Città romana e poi araba, Cordoba mantiene e orgogliosamente mostra e racconta la sua anima antica. Il suo centro storico è una dedalo di viuzze che convergono verso il Guadalquivir, il grande fiume su cui la città affaccia da duemila anni circa, e verso la Mezquita, l’antica moschea, poi cattedrale, in ogni caso fulcro della vita sociale, religiosa e civile della città nel corso del medioevo e dell’età moderna.
Sono stata a Cordoba recentemente, per lavoro. E siccome si trattava di una study visit, ho potuto visitare la città anche con guide local. Inoltre, sono capitata nella settimana della Fiesta de los Patios, vero momento identitario per la città (di cui parlerò dopo). Insomma, indossate scarpe comode, perché di cose da vedere ce ne sono. Questo post non racconta un itinerario, ma illustra le cose da vedere in ordine sparso, anche perché, con la sola eccezione del sito di Medina Azahara, che dista qualche km da Cordoba e che si raggiunge in auto, il resto è tutto molto ravvicinato.
Se devo scegliere un criterio, allora, scelgo il criterio cronologico: dall’età romana all’epoca de los reyes cristianos, post XIII secolo.
Cordoba romana: el puente romano
Un lungo e monumentale ponte attraversa il Guadalquivir da parte a parte: il puente romano (ponte romano) collega le due sponde e immette in città in un punto nevralgico, quasi di intersezione tra la Mezquita e l’Alcazar de los reyes romanos.
Dalla parte opposta alla città antica si erge, a controllo del ponte, la Torre de la Calahorra, che oggi ospita il museo della città, in particolare il periodo in cui essa fu capitale del califfato di El Andaluz. Il ponte affaccia sul greto del fiume, che non è navigabile e che però è stato trasformato in un parco naturalistico percorribile che da un lato preserva la biodiversità fluviale, fatta di piante, uccelli e pesci, dall’altra preserva le installazioni realizzate dall’uomo per sfruttare il fiume, come quella bellissima noria, una ruota idraulica monumentale, che ancora si erge a poca distanza del ponte, ben visibile dal ponte e dall’argine del Guadalquivir.
Cordoba romana: il museo archeologico e il tempio romano
Il museo archeologico non si trova vicino al ponte, ma a circa un quarto d’ora di strada a piedi, e sorge, però, sui resti dell’antico teatro della città romana di Corduba. Ad ingresso gratuito per i cittadini dell’UE, il museo racconta la storia di Cordoba e del territorio dalla preistoria al medioevo caratterizzato dalla presenza islamica del califfato di El Andaluz. Una prima sezione è cronologica, parte effettivamente dalle prime testimonianze umane nel territorio e attraverso la presenza iberica e poi romana – fortemente caratterizzante – giunge fino alla dominazione araba.
Una seconda sezione del museo è tematica, e affronta vari temi quali la vita quotidiana, il culto dei morti, la religiosità, attraversando trasversalmente le tre epoche più importanti, quella cioè iberica e preromana, quella romana e, infine, quella araba.
Infine, al piano interrato, si può accedere a una porzione del teatro romano sul quale l’edificio del museo si imposta. Percorso breve, ma interessante, anche perché animato da video che in qualche modo consentono di capire che cosa stiamo vedendo.
Accanto al Museo, un bel palazzo storico ospita un’ulteriore collezione archeologica, in particolare mosaici di pregevole fattura. Da non perdere.
Il tempio romano, poco distante, in realtà si rivela una delusione: naturalmente non si conserva per intero. Quel che è peggio è che le colonne dell’elevato – e una parte del podio – sono ricostruite in anastilosi, quindi a imitazione dell’aspetto antico, ma creando di fatto una rovina finta. Io sono molto critica su questo genere di restituzioni: deformazione professionale. Ma se non siete d’accordo con me possiamo discuterne nei commenti.

Cordoba araba: la Mezquita
La più grande, monumentale, preservata moschea in terra andalusa è a Cordoba. Quasi una città nella città: quando si varca una delle porte che si apre nel grande muraglione che la chiude alla vista si accede a un mondo altro. Da fuori la Mezquita si presenta come un immenso complesso di forma rettangolare, articolato intorno a un grande chiostro, il Giardino degli Aranci (Patio de lo narajos, sullo stesso modello di Siviglia). Ma entrando dentro la moschea, che oggi è la cattedrale di Cordoba, si perde totalmente il senso dell’orientamento. Una selva di colonne (856 in totale) si estende su ogni lato, impossibile capire, lì per lì, quale sia il lato principale e la direzione da seguire, ammesso che ve ne sia una.
