Questa è una recensione un po’ particolare, per un racconto di viaggio che è un po’ particolare.
Riapro il libro ora, e trovo la sabbia del mare che si è insinuata tra la copertina e la prima pagina. Da un lato la vorrei buttare, dall’altro forse no, la tengo, perché mi ricorderà di quando ho letto questo libro: io, comodamente distesa sulla spiaggia nera di Ostia, mentre seguivo le peregrinazioni di Bashō al freddo del Giappone del nord, su strade non sempre agevoli, su sentieri non sempre ben segnati.
Matsuo Bashō è un poeta, maestro nell’arte degli Haiku, quei brevi componimenti poetici che in poche sillabe e tre versi riescono a raccontare un mondo, a evocare storie, pensieri, emozioni, a costruire paesaggi. Molti secoli prima che l’Ermetismo di Ungaretti o di Quasimodo lasciasse il segno nella letteratura italiana, in Cina la poesia vera si componeva di tre versi per volta, ciascuna terzina composta di cinque e sette sillabe alternate per donare il giusto ritmo. Come con la metrica latina, per chi ha reminiscenze dal Liceo, ma con le dovutissime differenze, gli Haiku sono il canto in versi del mondo.
Il suo haiku più celebre ha per protagonista non un re, non l’imperatore, non una divinità. Ma una rana:
Nello specchio antico d’acque morte
s’immerge una rana.
Risveglio d’acqua.
Cosa c’è di più vivido e immediato di un’immagine come questa, evocata soltanto dal potente suono delle parole?
Matsuo Bashō nasce figlio di un samurai povero, quindi degno d’onore ma non propriamente della classe di quelli destinati a restare scritti nei libri di Storia giapponese. Matsuo trova fin da ragazzino la sua identità, che è artistica. Segue un poeta, ne diventa discepolo, poi diventa Maestro a sua volta, e una schiera di allievi lo circonda. Sono allievi devoti, al punto che qualcuno tra loro gli costruisce una casa, dove viene piantato un albero di banano, Bashō in Giapponese, da cui il poeta trae il suo nome d’arte.
La faccio breve. Il nostro poeta ha la smania di vedere il mondo, quantomeno quello cantato dai poeti che lui amava, cioè il Giappone. Inizia così un viaggio verso Nord. Lo accompagna un suo allievo, Kawai Sora, e insieme scrivono Haiku quasi a commento di ogni loro tappa. Come se mandassero una cartolina la cui immagine si genera nelle parole stesse dell’Haiku.
In realtà Lo stretto sentiero per il profondo Nord è un racconto in prosa con intermezzi di haiku. Un racconto redatto da Bashō probabilmente già durante il viaggio, in forma di appunti, poi sistemati alla fine del percorso. Mi ha ricordato in qualche modo, anche se meno avventuroso, il viaggio di Rutilio Namaziano, cittadino romano di rango senatorio e di origine gallica che all’inizio del V secolo d.C., dopo il Sacco dei Goti di Alarico, decide di lasciare Roma per tornare alle sue terre dalle parti di Tolosa, affidando a un racconto in versi tutta l’epopea del suo viaggio per mare. Epopea che a noi giunge freschissima, ma che in realtà l’autore curò per benino una volta al sicuro a casa sua, riordinando i suoi appunti presi certo durante la navigazione lungo le coste tirreniche e francesi.

