Il Molise esiste! Itinerario culturale nella regione meno nota d’Italia – Giorno 2: Pietrabbondante, Vastogirardi e il borgo fantasma di Pesche

Il Molise esiste eccome! Ed ha un’identità ben precisa, data dalle sue alture boscose, dai suoi centri piccoli, dai suoi siti archeologici che sono pietre miliari per gli appassionati del genere. Nel post precedente abbiamo esplorato Venafro e Isernia. In questo post ci inoltriamo verso le montagne.

La mattinata è frizzantina: ci mettiamo in strada e in circa mezz’ora raggiungiamo l’area archeologica di Pietrabbondante.

Pietrabbondante

Conoscevo Pietrabbondante solo per il suo santuario sannitico, e non sospettavo che sorgesse un piccolo borgo incastonato tra rocce dalle pareti verticali, le Morge.

Pietrabbondante: l’area archeologica

E’ uno dei siti archeologici più spettacolari d’Italia. Un luogo sacro da sempre: un santuario di epoca sannitica, poi usato anche in età romana, costituito da un teatro la cui cavea è scavata nel pendio collinare, e che culmina in un tempio su alto podio. Una terrazza che guarda a 180 ° sul contorno di montagne antistanti, lontane, mentre lo sguardo si perde lontano. Davvero gli dei hanno aleggiato qui per secoli, e non è detto che non ci siano ancora adesso.

Nell’area archeologica ci sono poi altri edifici connessi al culto e al santuario, ma ciò che attira effettivamente l’attenzione, nonché il reale motivo per cui si arriva fin qui, è proprio il complesso teatro-tempio.

Innanzitutto, questa tipologia di santuario, con un teatro associato a un tempio, non è un unicum. A Pietravairano è stato recentemente restaurato e restituito alla pubblica fruizione un santuario molto simile; a Palestrina, anche se di epoca più recente (inizi I secolo a.C.), il grande santuario della Fortuna Primigenia, culmina in una cavea teatrale al di sopra della quale si ergeva il tempio (oggi non più visibile perché vi è stato costruito sopra il palazzo che oggi ospita il Museo Archeologico Nazionale di Palestrina). Si tratta quindi di una tipologia diffusa nell’Italia centrale preromana. A Pietrabbondante un primo santuario è innalzato intorno al 400 a.C. ma viene distrutto da Annibale lungo la sua terribile discesa in Italia: evidentemente al comandante cartaginese era nota l’importante di questo santuario. Annibale nella sua discesa aveva distrutto anche il santuario di Lucus Feroniae: evidentemente amava distruggere per depredare i grandi santuari. E infatti gli dei, tutti, poi gli si sono rivolti contro.

Risale al 200-150 a.C. la costruzione di un primo tempio, mentre il complesso teatro-tempio risale agli anni 120-90 a.C. Il tempio è su alto podio rivestito da grossi blocchi di pietra bianca e coronato da una cornice modanata. Una scalinata centrale consentiva di salire al livello del pronao – l’ingresso del tempio – e delle tre celle destinate a una triade di divinità. Conosciamo, da un’iscrizione, il nome di colui che ne commissionò la costruzione: tal C. Statius Clarus, un sannita che divenne senatore a Roma.

la vista dall’alto del podio del tempio sul sottostante teatro e sul panorama delle montagne

Alla base del tempio si colloca la summa cavea del teatro, cioè il livello di gradinate più alto. Ricavato sul pendio naturale, così come avveniva nei templi greci ed ellenistici ai quali l’intero complesso teatro+tempio si ispira, le sue gradinate digradano verso il fondo, nel quale si trova lo spazio semicircolare dell’orchestra, cui si accedeva da due parodoi (corridoi di accesso e di uscita) laterali coperti ad arco e monumentali, decorati da due telamoni a rilievo, cioè due grossi giganti muscolosi posti nell’atto di sorreggere un peso (quello del cornicione, in questo caso). I sedili in pietra della cavea terminavano con una decorazione a zampa di grifo: questa e il telamone sono le uniche concessioni all’arte in un edificio decisamente sobrio e proprio per questo tanto più solenne.