La verità è che la Mezquita di Cordoba è il frutto di accrescimenti continui, dall’VIII secolo fino alla reconquista spagnola dell’Andalusia ad opera di Ferdinando III di Castiglia nel 1236; ecco che diventa interessante allora scoprire i suoi vari accrescimenti.
Il primo nucleo insiste sui resti del più antico – e poi distrutto – complesso episcopale di età tardoantica (V-VII secolo): scavi archeologici condotti al di sotto della Mezquita e del suo giardino hanno permesso di individuare, tra le varie cose, un bel mosaico pavimentale di età romana; inoltre la primissima moschea reimpiega pedissequamente colonne e capitelli di età romana, provenienti dal complesso episcopale, ma anche da altri edifici romani ormai in disuso: un’appropriazione che è sia dettata da motivazioni economiche (vuoi mettere quanto si risparmia riutilizzando elementi architettonici già bell’e pronti?) che ideologiche: utilizzare elementi di un passato ormai superato, sia in termini storici che religiosi è uno strumento di propaganda notevole: lo fecero nel medioevo anche in Italia: in tante chiese romaniche sono reimpiegati capitelli romani, e il motivo è anche ideologico, perché attraverso il reimpiego si afferma la riappropriazione e la rifunzionalizzazione di oggetti altri e distanti.
La moschea poi si accresce, anche sotto il regno del califfo Abdal Rahmann III, il costruttore di Medina Azahara, e poi ancora dal figlio; e ancora e ancora. L’idea alla base è quella di creare un gigantesco palmeto di pietra, ottenuto dall’impiego delle colonne e di un doppio livello di archi nei colori bianco e rosso. All’interno di questo immenso spazio colonnato si distingue il mirhab, cioè la cappella che solitamente in una moschea indica la direzione de La Mecca, monumentalizzata da una elegante e magnifica cupola a conchiglia. Il fatto è che il mirhab della Mezquita di Cordoba non guarda a La Mecca, ma piuttosto è orientata verso Damasco, ha dato vita alla leggenda per cui l’orientamento fosse stato voluto dal califfo Abdal Rahmann III, che, aveva dovuto fuggire da Damasco per sopravvivere a una persecuzione ai danni della sua famiglia, e che voleva in questo modo ricordare la sua città natale. In realtà però non è questa la spiegazione (che resta ignota).
Il mirhab viene poi spostato e arricchito da mosaici parietali ricchissimi. Siamo nel XI secolo ed è l’ultima fase araba della moschea. Nel 1236 arrivano i Cristiani, guidati dal re cristiano Ferdinando III di Castiglia; la moschea viene trasformata in cattedrale. Non viene distrutta, ma al contrario mantenuta e ampliata ulteriormente con l’aggiunta della Cappella Reale, in quella che diviene una chiesa dedicata a Santa Maria dell’Assunzione. Infine, nel XVI secolo si registra il primo sventramento di una parte dell’antica moschea per inserire una vera e propria chiesa cattolica e barocca, il crucero. Questo intervento architettonico fu oggetto di polemiche e scontri, e solo Carlo V diede l’assenso alla sua realizzazione, salvo poi pentirsene, con una frase a lui attribuita: «Avete costruito qualcosa che si può vedere ovunque, distruggendo qualcosa che invece era unico al mondo»: niente di più vero, caro Carletto.
Cordoba araba: Medina Azahara (Madinat al-Zahara)
A pochi km da Cordoba, alle pendici della Sierra Morena, nel 936 d.C. si costruì il sogno di un califfo: una città nuova, incentrata sul palazzo reale (Alcazar), organizzata su terrazze, perfettamente pianificata. Il califfo era Abd-el-Rahmann III; la sua nuova città, magnifica e ricca di decorazioni sontuose e giardini lussureggianti, tanto da essere magnificata nei racconti degli ambasciatori dei re cristiani, però, ebbe brevissima vita: appena 80 anni, quando venne distrutta a seguito di guerre civili e quindi abbandonata; fu per secoli cava di materiali da costruzione, poi cadde nell’oblio più profondo, fino a che all’inizio del Novecento non avvenne la sua riscoperta. Da allora a Medina Azahara (Madinat al-Zahara in arabo) si scava, si restaura, si reinnalza laddove possibile.
Oggi Medina Azahara è un sito archeologico – con annesso museo – inserito nel patrimonio dell’umanità UNESCO. Per prima cosa si visita il museo – che è gratuito – nel quale sono esposti i principali ritrovamenti archeologici, decorazioni architettoniche e vasellame che illustra la cultura materiale degli abitanti della città nuova della metà del X secolo. Un auditorium è dedicato alla proiezione di un video che racconta la storia della città e i suoi edifici. Realizzato completamente in computer grafica, è un buon prodotto, anche se perfettibile: manca per esempio una contestualizzazione geografica rispetto a Cordoba, e una contestualizzazione topografica all’interno della città per collocare i singoli edifici. Inoltre manca – e manca soprattutto quando si visita il sito – un rimando tra la ricostruzione e il monumento per come si presenta oggi (ve lo spoilero: rimane veramente poco dei bellissimi e monumentali elevati).
