Verghina, le tombe dei Re Macedoni.
Per chi ha studiato storia greca ed è appassionato delle gesta di Alessandro Magno, il nome di questa località della Macedonia greca non può passare inosservato.
Siamo in Grecia, in Macedonia per la precisione. Salonicco non è così lontana, solo 75 Km. Questo luogo, oggi un paesino (Veria), un tempo fu la più antica capitale macedone, di nome Aigài, prima che essa fosse spostata a Pella. Aigài, che poi ha mutato nome in Verghina, rimase il luogo di sepoltura dei sovrani macedoni.
Negli anni ’70 del Novecento, proprio a Verghina fu scavato un grande tumulo funerario, cioè una collina artificiale che sotterrava uno, anzi più monumenti funerari a camera, uno dei quali fu inequivocabilmente identificato con quello di Filippo II, il re macedone passato alla storia principalmente per essere stato il padre di Alessandro Magno, avuto dall’unione con la moglie Olimpiade; in realtà fu un grande comandante militare, che sconfisse da solo, nella battaglia di Cheronea, una coalizione di poleis (città) greche, tra cui Atene e Tebe, e di fatto creando per la prima volta un’unione di città greche indipendenti che non si facessero la guerra tra di loro: siamo nel 338 a.C. e gli orrori della Guerra del Peloponneso conclusasi malamente pochi decenni prima riecheggiavano ancora ben forti.
Insomma, anche se la sua fama è stata offuscata dal figlio Alessandro Magno (la cui figura, fin troppo mitizzata, per me è pure troppo sovrastimata, ma è un mio problema), non stiamo parlando di un reuccio da quattro soldi, ma al contrario di un comandante militare di primo piano, abile stratega e governatore del suo regno.
Filippo II ebbe una vita avventurosa, com’è giusto che sia per un re, soprattutto all’epoca, in cui tra battaglie e guerre, un comandante doveva dimostrare di avere carisma, ma anche capacità vere e inoppugnabili di gestione e di amministrazione. Ebbe sicuramente molti nemici e molto onore e, come sempre avviene in questi casi, la sua morte non fu casuale, né in battaglia, ma, forse, ordita in complotto dalla moglie Olimpiade e – forse – proprio dal figlio Alessandro (poi) Magno. Questo perché Filippo II aveva divorziato da Olimpiade risposandosi con altre donne, avendo figli da esse, e lei temeva che questi figli avrebbero potuto sottrarre il trono a suo figlio Alessandro. Fuori dai rumors sul complotto (se avete presente il film Alexander di Oliver Stone, che certo è molto romanzato, il ruolo di Olimpiade è ben esplicito, mentre Alessandro appare disperato e affranto), quello che è certo dalle fonti è che Alessandro stesso curò al dettaglio il funerale del padre, compreso il corredo funerario, degno del re che Filippo II era stato.
Verghina, il sito delle Tombe dei Re
A Verghina, negli anni ’70 è stato scavato un grande tumulo funerario che ha restituito in realtà ben più di una tomba monumentale. Superato il cancello e pagato il biglietto (20 €, un po’ esoso, ma li vale), l’orizzonte visivo è occupato da una collinetta tenuta a erba tagliata corta. Si accede attraverso un dromos (corridoio) artificiale e si entra nel ventre del tumulo vero e proprio. L’insieme, musealizzato in maniera molto suggestiva, è fortemente d’impatto ed emozionante. La luce, o meglio dovrei dire, il buio, lascia intravvedere innanzitutto alcune stele funerarie che ci parlano della natura sepolcrale del luogo. Il grande tumulo, infatti, è realizzato solo alla metà del III secolo a.C. andando a inglobare le ricche tombe principesche preesistenti, non solo quella presunta di Filippo II, ma anche altri monumenti funerari. In più, il suo scavo ha restituito numerose stele funerarie di IV secolo, contestuali o di poco successive all’impianto delle tombe principesche, e appartenenti a persone di ceto medio, certo non aristocratico. Sotto lo stesso tumulo uomini pari agli dei e uomini assolutamente mediocri (per censo e per storia, s’intende) hanno convissuto per 2300 anni. E continuano ora, nonostante gli archeologi ;-).
