A mezz’ora di treno da Bruxelles si raggiunge la città di Gand (Gent in fiammingo). I treni che partono da Bruxelles Gare du Midi in direzione di Gent, con fermata alla stazione di Gent-Sint-Pieters sono numerosi, anche perché Gand/Gent si trova sulla direttrice per la cittadina turistica di Bruges.
Prima di partire una premessa: come avete notato sin dal titolo possiamo chiamare questa cittadina in due modi: Gand, con nome francese, o Gent, con nome fiammingo. Siccome però ci troviamo in quella parte di Belgio che è di lingua fiamminga, al punto che le indicazioni stradali e le spiegazioni nei musei sono prima in fiammingo, poi in inglese e solo dopo in francese, preferisco utilizzare il nome di Gent.
Dalla stazione di Gent-Sint-Pieters per raggiungere quella bomboniera che è il centro storico di Gent, si può prendere un tram oppure si può fare una passeggiata a piedi di circa mezz’ora. E’ ciò che ho fatto: ho raggiunto il fiume Leie (o Lys) e risalendolo sono arrivata in centro, stupendomi della quantità di biciclette, ben superiori alle automobili che sono, anzi, quasi assenti. E in effetti il sospetto doveva venirmi quando, scesa dal treno, all’uscita della stazione mi sono trovata davanti un parcheggio di biciclette su due piani. Impressionante.
Torniamo alla passeggiata lungo il Lys. Man mano che si avanza si percepisce che il fiume è una via di comunicazione importante: giunti all’altezza del Palazzo di Giustizia – un elegante e imponente complesso neoclassico – ecco che il canale è percorso da battelli anche turistici, per chi vuole godersi Gent dall’acqua.
Gent, una città sull’acqua
Sì, perché Gent è una città sull’acqua. Il nucleo più antico della città sorge infatti alla confluenza dei fiumi Leie/Lys e Schelda. Da qui si diramano poi altri piccoli canali che creano, nell’area centrale, delle piccole isolette.
Man mano che mi avvicino comincio a intuire che dopo il prossimo ponte – Ponte San Michele – mi immergerò in un mondo completamente nuovo, anzi vecchio di qualche secolo: la Gent del XVII secolo, con i suoi palazzi eleganti, sedi di corporazioni di mercanti, le sue chiese tardogotiche in pietra scura. E i gabbiani, il cui verso stridulo riempie l’aria costantemente.
Mi rendo conto che il cuore del centro storico è davvero piccolo e che tutte le attrazioni principali sono davvero vicinissime: il castello, il campanile monumentale, le grandi chiese e soprattutto la cattedrale, distano davvero pochi minuti l’uno dall’altro.
Qui non vi illustro un itinerario. Vi racconto i punti di interesse che ho percorso e visitato (esclusa la chiesa di San Michele, chiusa per restauri quando l’ho visitata io, novembre 2025).
Innanzitutto il Ponte San Michele, punto di vista eccezionale per osservare per la prima volta il centro storico di Gent dall’alto: da qui vediamo le due sponde del Lys, Korenley e Griesley, i due lungocanale su cui affacciano, su un lato e sull’altro i più caratteristici palazzi storici risalenti al XVI e al XVII secolo. Significano rispettivamente Riva del Grano e Riva delle Erbe. Tra gli edifici della Riva del Grano segnalo la Casa dello Stoccaggio del grano Spijker, la cui istituzione risale al XII secolo e che funzionò fino alla seconda metà del XVIII secolo. Distrutta da un incendio a fine Ottocento è stata ricostruita, ma la facciata, incredibilmente sopravvissuta alle fiamme, è ancora quella originale.
Il waterfront, sia da una parte che dall’altra, è magnifico. Le case hanno le caratteristiche facciate fiamminghe, tutte finestrate, con i tetti a spioventi molto ripidi e grigi e gugliette di coronamento. Sembra davvero di immergersi in un quadro di Vermeer o di Bruegel: e la luce rarefatta, più accecante ma al tempo stesso sfumata, di questi cieli del Nord, dà l’illusione di sentirsi trasportati in un altro tempo. Per fortuna, o purtroppo, ci sono i localini turistici a riportarci direttamente e bruscamente nel presente.
