Visitare Vulci: il parco archeologico e il Museo nel Castello della Badia

Paesaggio, cultura, natura: a Vulci c’è tutto questo e anche qualcosa di più.

Visitare Vulci vuol dire fare un viaggio indietro nel tempo, attraversare un territorio magnifico e scoprire un sito che rimonta indietro nel tempo di almeno 2600 anni. Il tutto a un’ora e mezza da Roma, in quello che geograficamente oggi si chiama Lazio settentrionale, e che ricalca quella che un tempo era l’Etruria Meridionale.

Per raggiungere Vulci occorre prendere la diramazione lungo la SS.1 Aurelia all’uscita di Montalto di Castro. Il territorio di Vulci si divide infatti tra i comuni di Montalto di Castro e di Canino. Da qui una strada collinare risale il territorio fino ad arrivare, in un ambiente pastorale e bucolico, all’ingresso del Parco archeologico di Vulci.

In questo post parlerò del Parco archeologico di Vulci e del vicino Castello della Badia col suo bellissimo ponte che supera il fiume Fiora. Iniziamo la nostra visita dal parco archeologico.

Vulci, il ponte sul Fiora

Il Parco archeologico di Vulci

La storia più antica di Vulci coincide con la presenza di un centro etrusco piuttosto fiorente grazie ai floridi scambi commerciali via mare (anche se la costa anche anticamente era a qualche km di distanza) con gli altri centri etruschi a nord e a sud, con la Sardegna e con le città della Magna Grecia Tirrenica.

Vulci è anche uno dei pochi centri etruschi dei quali si conosce – almeno in parte – la struttura urbanistica, perché su di essa si impostò la successiva città romana, motivo per cui oggi visitiamo la città etrusco-romana di Vulci.

Il Parco è abbastanza ampio; il biglietto di ingresso costa 5 €. Superata la biglietteria ci si avvia in direzione della città etrusco-romana. Sono possibili diversi percorsi in funzione della durata sia a seconda di quanto uno voglia camminare, sia in funzione dell’orario di chiusura: il percorso breve dura comunque un’ora e trenta circa, mentre quello lungo ne dura due e trenta. In ogni caso entrambi i percorsi toccano i punti nevralgici del Parco: la città etrusco-romana con i suoi monumenti principali (li vedremo a breve), il laghetto di Vulci, protagonista di scene epocali di tanti film tra cui Non ci resta che piangere e Tre uomini e una gamba e, tornando indietro, le grandi tombe a camera di epoca etrusca.

La visita inizia dalla città etrusco-romana di Vulci. Etrusco-romana perché ciò che noi percorriamo è di fatto la Vulci romana che però si sviluppa sulla più antica Vulci etrusca della quale si conservano, per esempio, le antiche mura in opera quadrata evidenti nella Porta Ovest, realizzate nel IV secolo a.C.

Percorrendo l’antica strada basolata che attraversa Vulci

Il centro etrusco di Vulci in realtà esiste da molto più tempo. Fin da età preistorica in realtà c’è traccia di frequentazione, ma in età villanoviana, dunque IX-VIII secolo a.C., la presenza nel territorio è attestata in diverse necropoli (di cui è dato conto nel Museo archeologico nel Castello della Badia che vedremo a breve). La monumentalizzazione della città, con l’erezione delle mura, si data al IV secolo a.C. La Porta Ovest è particolarmente monumentale, con un avancorpo triangolare che aveva funzioni difensive e al tempo stesso offensive nei confronti di eventuali aggressori. Ma in ogni caso i Romani arrivarono lo stesso, conquistando questa come tutte le altre città della Dodecapoli etrusca. E le mura etrusche decaddero e solo in anni recenti sono state portate alla luce, nella loro unicità.

