tagliata si perde. Sotto di noi scorre infatti un torrente e tutta l’orografia e l’ambientazione cambia totalmente. La strada si interrompe, perché qui anticamente, era un ponte, oggi crollato, a superare il corso d’acqua. Lo incontreremo. Ci inoltriamo intanto nel bosco. E ci imbattiamo subito nelle Tombe della Regina. Sono grandi, architettoniche, invogliano a entrare, ma con quel certo non so che di inquietudine che si sente quando si esce dalla propria comfort zone per andare in un luogo al buio. E qui dentro l’acustica è magnifica, la voce, se si parla al suo interno, si sente stentorea e si propaga, grazie alle pareti tufacee che sembrano mute, ma che in realtà comunicano molto di più di quanto non si pensi.
Le Tombe della Regina sono due tombe rupestri affiancate e molto simili l’una all’altra. Dal sentiero, rimangono sulla sinistra. Si accede a un primo vestibolo piuttosto ampio, totalmente scavato nella roccia, ma che rimane piuttosto leggero, aperto. Da qui si accede a un’ampia camera interna attraverso un breve corridoio che prende luce da una caditoia che collega con la terrazza soprastante. La camera funeraria è molto spoglia, quasi grezza, mentre gli elementi decorativi si concentreano nel vestibolo: si tratta di corninci in alto e intorno alla porta che sull’architrave doveva riportare l’iscrizione funeraria, oggi scomparsa e testimoniata da scarse tracce di colore rosso.
Si passa il torrente e si distinguono le poderose strutture dell’imposta di un ponte costruito tra la fine el II e la fine del I secolo a.C., in blocchi squadrati di tufo locale. Il settore centrale del ponte, cioè il fornice e la parte superiore con i suoi parapetti e la pavimentazione della via Amerina, è crollato.
Qui il sentiero si biforca. Da una parte – anche se ammetto che non abbiamo trovato l’imbocco – si prosegue verso la cosiddetta Tagliata Falisca e la Tagliata Fantibassi; dall’altra, proseguendo lungo l’antico tracciato della via Amerina, ci si inoltra ulteriormente nel bosco, e si percorre un tratto di necropoli tagliata nel tufo noto come Necropoli di Tre Ponti. Qui si trovano infatti alcuni monumenti funerari tra i più interessanti del territorio e, a sorpresa, tutto sommato recenti, di età romana, a cavallo tra la fine del I secolo a.C. e l’inizio del I secolo d.C.; uno di essi è un vero e proprio monumento eretto lungo la via, e non scavato nella tagliata di tufo: esso è costituito da un basamento quadrangolare realizzato con grandi blocchi di tufo e peperino posti in opera a secco e uniti con grappe e perni metallici, sul quale poggiava una struttura a pianta circolare di cui rimangono i blocchi con cornice modanata. Il monumento era originariamente decorato da un fregio dorico oggi conservato al Museo dell’Agro Falisco di Civita Castellana.
Si distinguono poi due veri e propri colombari a cielo aperto, cioè camere funerarie nelle quali si aprono tante piccole nicchie che ospitavano altrettante olle con le ceneri dei defunti. E poi ci sono le tombe a camera scavate nella tagliata tufacea: una è su due livelli, una a livello della strada e l’altra al primo piano, altre rivelano una certa articolazione delle camere all’interno.
La cosa davvero divertente, e allo stesso tempo estremamente suggestiva, di tutto questo percorso, sia lungo la via Amerina nel tratto conservato della necropoli di Cava degli Zucchi, che in questo tratto nel bosco, è che le tombe, con le dovute accortezze – una torcia per esempio – sono accessibili, quindi davvero ci si può addentrare per esplorarle una per una.
Man mano che si prosegue nel cammino, la tagliata si riduce, si esce dal bosco fino ad arrivare al ponte romano che dà il nome alla località Tre Ponti. Qui si conclude il nostro itinerario, una vera e propria esplorazione che è al tempo stesso un’esperienza escursionistica, un survey archeologico e che mette quel pizzico di adrenalina perché si sta vivendo un’autentica avventura immersi nei boschi antichi della Tuscia.



















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