Mai avrei pensato, quando ho varcato la porta d’ingresso del Vasa Museet, di trovarmi davanti all’allestimento museale più bello e più completo che avessi mai visto prima. Un museo costruito letteralmente intorno al relitto di un gigantesco galeone che doveva essere la nave di punta della flotta svedese nel XVII secolo e che invece drammaticamente fece naufragio prima ancora di uscire dal porto di Stoccolma il giorno stesso del suo varo. Una storia che ricorda per certi versi quella del Titanic (la cui storia è raccontata al Seacity Museum di Southampton), ma che in realtà è forse più affascinante. E nel percorso museale è davvero scandagliata, ripercorsa, ricostruita, inseguita, dettagliata. Un percorso museale davvero completo, che risponde a qualsiasi domanda a un visitatore possa venire in mente. Tranne a una: perché non esistono altri musei così?
Il Vasa: storia di un galeone che divenne relitto troppo presto
Doveva essere il fiore all’occhiello della flotta svedese. La costruzione prima e il varo poi del Vasa fu accompagnato da una forte propaganda patriottica da parte della Corona di Svezia, retta in quel momento da re Gustavo II Adolfo. Così letteralmente tutta la città era sulle banchine del porto alla cerimonia del varo della nave, in quello sfortunato 10 agosto 1628. Nessuno poteva immaginare cosa sarebbe successo di lì a poco. Una tempesta sorprese la nave che aveva appena mollato gli ormeggi e si dirigeva verso il mare aperto dribblando l’infinità di isole del suo stretto golfo, e fu tanto forte da farla naufragare e affondare. Molti membri dell’equipaggio morirono. Oltre al grave scandalo che investì la Corona, tutto andò perduto: si organizzarono fin da subito spedizioni per recuperare almeno i cannoni, ma il relitto e molta parte della sua verità (impossibile parlare di storia) colò a picco inesorabilmente. Fino a che, nel 1951, dopo 333 anni di riposo sui fondali del mare di Stoccolma, non fu approntato un progetto mastodontico per recuperare il relitto con tutto il suo contenuto in termini di armi, utensili, arredi e corpi umani.
Il recupero è stato fatto non senza difficoltà e pericoli. Il museo espone vari plastici e modellini e racconta con dovizia di particolari tutte le delicate fasi del recupero del relitto. Relitto che da quel momento è in restauro perpetuo, e intorno al quale è stato costruito il suo hangar/museo. Relitto che è costituito al 98% dai suoi materiali (principalmente legno) originali, e in questo sta la sua unicità.
Vasa Museet: il percorso di visita
Il museo si articola su 5 piani, il più inferiore dei quali corrisponde al livello dei cantieri di restauro: e si può camminare letteralmente in adiacenza al fasciame della chiglia della nave e ai restauratori che cercano di salvare il legno – materiale deperibile – dagli attacchi di umidità, troppo caldo e quant’altro possa dare fastidio a fibre vegetali che fino a 70 anni fa stavano in mare, in equilibrio biologico con l’ambiente circostante. Il legno è materia difficile da trattare e da manutenere, soprattutto se noi archeologi abbiamo il delirio di onnipotenza di voler rendere eterni i manufatti in legno. Il legno del fasciame delle navi ha bisogno di trattamenti continui, della giusta temperatura e umidità, deve stare il più possibile in un ambiente neutro. Cosa che non è fattibile quando parliamo di un museo aperto al pubblico e molto frequentato.
Non c’è un itinerario preciso di visita, ciascuno può costruirsi il percorso come meglio crede perché le sezioni in cui è organizzato non sono mai concatenate, ma slegate tematicamente l’una dall’altra. Io però consiglio di iniziare la visita dal piano terra, dov’è raccontata la breve storia della nave e il contesto storico di riferimento. Innanzitutto, davanti ai nostri occhi, si pone il modellino – a colori e in scala 1:10 – del Vasa.
Anche se in maniera semplice, il racconto museale ci porta dentro la Storia: siamo durante la Guerra dei Trent’Anni, inziata nel 1618, che fu una guerra che infiammò buona parte dell’intera Europa. E noi seguiamo il cantiere della nave con gli occhi dei sudditi di Re Gustavo Adolfo: così dapprima gongoliamo per la favolosa nave e poi ci indigniamo per la tragica e quasi stupida fine che fece già al suo viaggio inaugurale. Durante la mia visita mi sono trovata ad alta voce a dire “Ma come caspita è stato possibile!“, incredula, quasi. La spiegazione in realtà è tanto semplice quanto agghiacciante: semplicemente, era stato caricato in maniera sbagliata, non equilibrato, il carico di zavorra che doveva contrastare il peso dei cannoni e delle palle di munizione. Ciò non avvenne, la nave uscì in mare decisamente sbilanciata e bastò un po’ di vento e qualche onda alta per farla colare a picco in pochissimo tempo.