Il Gravensteen, il Castello dei Conti di Fiandra
In tutto il reticolo di isolette e canali, si erge su un’isoletta una fortezza molto ben conservata che domina, oggi come allora, il panorama della città di Gent. E’ il Gravensteen, castello dei Conti di Fiandra, un edificio eretto nel 1180 sui resti di un precedente castello e che ebbe lunghissima vita, dovuta anche al fatto che nel periodo più recente – prima della musealizzazione, per capirci – divenne una manifattura di tessuti di cotone.
Il Gravensteen è aperto al pubblico e visitabile. C’è la possibilità di scegliere tra due percorsi guidati da audioguida: un primo percorso con i cinque must do, i cinque punti chiave per comprendere la storia del castello, e un secondo più articolato, in 18 punti di sosta, con più aneddoti e curiosità. Sostanzialmente, però, i due percorsi si sovrappongono. Quella con audioguida è l’unica modalità di visita, ed è necessaria per comprendere la storia del castello, anche perché nelle sale che si susseguono non vi sono spiegazioni, né in forma di pannello né di didascalia. Personalmente non amo questo tipo di percorsi, preferisco che il visitatore sia messo in condizione di scegliere se affidarsi all’audioguida o fare da solo. E questo anche perché l’audioguida è disponibile solo nelle tre lingue fiamminga, inglese e francese: chi non dovesse conoscerne nessuna cosa fa? L’audioguida, poi, è in uno stile giocoso in cui si alternano anche più voci a impersonare i vari personaggi che si sono avvicendati nel castello nel corso dei secoli. In questo modo il racconto è senz’altro meno noioso, ma non è detto che piaccia a tutti (io, per esempio, amo le audioguide fortemente didascaliche, ma è un problema mio, me ne rendo conto).
Come dicevo, il castello è molto ben conservato e altrettanto ben restaurato. In alcune sale sono poi esposte armi – una collezione di spade davvero ragguardevole – mentre lungo il percorso si trovano illustrazioni che rimandano ai tanti aneddoti raccontati nell’audioguida lunga e che servono per le attività didattiche per le scuole.
Il castello, dicevo, sorge su quello che inizialmente era un forte in legno fatto costruire alla confluenza dei fiumi Schelda e Lys da re Baldovino Braccio di Ferro per difendersi dalle incursioni vichinghe nell’867. I Vichinghi lo conquistano ugualmente un decennio dopo. Ad Arnolfo I di Fiandra, all’inizio del X secolo, si deve la costruzione di un primitivo castello vero e proprio, attorno al quale comincerà a formarsi l’Oudburg, il nucleo più antico dell’abitato di Gent. Roberto I delle Fiandre converte definitivamente la fortezza in castello con la costruzione di un grosso torrione centrale in pietra alto 33 metri. Questo castello è già dotato di un fossato con terrapieno, di cantine e di latrine, cosa non così scontata. Ma anche questo castello viene distrutto, e sarà ricostruito da Filippo d’Alsazia a partire dal 1180. Al centro viene posto il mastio, alto circa 30 metri, circondato di una cinta muraria dotata di 24 torrette di avvistamento e con una porta fortificata, unico accesso al maniero.
Nel XIV secolo la corte trasferisce la propria residenza in un altro castello, oggi distrutto, ma il Gravensteen mantiene il suo ruolo politico e gestionale e dal 1353 ospita la zecca di Gent. Nel 1539 qui si installa l’imperatore Carlo V per sopprimere una pesante rivolta scoppiata in città. Dopodiché una parte del castello diviene prigione. In particolare quella che un tempo era la cappella diviene luogo di tortura ed estorsione delle confessioni ai condannati, legati a una delle colonne più vicine all’altare. Segue poi la conversione del castello in manifattura per la tessitura del cotone, cui seguirà nel corso dell’Ottocento l’abbandono e la proposta di demolizione. Per fortuna vi fu opposizione e verso la fine del XIX secolo il comune di Gent, dopo aver acquistato il Gravensteen ne avviò il recupero e il restauro.
Oggi si può percorrere pressoché tutto, compreso il camminamento di ronda sommitale e lungo le mura e le sue torrette, intorno al fossato. Tra gli ambienti si segnala la già citata cappella, molto ben conservata, un salone animato da pesanti colonne e bei capitelli che creano belle volte a crociera sul soffitto, alcune sale con maestosi camini, unica fonte di calore nei lunghi, umidi e gelidi inverni fiamminghi.