Per raggiungere il sito archeologico corrispondente all’antico Alcazar della città (che è stata scavata solo per il 12%, corrispondente proprio all’Alcazar e a pochi altri annessi) bisogna prendere un bus, per il quale si paga un biglietto. Questo è l’unico costo richiesto: il museo e il sito archeologico infatti sono gratuiti, ma la navetta no. Il percorso è in salita e abbastanza lungo, per cui – a meno che non si voglia perdere tempo – la navetta, che passa ogni 25 minuti, è l’unica opzione. Non c’è parcheggio, infatti, all’ingresso dell’area archeologica.
Il sito sta affrontando (nel 2025) importanti lavori di ristrutturazione e sistemazione dei percorsi, pertanto non tutto è visitabile. Per esempio, la moschea al momento non è accessibile, ma solo visibile dall’alto; alcune coraggiose anastilosi (ricostruzioni) permettono di restituire l’aspetto se non dell’intero palazzo, almeno di alcuni ambienti di esso. Come dicevo prima, la città è stata enormemente spoliata, perciò le poche arcate che vediamo sono frutto di un accurato restauro, svolto sulla base degli elementi sopravvissuti e delle analogie con contemporanee architetture arabe andaluse.
Il sito è molto suggestivo. A qualcuno potrà sembrare poca roba – soprattutto se confrontata con siti come Ostia antica o Pompei, città antiche (romane, non arabe) molto ben conservate – eppure questa città da che è stata riscoperta nel 1911 sta vivendo già una seconda vita più lunga della sua prima, quella durata a malapena 80 anni intercorsa tra la sua costruzione e la sua distruzione. E a me, che sono archeologa e pure romantica, tutto ciò commuove, perché questa è l’ennesima conferma del fatto che l’archeologia può eternare siti che invece ebbero breve vita, ma che furono in ogni caso importanti. L’archeologia dona, anzi ridona memoria. Io lo trovo meraviglioso.
Per approfondire: Medina Azahara, la città che visse due volte
Alcazar de los Reyes Cristianos
Rientriamo a Cordoba. A pochi passi dalla Mezquita sorge il palazzo reale dei re cristiani che da Ferdinando III in avanti si installarono nella città un tempo capitale di El-Andaluz. Il palazzo reale non è particolarmente grande: si accede dapprima ad un grande salone nel quale sono esposti mosaici romani provenienti dall’area cittadina di Cordoba. Questi mosaici provengono dagli scavi condotti nel 1959 in una piazza importante della città, Plaza de la Corredera, sede del mercato.
Il percorso di visita lascia il salone e continua, conducendo in cima alla torre panoramica, dalla quale la vista spazia a 360° su Cordoba, dal Guadalquivir alle Scuderie, alla Mezquita e ben oltre.
Ma il bello di questo Alcazar sono i giardini, che in primavera esplodono di fiori e giochi d’acqua. Decisamente l’attrazione più interessante dell’Alcazar, mi sia concesso dirlo. Di tutti i siti di interesse di Cordoba, forse questo è sacrificabile, se si ha poco tempo a disposizione.
Patios de l’Axerquia
La Fiesta de los Patios è probabilmente l’evento primaverile più atteso di Cordoba. In questa occasione i privati abitanti del quartiere dell’Axequia aprono le porte ai visitatori per mostrare i loro patios, cioè i piccoli cortili interni su cui affacciano le case ancora di concezione araba. All’inizio di maggio la Fiesta de los Patios è l’evento più atteso: nel quartiere dell’Axerquia una serie di abitazioni private apre le porte per la visita ai patios: queste piccole corti interne, infatti, sono arredate con tutta una serie di fiori e vasi da fiore, piante esotiche e quant’altro possa incantare la vista.
Di giardino in giardino, in qualche modo entriamo nell’intimità delle famiglie del quartiere, e scopriamo il loro gusto estetico e le loro passioni botaniche. Al centro dei patios spesso c’è un pozzo; può esserci un piccolo spazio porticato; una scala solitamente porta al piano superiore. Ogni spazio è arredato con vasi di piante e fiori: si va dai variopinti gerani entro vasi bianchi e blu a piante esotiche, a fiori a me persino sconosciuti. Vince sempre la bellezza e la meraviglia, nonché il buongusto di certi arredi.