Tornando nel Giappone del XVII secolo, Bashō è di salute cagionevole e già compromessa. Non ci descrive i suoi malanni, ma capiamo, perché lo dice spesso, che è affaticato. Tuttavia le sue condizioni di salute non lo fanno desistere dal suo intento. E infatti, al termine di questo suo viaggio ne vorrà intraprendere un altro, e un altro, e un altro. E quest’ultimo viaggio sì che gli sarà fatale, a soli 51 anni. Un po’ come Ulisse, che, preso da smania di viaggiare ancora dopo aver liberato Itaca dai pretendenti ed essersi ricongiunto con Penelope, trova la morte proprio nel corso dell’ultimo dei suoi viaggi verso l’ignoto. Ma se quello di Ulisse è un mito divenuto leggenda e topos letterario, la storia di Bashō è vera e sul serio il nostro poeta giapponese troverà la morte, a soli 51 anni, vinto dai suoi malanni, lontano da casa, a Osaka: consapevole di essere giunto alla fine, affida naturalmente a un haiku questa presa di coscienza:
Ammalatomi in viaggio
il mio sogno corre ancora
qua e là nei campi spogli
Ma torniamo al viaggio lungo Lo stretto sentiero per il profondo nord
Il viaggio risale al 1684, ma viene pubblicato nel 1694 col titolo giapponese Oku no hosomichi. Il viaggio parte da Fukagawa (Tokyo) dove Bashō aveva la sua dimora col banano, a marzo, e risale l’isola fino a raggiungere Ogaki nella prefettura di Gifu alla fine di agosto. Un viaggio molto lungo, di circa 2400 km coperti in 150 giorni: praticamente dai 30 ai 40 km al giorno a piedi. Dal racconto di Bashō sappiamo che talvolta, grazie all’ospitalità di chi incontravano, è stato loro prestato un cavallo, il che ha decisamente aiutato, ma certo questa non è stata la regola. All’epoca, d’altra parte, si viaggiava a piedi o a cavallo, se si possedeva. Viaggio impegnativo, perché esposto alle intemperie, e pericoloso, perché il rischio di predoni era latente. Bashō e il suo allievo Sora fortunatamente non incappano in nessuna disavventura – almeno stando al racconto – ma che il viaggio in alcuni tratti sia duro si percepisce chiaramente, nonostante la prosa sempre poetica, mai dura, che tutto edulcora e tutto rende godibile.

Verrà da chiedersi: ok, Bashō è un poeta affermato, con una vera e propria scuola di studenti pronti a tutto per lui. Va bene il desiderio di viaggiare, nonostante sappia già – a 41 anni, età in cui compie questo viaggio – di essere di salute cagionevole. Cosa lo spinge a lasciare la sua casa col banano e a mettersi in cammino verso nord? Probabilmente il nostro poeta (che, vorrei sottolinearlo, in Italia conosciamo in pochissimi, mentre in Giappone è pari al nostro Leopardi per fama e per importanza: i suoi haiku sono sulle antologie scolastiche degli studenti giapponesi e a lui è dedicato un museo a Shirakawa, Tokyo) voleva compiere un viaggio/pellegrinaggio per vedere dal vivo luoghi famosi per alcuni componimenti in haiku composti in epoche precedenti, e quindi per poterne tramandare il ricordo ai suoi contemporanei. Durante il suo viaggio non mancano momenti – che lui riporta, ma senza far emergere alcun compiacimento, semplicemente come cosa che andava fatta – in cui poeti di haiku che incontra, riconoscendolo, gli chiedono di scrivere haiku per celebrare quel luogo, quel momento. E lui, invece che negarsi, come farebbe un divo, si mette alla prova, compone insieme a loro. E sono versi che magari a noi oggi dicono poco, ma che racchiudono tutta la pienezza del momento e del luogo in cui erano scritti.
Una cosa manca nella pur curata edizione del volume che ho letto, edita da Einaudi. Manca una cartina (comparata sarebbe ancora meglio) che mostri effettivamente l’entità del viaggio, i luoghi toccati, le strade percorse (per quanto si possa intuire). Online si trova, ma certo, se fosse ragionata sarebbe meglio:

Chi non è esperto del Giappone fa fatica a orientarsi tra nomi antichi e contemporanei e non sempre affidarsi a Google Maps dà un buon risultato. Manca anche – per la viaggiatrice che è in me – una postfazione (visto che c’è una prefazione splendida che unisce la vita e la poetica di Bashō in grado di rendermela talmente familiare da pensare di conoscerla da sempre) che sul serio racconti i luoghi toccati dal poeta anche e soprattutto in una prospettiva comparata (com’era/com’è), nel caso qualcuno volesse decidere un giorno di percorrere proprio quel cammino. In fondo all’edizione è presente un glossario molto approfondito (che avrei preferito alla fine di ogni capitolo, ma pazienza): si poteva fare uno sforzo in più, unendo il dato geografico/travel al puro nozionismo. Confido in una prossima edizione.
Infine, però, mi piace concludere con una citazione dal prologo del viaggio di Bashō:
I mesi e i giorni sono eterni viandanti, e così gli anni, che vanno e vengono, sono viaggiatori.
E come dargli torto?










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