Vulci, le mura etrusche – ricostruzione Inklink

La visita parte dunque da qui, da questo triangolone di mura in grandi blocchi di tufo, oltre il quale si apre la strada basolata, la viabilità principale della città romana, che era sovrastata, a un certo punto, da un arco trionfale, in onore di Publius Sulpicius Mundus, che fu magistrato importante nella Vulci di età augustea. Superato l’arco ci si presenta sulla sinistra ciò che resta di quella che doveva essere l’imponente mole del Tempio Grande, dedicato probabilmente a Minerva.

L’arco onorario e il Tempio – ricostruzione Inklink

Il tempio risale addirittura al VI secolo a.C., dunque era il tempio principale della città etrusca di Vulci, di grandi dimensioni, su alto podio, con 4 colonne in facciata e 6 colonne sui lati lunghi, a sostenere il tetto. In epoca etrusca le colonne e il tetto erano in legno e il tetto doveva essere decorato con lastre di terracotta. Il tempio che vediamo noi invece è quello di età romana, in particolare augustea, quando le colonne in legno furono sostituite da colonne in travertino (il che però non è bastato a conservarle).

Sul lato opposto rispetto alla strada, discosti da essa, due piccoli edifici absidati non hanno ricevuto un’interpretazione particolare. Uno dei due, che vede degli interventi strutturali in età tardoantica, è stato ipotizzato essere, almeno nella fase più tarda della città, una piccola chiesa cristiana.

Vulci, la piccola presunta chiesa cristiana

Ma il monumento più rilevante, interessante e divertente da visitare è la grande Domus con Criptoportico che affaccia sul decumano e che doveva appartenere alla famiglia di qualche ricco e influente personaggio romano di Vulci, magari legato alla casa imperiale e quindi ad Augusto.

Prima di tutto: cos’è un criptoportico. Sostanzialmente, in ambito privato è un corridoio sotterraneo di servizio usato di solito dalla servitù che, non vista e in autonomia, si occupava del buon funzionamento dell’edificio; in complessi pubblici più ampi, invece, come nel caso del foro romano di Aosta, il criptoportico è un ampio corridoio sempre coperto, sottostante la grande piazza del foro sulla quale insistevano i due templi gemelli. Se vuoi approfondire il discorso sul foro romano di Aosta clicca qui.

La Domus del Criptoportico, di età augustea, si imposta anch’essa su precedenti edifici etruschi. Ha una pianta piuttosto elaborata, in cui gli archeologi hanno distinto una parte pubblica, di rappresentanza, una parte privata e una parte di servizio (gli ambienti del criptoportico, per l’appunto), sviluppandosi su 3300 mq.

Domus del Criptoportico – l’impianto termale

Rilevante il piccolo impianto termale, decorato a mosaico bianco oppure a motivi geometrici in bianco e nero; ma certo la cosa più interessante è proprio il fatto di poter percorrere in autonomia il criptoportico sotterraneo ed entrare negli ambienti ad esso correlati. Il criptoportico corre su quattro lati al di sotto del peristilio, il grande cortile di rappresentanza della casa, al centro del quale era posta una vasca; gli altri ambienti raggiungibili dal criptoportico sono vani destinati a magazzino e un ambiente cassettonato con una conduttura d’acqua (nella quale ancora adesso percola) interpretato come ninfeo monumentale. Il criptoportico riceveva luce tramite finestre cosiddette “a bocca di lupo”, cioè piccole finestre concepite proprio per prendere aria e luce dal piano soprastante, consentendo di areare e illuminare locali altrimenti bui e senza ricambio d’aria.