Queste tombe “borghesi” – passatemi il termine assolutamente anacronistico, ma che vuole indicare il ceto medio cui appartenevano queste persone in vita – hanno restituito oggetti di corredo quali tanagrine, cioè statuette in terracotta raffiguranti figure solitamente femminili, e poi armi e ancora vasetti per unguenti (aryballoi, se vi piacciono i termini tecnici) in terracotta.
Proseguendo a tentoni nel buio (scherzo: in realtà la scarsa illuminazione, molto studiata, rende la visita quasi una sorta di ricerca e di esplorazione nell’Oltretomba. L’effetto wow è servito su un piatto d’argento), la prima tomba monumentale che si incontra nel percorso espositivo (ma non la più antica: si data al III secolo a.C.) è la Tomba IV, a camera, con una facciata con 4 colonne doriche a richiamare l’aspetto di un tempio, sormontate da un fregio a metope e triglifi, tipico dello stile dorico dei templi.
A seguire incontriamo il basamento di quello che è stato interpretato come heroon, cioè un luogo di culto funerario per qualche defunto eccellente, degno di ricevere onori pari agli dei del quale però non sappiamo nulla, perché esso fu in gran parte distrutto per la costruzione del grande tumulo, che è successivo. Si è ipotizzato che avesse a che fare con i defunti delle tombe adiacenti, tra cui per l’appunto quella di Filippo II. Ammesso che si tratti di Filippo II. Come abbiamo detto, infatti, il grande tumulo è ben successivo alla tomba attribuita al sovrano macedone.
Ci stiamo avvicinando. Incontriamo la Tomba I. Avvertenza: delle tombe noi vedremo solo le facciate, non potremo entrare al loro interno. La visione è ugualmente suggestiva, ma nel caso della tomba I, per esempio, non possiamo vedere da vicino i suoi affreschi, che ci sono riproposti in una scansione all’esterno di essa. Le pitture hanno vari soggetti, tra cui il tema, strettamente legato alla morte, di Persefone rapita da Ade mentre la madre Demetra si dispera. La tomba, violata nell’antichità, risale alla metà del IV secolo e – anche se non disponiamo più del suo corredo – grazie al suo apparato pittorico e alla sua vicinanza con le altre tombe, sicuramente doveva appartenere anch’essa a un esponente della famiglia reale macedone.
Ed eccoci finalmente. Ecco a noi la Tomba di Filippo II.
La tomba di Filippo II
Premessa necessaria: viene dato per scontato che la tomba sia assolutamente e certissimamente quella di Filippo II di Macedonia. In realtà non vi è un’iscrizione, né un sigillo che possa ricondurre effettivamente al grande re padre di Alessandro Magno. Quindi io ora ti parlerò della tomba di Filippo II e del suo corredo, ma tu che leggi ricordati che in realtà non è assolutamente certo che si tratti di lui. Diciamo che per cronologia, per ricchezza del corredo e per luogo di sepoltura ci può stare, ma la certezza non si può avere e noi molto poco conosciamo della società macedone dell’epoca per essere certi che siccome siamo in presenza di una tomba estremamente ricca, allora necessariamente si tratta della tomba di Filippo II. Piuttosto, ti invito anzi a non fidarti del tono esageratamente celebrativo con cui questa sepoltura con tutto il suo corredo viene presentata. Il che non significa che la visita sia una sòla, tutt’altro: il corredo è magnifico, i monumenti funerari anche, l’allestimento estremamente suggestivo ed emozionale, quindi la visita è assolutamente consigliata. Però, ecco, sappi che si tratta convenzionalmente della tomba di Filippo II, ma non è detto che sia effettivamente la sua. Questa interpretazione, tra l’altro, è al centro da decenni da una diatriba all’interno della stessa comunità scientifica greca, e ad essa fa cenno anche l’archeologo e divulgatore Theodoros Papakostas (su instagram è @Archaeostoryteller) nel suo libro “Omero in ascensore” che ti consiglio di leggere, perché è un compendio di storia, cultura e arte greca davvero molto godibile e chiaro.