Il santuario ebbe davvero breve vita: dopo la Guerra Sociale, che vide contrapposti i socii, cioè gli alleati italici di Roma a Roma stessa, il culto fu soppresso e il santuario con le sue pertinenze fu assegnato a veterani che avevano combattuto sotto Silla, il console vittorioso della Guerra Sociale.

L’area archeologica è magnifica, ben curata, non un filo d’erba fuori posto, eppure lasciata in mano alla natura quel tanto che basta per renderla un luogo di pace e sospeso nel tempo. Ma d’altra parte, conoscendo (e lo conosco) il Direttore della Direzione Regionale Musei del Molise – cui pertiene l’area archeologica in questione – non potrebbe essere altrimenti. Tra l’altro, lo dico qui per non ripetermi, tutte le aree archeologiche statali molisane che ho visitato in questi giorni sono tenute benissimo, con un’attenzione al verde e alla pulizia dei percorsi davvero esemplare: considerando quanto costa la manutenzione di questi luoghi, davvero va fatto un applauso a chi quotidianamente la gestisce e la effettua.

Pietrabbondante: il borgo

Ma Pietrabbondante non finisce di stupirci. Se l’area archeologica sannitica ci ha conquistato ed emozionato, il borgo medievale ci incuriosisce e ci sorprende.

Ciò che ci incuriosisce, da distante, sono quelle formazioni di pietra, quasi delle mani grigie protese verso il cielo, cui le case del borgo si aggrappano con tutte le loro forze, quasi avessero paura di scivolare verso il basso, a fondovalle. Quelle rocce sono chiamate Morge e sono in parte percorribili, attraverso un sentiero chiamato “Sentiero vicini al cielo“: il perché lo si capisce solo percorrendolo e solo guardando da qui la vastità all’intorno e la profondità della valle giù in basso.

Il borgo di Pietrabbondante

Il borgo ci accoglie con la piazza sulla quale si erge la statua del guerriero sannita: segno che l’orgoglio delle antiche origini è ben radicato in questi luoghi. Il paese si avviluppa alla sua cresta montana e alle sue Morge e culmina nella chiesa di S. Maria Assunta, un edificio dall’aspetto semplice: la facciata è priva di frontone e il campanile è basso e tozzo, ma animato da due monofore dalle quali ogni ora cantano le campane facendo disperdere la loro voce e spaventando le rondini. Le case del borgo sono semplici e percorrerne le vie pedonali trasmette un senso di quiete e di tranquillità: davvero stare vicini al cielo allontana le discordie del mondo terreno.

Uno scorcio del borgo di Pietrabbondante

Lasciamo Pietrabbondante e ci dirigiamo verso un altro luogo carico di antica e sannitica spiritualità: il santuario di Vastogirardi.

Il santuario sannitico di Vastogirardi

Per me il tempio sannitico di Vastogirardi era una scheda della mia tesi di specializzazione nella quale cercavo confronti per templi ricostruiti come a quattro colonne in facciata sul versante appenninico italiano e che possibilmente fossero precedenti l’età augustea. Da quando mi ci sono trovata dinnanzi, però, la mia percezione è cambiata. Davanti a me quella pagina di word, su cui avevo impostato una tabella asettica nella quale indicavo voci descrittive e analitiche altrettanto asettiche, è andata in frantumi, anzi in mille pezzettini. Come si può ridurre in secca analisi – basata peraltro su dati acquisiti da libri – la bellezza e la complessità di un luogo del genere? Un luogo che a molti dirà poco: 4 sassi o poco più, ma che invece mi ha emozionato molto.