Domus del Criptoportico, il Criptoportico

Accanto, proseguendo verso l’incrocio principale della città, si accede a un mitreo. Si tratta di un luogo di culto al dio orientale Mitra, il cui culto, di origine iranica, giunse a Roma e in Italia per il tramite delle legioni stanziate lungo il limes, cioè il confine, asiatico dell’impero. Il mitraismo è una religione iniziatica, per adepti che devono compiere sette livelli successivi di iniziazione. Il rito si svolgeva in un mitreo, solitamente un ambiente lungo e stretto, poco illuminato, che doveva imitare o ricordare la grotta nella quale Mitra sgozzava il toro. E infatti la statua – o immagine – di culto del dio è quella che lo vede nell’atto di sacrificare un toro. Anche a Vulci la statua di culto lo vede raffigurato in questa posa.

il mitreo di Vulci

Da qui il percorso può proseguire fino alla fine della città etrusco-romana per quanto è stata scavata, oppure virare in direzione della Porta Nord e da qui seguire il sentiero che conduce al Laghetto del Pellicone, che fa da sfondo a tante scene da film del cinema italiano. Segnalo, presso la Porta Nord, la conservazione di un tratto di binario con tanto di carrello della “ferrovia Decauville”, il sistema di trasporto veloce della terra di scavo in auge fino agli anni ’40 e forse ’50 del Novecento.

Infine, dopo essersi affacciati sul laghetto (eh no, non si può fare né il nuoto sincronizzato, né la battaglia tra foche con cui Aldo e Giovanni sono diventati iconici in Tre uomini e una gamba) si ritorna verso la biglietteria.

Vulci, la ferrovia Decauville

Appena all’uscita si incontrano le grandi tombe etrusche scavate e nelle quali si può scendere (occhio però a certi ragni giganti che farebbero fuggire il più coraggioso dei visitatori). Si tratta delle tombe della Necropoli dell’Osteria. Si tratta di tombe a fossa profonda, alle quali si accede tramite un lungo dromos, corridoio scavato nella roccia argillosa. Diverse sono le tombe rinvenute, tra cui la Tomba della Sfinge, nella quale è stata rinvenuta, per l’appunto, una scultura di sfinge in pietra, con significato funerario, e la Tomba delle Mani d’Argento, dove sono state rinvenute delle vere mani in argento, probabilmente a significare la volontà di dare fisicità al defunto attraverso la riproduzione di una parte del corpo. Ci troviamo in un orizzonte cronologico di VIII-VI secolo a.C., dunque davvero antico. Vulci stupisce per la sua antichità e per la sua peculiarità.

Vulci, una delle grandi tombe della Necropoli dell’Osteria

Ma non abbiamo ancora finito di scoprire Vulci etrusca. Ci aspetta la visita al Museo archeologico nazionale di Vulci, nel Castello della Badia.

Il Castello della Badia e il Museo archeologico Nazionale

A pochi minuti di auto dal parcheggio del parco archeologico si raggiunge il Castello della Badia, sede del Museo archeologico Nazionale di Vulci. Il Castello, circondato da un bel fossato, si staglia sull’alto argine roccioso del fiume Fiora, che qui scorre scavando una profonda gola che culmina nel laghetto Pellicone, ed è collegato all’altra sponda da un magnifico, quanto antico, ponte.

Il Castello della Badia e il ponte sul Fiora

Il ponte si eleva altissimo sopra la gola del Fiora. E’ a schiena d’asino, oggi, nella parte centrale, rivelando il rifacimento in età medievale di un ponte già esistente, risalente addirittura all’età etrusca e poi utilizzato anche nella successiva età romana, come ponte con annessa conduttura idraulica, quindi di fatto un acquedotto del quale rimane traccia in enormi stalattiti, impressionanti, di calcare formatesi dall’acqua percolata da almeno 2400 anni. Bellissimo e veramente scenografico.

Ma entriamo al Castello della Badìa, che nel IX secolo d.C., in età medievale, era in realtà un’abbazia fortificata, di cui è rimasta traccia nel nome successivo “Badìa”. La prima ampia sala, al piano terra, ospita mostre temporanee. L’esposizione permanente è sistemata al primo piano e ripercorre la storia di Vulci dalla preistoria all’età romana dando molto spazio, com’è ovvio che sia, alla lunga e importante fase etrusca. Dico importante, perché rispetto all’età romana, quando Vulci tutto sommato fu una piccola città come tante ce ne furono nell’Impero, in età etrusca, invece, era una delle città più importanti, facendo parte della cosiddetta Dodecapoli etrusca, un’unione di 12 città stato dislocate tra le attuali Toscana, Umbria e alto Lazio che, a una a una, Roma conquistò e ridusse nella propria sfera di influenza, approfittando del fatto che, nonostante avessero costituito una Lega Etrusca, fossero in forte competizione tra loro.