Ma non sono solo fiori. Ed entrare in questi spazi privati non è solo curiosità, ma è riconoscere un patrimonio culturale immateriale che caratterizza questa città e che è una sacca di resistenza (di resilienza, anche se non amo questa parola) contro la gentrificazione e lo svuotamento del centro storico in funzione turistica. Per capirci: i patios sono la risposta alla sempre più capillare diffusione di Airbnb.
Si coglie l’intimità del sento dell’abitare, si coglie il senso di familiarità, di comunità e di relazione che unisce le famiglie che abitano le case che affacciano sui patios. Proprio perché immateriale, questo è un patrimonio culturale mutevole, in movimento, non fossilizzato: ogni maggio nuovi fiori nascono, nuove piante sostituiscono vecchie e nuove coreografie di fiori sono concepite (anche perché chi aderisce alla Fiesta de los Patios partecipa a un concorso che eleggerà il patios più bello). Ma non solo. I patios sono veri e propri sistemi ecologici, che comportano – anche se artificialmente e in vaso – la biodiversità; non solo, ma mantengono il paesaggio storico urbano del quartiere dell’Axerquia, fatto sia di patrimonio culturale materiale, in quanto i patios discendono dalle case arabe, e immateriale (per i motivi che dicevo più sopra). Insomma, entrare in un patio è molto più che vedere un bel giardino.
A cena con Flamenco
Diversi ristoranti in città offrono la possibilità di cenare assistendo a uno spettacolo di flamenco. Lo spettacolo in genere consiste in un’esibizione corale, con un cantante, un suonatore di chitarra, un ballerino e una ballerina. Siamo portati a guardare la bravura dei ballerini, ma anche la potenza vocale del cantante non è mai da sottovalutare, anzi!
Io ho fatto la mia esperienza nel ristorante Patio de la Juderia, nel cuore del centro storico di Cordoba: il ristorante occupa un caseggiato che affaccia su un patio. Ma questa volta invece che le piante c’è un piccolo palco sul quale si esibiscono ballerini, cantante e musicista. Lo spettacolo è garantito, coinvolgente. La danza è un virtuosismo che il pubblico segue davvero a bocca aperta, dimenticando quasi di mangiare: il ritmo di gambe e tacchi diventa quasi ossessivo, in un crescendo che è sottolineato dal bel canto e dagli accordi della chitarra. Un’esperienza che va fatta, assolutamente.
Concludendo: cosa ho amato di Cordoba
Come dicevo in apertura, ho visitato Cordoba in occasione di una Study Visit all’interno del progetto europeo Green Heritage. Il progetto mira a integrare la sostenibilità nell’educazione al patrimonio culturale. Sostenibilità ambientale ed ecologica innanzitutto, ma anche educazione all’ambiente da svolgere in contesti archeologici (è il caso di Medina Azahara) e in contesti a rischio come possono essere i patios se smetteranno di resistere alla gentrificazione. Un’educazione al patrimonio che passa per l’educazione ambientale e paesaggistica, innanzitutto. Tema affascinante e di grande attualità.
Personalmente ho amato Cordoba, la preferisco a Siviglia che sì, è magnifica, ma frammentata. Cordoba invece è tutta lì, racchiusa tra strade strette e tortuose, nelle quali un taxi fa vera fatica a passare. L’ho trovata ancora autentica, ancora antica, anche se certo, l’influenza del turismo è evidente nei tanti negozi di souvenir e di oggettistica o abbigliamento che strizza l’occhio al turista. Ormai ho imparato che fa parte del gioco. L’importante, però è che Cordoba riesca a non sacrificare la propria anima. E in questo senso è importante il lavoro che conduce Casa Arabe, ente culturale spagnolo che mira a valorizzare e a far conoscere il substrato di cultura e storia araba che è fondamentale per comprendere la storia della Spagna tutta. Casa Arabe tra l’altro ha una sede aperta al pubblico che si può visitare, a pochi passi dalla mezquita.
In sostanza, Cordoba mi ha incuriosito, affascinato e conquistato. Sono molto grata di aver potuto visitarla e a mia volta la consiglio, nella costruzione di un itinerario dell’Andalusia.






















Concordo con te al cento per cento! Ho letteralmente adorato Cordoba, una città dove ancora si respira l’autentico spirito andaluso! I suoi patios fioriti sono un inno alla gioia di vivere e alla bellezza, mentre luoghi come la Mezquita o Medina Azahara, restituiscono tracce e impronte di una multiculturalità proattiva che fa riflettere. Che città … Una meraviglia ad ogni vicolo!