Il tempio di Vastogirardi

Partiamo dall’inizio, cioè da quando lasciamo il borgo di Pietrabbondante. La strada è decisamente di montagna, boschi si alternano a prati e a pascoli fino ad arrivare in vista del borgo di Vastogirardi. Lo passiamo, andando in direzione del tempio: e per farlo percorriamo una strada che costeggia pascoli di mucche. E sono le mucche stesse a scortarci per un tratto del percorso: le incrociamo infatti proprio mentre vanno spostandosi per andare a bere presso una fonte. Una fonte che, guardacaso, sorge accanto al tempio.

Del santuario di Vastogirardi oggi si conserva poco più del podio del tempio e del suo temenos, cioè il recinto sacro. Questo luogo, che risale al II secolo a.C., ma che ha rivelato, grazie a scavi archeologici, frequentazioni almeno dal IV secolo a.C., in realtà è frequentato anche almeno in età longobarda: prova ne è il fatto che questa ancora oggi è chiamata Contrada Sant’Angelo. Lungo i percorsi della transumanza da sempre, il santuario, dedicato forse a Ercole o a Diana consisteva in un piccolo tempio a cella unica e ricostruito – appunto – con quattro colonne in facciata (tetrastilo, per chi ama i tecnicismi), con il podio non particolarmente alto, ma con cornice superiore modanata.

Il tempio di Vastogirardi immerso nel verde.

Accanto, come dicevo, sgorga una piccola sorgente dalla quale si diparte uno stretto ruscelletto la cui acqua fresca però piace molto alle mucche che qui vengono a bere e a trovare ristoro e frescura sotto le fronde di grandi alberi frondosi. Il tempio si trova su un lato di un anfiteatro naturale – mi verrebbe da definirlo così – di roccia che circonda un grande prato nuovamente amato dalle mucche. La dimensione estremamente bucolica di questo luogo per me ha fatto sì che si fermasse il tempo. Oggi siamo io e Davide, con la mia Dacia color ruggine che si confonde con i colori autunnali; un tempo erano i pastori che passando di qui lungo i cammini della transumanza si fermavano per richiedere la benevolenza degli dei lungo il percorso delle mandrie.

Una mucca al pascolo vicino alla fonte presso il santuario sannitico di Vastogirardi

Il luogo è visitabile liberamente, non vi è recinto, non vi è controllo, non vi è biglietto. Ciò che ci dev’essere è solo la responsabilità di ciascuno di non rovinare né deturpare un sito sul quale davvero ancora aleggiano gli dei antichi.

Il borgo fantasma di Pesche

Premessa: è impossibile non notare Pesche. E infatti noi lo abbiamo notato proprio all’andata, quando percorrendo la superstrada da Isernia in direzione di Pietrabbondante ci si è parato innanzi un borgo pressoché in verticale, che sembrava appiccicato con la colla al suo versante montuoso. Così abbiamo deciso di visitarlo alla fine dei nostri itinerari archeologici di cui sopra, a Pietrabbondante e Vastogirardi.

Pesche è un borgo decisamente grande e in salita. Completamente impreparati a quello che avremmo trovato, abbiamo scoperto, salendo e risalendo per gli stretti vicoli che si fanno spazio tra le case in pietra, che vi era, ancora più in alto, il castello. E che per raggiungerlo avremmo dovuto salire e salire e salire. Fino a quando le case in pietra, curate, dalle finestre fiorite e i portoni dotati di campanello e numero civico, hanno lasciato il posto a case sempre in pietra, ma diroccate, mezze dirute, in parte crollate. Un paese nel paese. Abbandonato, però.

Il borgo di Pesche visto dall’alto del paese abbandonato

Io e Davide non abbiamo molta familiarità con l’Urbex, cioè con la pratica di girare per edifici abbandonati e documentare i segni dell’abbandono. Però siamo archeologi entrambi, entrambi subiamo il fascino delle rovine, a qualunque età esse appartengano. E poi, diciamocela tutta, nella nostra Liguria di Ponente situazioni di questo tipo non ne mancano. Così eccoci qui, in brodo di giuggiole nello scoprire che al di sopra di Pesche, paese anche piuttosto grande alle porte di Isernia, e dal quale Isernia, laggiù in fondo si intravvede, sorge un’altro Pesche, più antico, abbandonato chissà quando e chissà perché, ma ancora in piedi e – salvo alcune sue porzioni interdette al pubblico per ovvi motivi di sicurezza dovuti a eventuali crolli – ancora percorribile.