Si parla di un processo che fu fatto nel tentativo di trovare e condannare i responsabili, ma alla fine nessuno fu inquisito o condannato. E anche questo suscitò scandalo all’epoca.
Ai piani superiori conosciamo la vita di bordo: oggetti dell’uso quotidiano, della dispensa, della cucina, della cambusa; le belle ceramiche della cabina del capitano; il calderone per il fuoco, le pentole e i piatti in ceramica dipinta; i boccali per la birra; e poi vestiti, scarpe e stivali; utensili da lavoro per le riparazioni; tutti quegli oggetti che sarebbero stati usati quotidianamente e che invece non uscirono mai dai cassetti nei quali erano stati riposti prima del varo. Al piano ancora superiore troviamo la ricostruzione di alcuni ambienti della nave e poi una sezione specifica sulle navi da guerra e sul tema, più ampio, delle battaglie navali: perché anche se il Vasa non andò mai in battaglia, era appunto dotato di una moltitudine di cannoni, di palle di cannone in proporzione, nonché di armi e armature per i soldati che si fossero mai trovati a doversi scontrare in una battaglia navale con un ipotetico nemico. Sono esposti due dei 64 cannoni di cui il Vasa era dotato, alloggiati su due carrelli a quattro ruote del peso di 300 kg. Immaginate la gioia per gli operai che li collocarono a bordo…
La sezione cui è dato maggior risalto, però, è quella che studia e commenta l’incredibile apparato iconografico che il mare ha restituito: in che senso? La poppa della nave – ricordiamolo, in legno come tutto lo scafo – era decorata con una serie di complicate figure reali e fantastiche, che attingevano sia alla mitologia classica che a quella tradizionale svedese, nonché alla tradizione biblica. Le figure erano dipinte in colori sgargianti dei quali sono state recuperate tracce su alcune delle sculture studiate, e di recuperare i pigmenti utilizzati, consentendo di capire che si trattava di un vero e proprio manifesto propagandistico e simbolico delle virtù del Re che doveva essere ben leggibile, anche da lontano. L’insieme doveva essere davvero vivace (pacchiano, se preferite).

Le figure scolpite nel legno sono varie: c’è Ercole, il soldato romano con un cane che gioca con la testa di un leone, alcuni soldati romani e 19 imperatori romani (più Augusto, probabilmente, andato però perduto), per indicare che il Re di Svezia si identificava con essi. E poi maschere, maschere di ogni sorta, grottesche, volti di animali, leoni e altre figure mostruose e apotropaiche. Ma la cosa più grande e che doveva destare meraviglia è il grande stemma reale, sostenuto da due grossi e magri leoni rampanti e ruggenti. Una sovrabbondanza di decorazioni e sculture che seguiva uno schema iconografico ben preciso: l’esaltazione della Corona di Svezia, un messaggio politico importante soprattutto vista la situazione geopolitica di quegli anni (la Svezia entrerà ufficialmente in guerra nel 1630). A completare il programma iconografico e scultoreo il grande leone allungato sulla prua della nave, come una polena, a evocare Folkunga, il leone simbolo della monarchia svedese fin dal medioevo.
Una sezione – in realtà due – ha suscitato maggiormente il mio interesse, forse per mia inclinazione professionale, forse perché effettivamente mi ha colpito la scelta espositiva. Al livello inferiore del museo è allestita la sezione antropologica, dedicata cioè ai resti umani dei membri dell’equipaggio annegati o comunque deceduti durante il naufragio del Vasa. Sono esposti gli scheletri, i vestiti che indossavano, ma soprattutto si è fatta una scelta coraggiosa e potente dal punto di vista narrativo: analizzati gli scheletri e individuati innanzitutto sesso ed età, studiato l’abbigliamento o gli oggetti che essi indossavano, è stata proposta un’identificazione dei soggetti esposti, ai quali è stato dato quindi un nome (evidentemente di fantasia) ed è stato attribuito il ruolo all’interno dell’equipaggio, tentando anche di ricostruire una biografia, nonché il volto di alcuni di essi. Così incontriamo Ylva, una giovane di 16-18 anni, Johan, di 45-50 anni, in buona salute e ben vestito, dunque di alto rango all’interno dell’equipaggio; soffriamo per l’atroce fine di Helge, marinaio addetto a un cannone dal quale fu letteralmente schiacciato durante il naufragio. Una storia, tante storie, interrotte e che sarebbero rimaste per sempre anonime, ma che grazie all’antropologia e alle discipline scientifiche che la affiancano, oggi hanno recuperato memoria.