Museo archeologico di Vulci, la fase etrusca orientalizzante

Vulci, dunque, nel corso dell’epoca etrusca, fu molto importante e influente. Ma di questa grandezza nulla si percepisce visitando il sito della città etrusco-romana, che giustamente si conserva all’età romana, e forse si intuisce vedendo le grandi tombe della Necropoli dell’Osteria, o conoscendo – se si è esperti del settore o estremamente appassionati – il grande Tumulo della Cuccumella o ancora la Tomba François, che ha restituito un importante ciclo pittorico (oggi ahimè in proprietà privata e non esposto al pubblico).

Il Museo archeologico di Vulci ha dunque la responsabilità di restituire il glorioso passato etrusco di Vulci attraverso la cultura materiale, a partire dalle sepolture di epoca villanoviana, quindi ancora precedente alla cultura etrusca, nel IX secolo a.C., risalendo nel tempo alle sepolture di età orientalizzante, cioè tra il 670 e il 580 a.C., e poi alla successiva età arcaica, tra VI e V secolo a.C.: è l’epoca in cui Vulci ha un porto sul mare, Regisvillae, a 12 km circa dalla città, e stringe contatti commerciali con gli altri porti dell’Etruria e con le città della Magna Grecia, della Sardegna, e con gli arrivi dall’Oriente mediterraneo: arriva la ceramica attica, infatti, che rivoluziona completamente i corredi funerari e, prima ancora, gli arredi dei vivi. Di questo periodo io amo follemente l’anfora a figure nere raffigurante la nascita di Atena dalla testa di Zeus, realizzata dal Pittore di Berlino, rinvenuta in una tomba della Necropoli dell’Osteria: mi ricordavo di averla già vista, poi ho realizzato: era in mostra alla grande mostra sugli Etruschi fatta a Bologna nel 2020 e le avevo dedicato un post su instagram, che aveva avuto un grande grandissimo successo:

Naturalmente ci sono ben altre opere esposte in museo, che testimoniano proprio la grande apertura commerciale e la presenza di maestranze artigianali provenienti dall’Attica (Grecia), ma anche da altre parti del Mediterraneo e, ovviamente dell’Etruria.

Solo una saletta è dedicata all’età romana, segno che è il passato etrusco quello più degno di attenzione e di essere valorizzato, almeno a scelta di chi ha curato l’esposizione. Io, per esempio, che ho una visione più globale dell’archeologia, avrei dedicato forse uno spazio più ampio all’età romana, cercando di contestualizzare i ritrovamenti esposti con gli edifici visitabili nel sito archeologico.

Ridiscendendo al piano terra, si può uscire sulla corte aperta del castello, uno spazio aperto nel quale sono esposti alcuni reperti lapidei e un gatto bianco cerca attenzioni (o al contrario, vuole solo dormire), mentre da una finestra con inferriate un accigliato busto dell’imperatore Caracalla scruta ciò che avviene fuori.

Caracalla osserva accigliato da dietro le sbarre i visitatori del Museo archeologico di Vulci

Da Vulci è tutto. Altri siti, come la Tomba François, che comunque è visibile solo da fuori, o come altri tumuli funerari, sono dislocati nel territorio, raggiungibili più o meno agevolmente in automobile. I due siti però più accessibili sono quelli descritti qui, il Parco archeologico e il Museo archeologico del Castello della Badia.

Intorno a noi un paesaggio che sostanzialmente non dev’essere cambiato molto dall’età etrusca e poi romana: campi che si stendono a perdita d’occhio in questo territorio un po’ collinare ma molto dolce.

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