Dopo questo pippone, per il quale mi scuso, ma da archeologa ritengo necessario mettere al riparo dai sensazionalismi e da certa archeologia utilizzata in senso propagandistico, eccoci finalmente alla descrizione della tomba, o meglio della sua facciata, e soprattutto del suo eccezionale e ricchissimo corredo.
Anche per avvicinarsi alla facciata di questa tomba monumentale e rigorosamente chiusa, occorre scendere vari scalini nella semioscurità. La facciata mostra la grande porta di accesso chiusa tra due semicolonne e sormontata da un fregio dorico a triglifi e metope e da un fregio ionico, dipinto con una scena di caccia reale in cui si distinguono Filippo II, il figlio Alessandro e i loro compagni mentre cacciano un leone, un orso e altri animali selvatici nella foresta macedone.
La tomba all’interno aveva due camere funerarie. In quella più interna sono tutti gli oggetti del corredo del re, che sono esposti nel tumulo-museo; nell’anticamera era il sarcofago di marmo che conteneva, all’interno di una cassa d’oro, le ossa combuste di una giovane donna, di età compresa tra i 23 e i 27 anni, vestita di un abito in oro e porpora: vi è stata riconosciuta la giovane Meda, l’ultima sposa di Filippo che, secondo l’uso dell’epoca, alla morte del marito fu sepolta con esso. Non spenderò una parola di più su questa pratica barbara (che però ritorna varie volte nella storia e in varie parti del mondo: si pensi solo che in India la pratica del Sati, cioè il sacrificio delle mogli alla morte del Maraja, è stata vietata solo nel XIX secolo…).
Veniamo finalmente al corredo funerario ricchissimo, che si distingue in oggetti utilizzati per il rito funebre, e quindi per la pira funeraria e per il banchetto, e in oggetti destinati al defunto nell’aldilà: le sue armi, principalmente, gli oggetti propri del suo prestigio e soprattutto la bella ed elegante cassa di legno contenenti le ceneri e, ancor di più, la corona in oro, magnifica.
Partiamo dal funerale, che – dicono le fonti – organizzò, curandolo al dettaglio, Alessandro Magno in persona. Il re fu cremato su una pira funeraria magnifica, secondo una tradizione che si faceva discendere dagli eroi omerici. Posto su un letto ornato in avorio e oro (crisoelefantino), e incoronato con la sua elegante corona in oro, Filippo II fu consegnato alle fiamme. Sulla pira erano state messe armi e armature, ghirlande funerarie, vasi per unguenti e profumi, vasi colmi d’olio e di frutta. Furono sacrificati anche animali, cavalli e cani. Dopo la cremazione le ossa furono pulite con cura, lavate con vino, avvolte in un tessuto color porpora e poste in una cassa d’oro recante la stella macedone a 16 punte insieme alla corona in foglie di quercia e ghiande, tutta d’oro. La cassa fu chiusa in un sarcofago di marmo, dopodiché la pesante porta della tomba fu chiusa per sempre (o almeno fino all’arrivo dei soliti stramaledetti [#sischerza] archeologi). A fargli compagnia per l’eternità gli oggetti che aveva amato in vita e quelli di cui aveva avuto bisogno: doni ricevuti, vasi particolarmente pregiati, ma soprattutto armi, gioielli, simboli del suo potere. E quella povera fanciulla, la principessa Meda, cremata insieme a lui e insieme a lui sepolta, anch’essa con la sua corona di foglie e fiori di mirto in oro, dentro una cassa in oro decorata con la stella macedone.
Nel tumulo/museo sono esposti tutti gli oggetti che seguirono Filippo II dapprima sulla pira funebre poi nella tomba. I materiali sono tantissimi ed eterogenei: si va da armi in bronzo, quali spade, pugnali e punte di lancia, a finimenti di carro, a offerte di cibo, ad appliques in oro, bronzo, avorio.