Altra sezione che mi ha particolarmente colpito – anche se decisamente poco spettacolare – è quella relativa ai restauri che è introdotta però da un tema non di poco conto: quello del riscaldamento climatico, della sostenibilità ambientale e museale e della necessità, quindi, di monitorare costantemente lo stato di salute dei legni, intervenendo non appena si incontrano segni di deterioramento. Lavorando al Museo delle Navi di Fiumicino, conosco bene il tema e so quanto sia impegnativo in termini economici e di ricerca: anche un restauro sbagliato condotto in passato – quando le conoscenze sul trattamento del legno antico e bagnato erano molto scarse – può compromettere per sempre i resti lignei. Ma non solo, il Vasa Museet va oltre, si pone una domanda e non ha paura di ipotizzare la risposta: stanti le condizioni climatiche e di fruizione attuali, quanto potrà sopravvivere ancora il relitto del Vasa fuori dal mare che l’ha custodito pressoché intatto per 333 anni?

Concludendo: perché visitare il Vasa Museet
Il mio consiglio, se spendete uno o due giorni a Stoccolma, è di investire un’ora, ma anche due, al Vasa Museet. L’allestimento è molto ben fatto, chiaro, con spiegazioni semplici, corredato da un’audioguida che racconta nel dettaglio tutte le sezioni del museo. Come dicevo in apertura, il museo affronta non solo la storia del Vasa, ma tangenzialmente anche la storia della Svezia di quegli anni, la storia della marineria e delle battaglie navali, propone approfondimenti di iconografia e di chimica dei pigmenti, approfondisce la cultura materiale attraverso gli oggetti della vita quotidiana, si sofferma sull’antropologia.
Non dimentichiamo che il recupero del Vasa e del suo relitto si configura a tutti gli effetti come un’operazione di archeologia subacquea in un’epoca in cui di archeologia subacquea ancora non si parlava, anche – forse – in virtù dell’epoca del relitto, relativamente recente. Per questo lo studio sia degli oggetti, veri e propri reperti, che lo studio dei resti umani, è stato affrontato affidandosi alle più diverse discipline e analisi di tipo archeometrico e tipologico, nonché guardando alle fonti storiche e alle cronache dell’epoca. Di tutta questa varietà di studi e di informazioni è dato conto nel percorso museale. Per questo non esagero se dico che, ad oggi, è uno dei musei più belli – se non il più bello – che abbia mai visto. E io di musei ne visito parecchi, eh…















Deve essere molto interessante visitare il Vasa Museet e scoprire l’ unica nave da guerra del diciassettesimo secolo, riemergere dal passato, quasi completamente intatto. Splendide le sculture e le decorazioni. Non ci sono ancora stata, però mi stuzzica tantissimo
la guerra dei trent’anni, croce e delizia del mio percorso di studio. Sono appassionata a di storiografia per cui non posso non ammirare con grande stupore questo museo, se pur virtualmente per ora . Immagino che le operazioni di recupero siano state molto dure ma altrettanto delicate, visti i risultati.. una fortuna oggi poter ammirare questo straordinario relitto in tutto il suo splendore!
Sono stata a Stoccolma e quando ci siamo trovati tra le cose da vedere il Vasa Museet abbiamo detto: “Questo mi sa che possiamo evitarlo”. Direi che è stata una pessima decisione, ma spesso la mancanza di tempo ci porta a fare scelte di cui poi ci pentiamo. Ma l’idea comunque è di tornare a Stoccolma, quindi la prossima volta non me lo perdo!
Sono rimasta sbalordita dal tuo racconto e dalle foto, posso solo immaginare cosa hai provato a visitarlo… Sicuramente entra nella mia lista delle cose da vedere!
Saretta tra le nuvole
Mi hai fatto tornare quella leggere invidia che provai almeno 10 anni fa quando essendo in città per lavoro, con famiglia al seguito, loro mi raccontarono entusiasti di questa visita. Buona occasione per tornare n questa splendida città
Pensa che io sono andata la prima volta a Stoccolma solo per vedere questo museo, di cui mi aveva parlato un’amica e ci sono anche tornata anni dopo. È veramente uno dei musei più belli del mondo.