Uno scorcio di Pesche – le prime case abbandonate

Non è un caso che Pesche abbia, storicamente, quella posizione così verticale sul pendio piuttosto scosceso del monte: controllava dall’alto, infatti, il tratturo che da Pescasseroli (Abruzzo) conduceva a Candela (Puglia) e appartenne nel XII secolo a Guglielmo di Pesclo, da cui il nome del borgo, chiamato anticamente Castrum Pescla, a indicare un luogo ricco di pietra da costruzioni. Il castello era della tipologia a recinto, non particolarmente diffuso in Molise, quanto piuttosto in Abruzzo: il castello cioè non occupa la cima del monte, ma solo il pendio e ne cingeva i confini antichi con torri e mura che per superare il dislivello raggiungevano anche i cinque piani di altezza. Un disegno ardito, non fine a se stesso, ma dalle spiccate esigenze difensive; e infatti tra torri, torri rompitratta lungo le mura e una torre cilindrica ulteriormente rafforzata da uno zoccolo a scarpa, il castello doveva essere inespugnabile.

Superando la porta aperta nelle mura del nucleo più antico del Castrum Pescla, ci troviamo su una piazzetta/terrazza che ancora una volta ci riconnette con l’ambiente e il territorio circostante. Ma a interrompere la visione a 180° sono 5 croci, poste nel Settecento, chiamate Croci Stazionarie, in pietra, ognuna diversa da quell’altra, ma che rendono ancora più suggestivo il luogo (posso solo immaginare al tramonto: noi però non abbiamo aspettato, anche perché si sarebbe fatta notte nel tentativo di tornare alla base del paese).

Le croci settecentesche che affacciano sul panorama

L’esplorazione del borgo fantasma ha tutto il sapore della scoperta. Per noi due archeologi è una sorta di ricognizione: osservazione, scambio di opinioni sui particolari costruttivi e anche – quando possibile – sulle dinamiche del crollo; visitare i borghi fantasma dovrebbe essere questo: osservare, guardare con occhio analitico e attento, cercando di ricostruire a ritroso la storia dell’edificio, ma al tempo stesso emozionandosi di fronte al tempo che scorre inesorabile e che si riprende ciò che l’incuria o l’abbandono degli uomini lascia al fato. Ma anche senza essere archeologi, o senza avere una sensibilità nei confronti di edifici antichi e diruti, lo spirito dovrebbe essere sempre lo stesso: avvicinarsi con curiosità, legittima, ma accompagnata da una pari dose di rispetto e di accortezza.

Ridiscendiamo da Pesche che è quasi sera, ma siamo entusiasti all’idea di aver scoperto un luogo che è fuori dai consueti percorsi turistici. Un luogo che è per pochi e appassionati del genere, certo non adatto a un turismo massificato e – perdonatemi – caprone.

Torniamo nel nostro appartamento a Sant’Agapito stanchi, ma felici. E domani la nostra esplorazione continua: ci aspetta l’abbazia di San Vincenzo al Volturno, il cui scavo archeologico è una vera pietra miliare per gli archeologi medievisti ma anche per chi, come me, ama il bello e l’antico in qualunque sua forma.

Ecco le altre due tappe di questo itinerario in tre puntate in Molise:

Itinerario in Molise – Tappa 1: Venafro e Isernia

Itinerario in Molise – Tappa 3: San Vincenzo al Volturno e Rocchetta a Volturno

4 pensieri riguardo “Il Molise esiste! Itinerario culturale nella regione meno nota d’Italia – Giorno 2: Pietrabbondante, Vastogirardi e il borgo fantasma di Pesche

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  1. Stiamo pensando proprio di trascorrere un weekend in Molise, di cui conosciamo poco e niente! I luoghi abbandonati hanno sempre fascino per me!

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