Un discorso a parte merita il letto funebre, crisoelefantino, cioè decorato in oro e avorio. Naturalmente il fuoco si è mangiato molto, ma ciò che resta è interessante perché era estremamente lavorato a rilievo e sopravvivono alcune teste-ritratto estremamente piccole, ma nelle quali si è voluto riconoscere il ritratto di Filippo II e quello del figlio Alessandro. Il letto era finemente decorato. Anche se frammentario, nell’allestimento si intuisce quanto dovesse essere estremamente ricco e dettagliato: pure troppo, se si pensa che era stato realizzato per andare a fuoco in pochi minuti. Sul livello superiore vi è una serie di divinità dell’Olimpo sedute in conversazione: Afrodite, Eros, Dioniso, un anziano Sileno, e poi Apollo e una Musa che suona la cetra. Nel fregio inferiore è raffigurata una battuta di caccia reale, cui partecipano Filippo e il giovane Alessandro mentre cacciano leoni e un cinghiale insieme ad altri componenti della corte reale.

Anche la giovane regina tumulata nell’anticamera della tomba di Filippo II era stata bruciata (spero non viva, ma dubito) su un letto crisoelefantino ugualmente decorato in maniera pregevole.
Insieme al re fu sepolta la sua armatura da parata: una panoplia completa, costituita da elmo, lorica, schinieri, spada e scudo. E lo scudo in particolare è una piccola opera d’arte: su di esso, in legno e pelle, sono raffigurati in stucco a rilievo un guerriero greco che assale un’Amazzone, forse Achille con Pentesilea.
Un’altra tomba…
Esatto, la visita al grande tumulo di Verghina non si esaurisce con la Tomba di Filippo II e il suo ricchissimo corredo, perché un’altra tomba intralcia il nostro cammino verso l’uscita. Una tomba altrettanto principesca, con caratteristiche molto simili, anche se – a ben guardare – più modesta (si fa per dire, naturalmente). La cosiddetta “Tomba del Principe”, un principe che però è senza nome (anche se qualche sospetto c’è). La tomba è della stessa tipologia, lievemente più piccola. Le ossa combuste rinvenute – come di consueto – all’interno di una cassa d’oro decorata con la stella macedone a 6 punte appartengono a un giovanissimo individuo, compreso tra i 13 e i 16 anni: è stato proposto che si tratti di Alessandro IV, il figlio di Alessandro Magno e la sua moglie indiana Roxane, nato nel 323 e assurto al trono macedone già nel 311, ma fatto fuori da Cassandro che voleva usurpare il trono. Naturalmente anche per questa tomba non abbiamo certezze: concordano le datazioni e le analisi del dna delle ossa combuste che hanno rilevato consanguineità, ma si tratta sempre e comunque di un’ipotesi.
Anche il giovane principe fu cremato su un letto funebre crisoelefantino posto su una pira, di cui rimangono alcuni frammenti della decorazione, in cui si riconosce un Dioniso barbato, un giovane Pan e una donna, forse una menade, che sostiene il dio ebbro. Anche il giovane principe – la cui sorte, a prescindere che sia stato o meno figlio di Alessandro Magno, è stata in ogni caso molto triste – ha la sua bella corona in oro a foglie di quercia, tipica dei regnanti, e la sua panoplia di armi. Ma certo il suo corredo non compete con quello del suo vicino e – forse – illustre nonno.
La visita del grande tumulo, ad anello, si conclude qui, portandoci all’uscita che era di fatto il punto di partenza. Personalmente, lì per lì sono rimasta talmente emozionata e abbagliata dalla meraviglia degli oggetti da non aver subito inteso che l’attribuzione della tomba a Filippo II non può essere data per certa e per scontata. Questo perché nell’allestimento museale non si lascia adito a dubbi e non si prende in considerazione il dubbio che non lo sia, mentre, come dicevo sopra, il dibattito a livello accademico è molto acceso; e giustamente: come vi sentireste voi, visitatori, se vi dicessero che state visitando la tomba di un grande personaggio e poi si dovesse scoprire che non è vero?
Al netto di questo dibattito, che ai visitatori probabilmente non interessa, ribadisco, la visita è un’esperienza eccezionale, ad alto impatto emotivo come in pochi altri musei del mondo ho riscontrato.

















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