Le chiese di Gent
Lo stile gotico a Gent la fa da padrone. A partire dal Beffroi, la torre campanaria che in realtà è un edificio civile, simbolo del potere comunale, guglie e cuspidi dominano lo skyline della Gent medievale.
Ma se si parla di gotico si pensa subito alle chiese. Le tre principali nel centro storico di Gent sono San Michele, San Nicola di Bari e la cattedrale di San Bavone. San Michele si trova alla base del ponte che da San Michele prende il nome: un grande edificio tardo-gotico attualmente (novembre 2025) chiuso per ingenti lavori di restauro, ma che al suo interno custodisce alcuni capolavori d’arte.
La chiesa dedicata a San Nicola di Bari sorge alle spalle del Korenley, sul Korenmarkt, il mercato del grano (non a caso). E’ la chiesa più antica della città, e la sua caratteristica architettonica principale consiste in una torre-lanterna posta sulla crociera principale del tetto, al posto del canonico campanile laterale. Costruita a partire dal 1225 coi proventi dei traffici commerciali fluviali, in particolare del grano, fu dedicata a San Nicola di Bari in quanto protettore dei marinai, dei panettieri e dei commercianti. La chiesa seguì i secoli di prosperità di Gent; quando invece l’importanza della città venne meno, anche la chiesa cadde nell’incuria cui si aggiunsero problemi di stabilità nel XVII secolo che comportarono lavori di consolidamento e di rifacimento degli interni: per questo motivo oggi l’altare maggiore è barocco, mentre le basi delle colonne delle navate furono interrate e il pavimento innalzato.
Infine la Cattedrale di San Bavone, eretta nel 1229, vero capolavoro di architettura gotica. La sua costruzione fu molto lunga, e potè dirsi conclusa solo nel XVI secolo. La facciata si presenta come un’immensa e alta torre. Sembrerebbe tozza, da fuori, ma entrando, la navata centrale altissima con i lunghi e folti pilastri che vanno a sostenere una sequenza lunghissima di volte a crociera rende giustizia del senso di ariosità proprio dello stile gotico. Il vero capolavoro di questa cattedrale però non è architettonico, ma è un gioiello della storia dell’arte fiamminga ed europea di tutti i tempi: il Polittico dell’Agnello Mistico, realizzato dai fratelli Van Eyck. Ne parliamo a parte, perché merita.
Il Polittico dell’Agnello Mistico
Premessa: mentre percorrevo il Lys in direzione del centro storico di Gent, mi è venuto un flash: mi sono ricordata dei Monuments Men e delle loro imprese in Belgio durante la II Guerra Mondiale, per salvare e poi recuperare le opere d’arte cadute nelle mani naziste. Ricordavo della Madonna di Bruges di Michelangelo, ma avevo il sentore che anche a Gent vi fosse qualcosa. Santo Google è venuto in mio soccorso e mi ha detto che avevo ragione: l’opera che i Monuments Men hanno salvato è il Polittico dell’Agnello Mistico dipinto dai fratelli Hubert e Jan Van Eyck tra il 1426 e il 1432. Dei due pittori, Jan Van Eyck è senza dubbio il più noto, anzi è tra i pittori fiamminghi più importanti, accanto a nomi come Pieter Bruegel il Vecchio o Peter Paul Rubens o Anton Van Dick. Van Eyck, come Rubens e Van Dick, lavorò presso molte corti europee e anche in Italia (a Genova, per esempio), il che ha contribuito alla sua fortuna presso la critica d’arte internazionale del Novecento. Così l’opera era nota ai gerarchi nazisti incaricati di andare a rapinare cattedrali e musei per raccogliere la più grande collezione di opere d’arte mai vista e desiderata dal Fuhrer per il suo mai realizzato grande museo di Linz (una mostra dedicata al tema si è svolta alle Scuderie del Quirinale qualche anno fa). Rubata e nascosta in una miniera di sale tra Austria e Germania, l’opera dei fratelli Van Eyck fu recuperata dai Monuments Men alla fine della II Guerra Mondiale e restituita al Belgio subito dopo.
Si tratta di un polittico monumentale e apribile, composto da 12 pannelli disposti su due registri, e dipinto sia all’esterno che all’interno, in modo che potesse essere ammirabile anche da chiuso.
La scena principale, a polittico aperto, è quella centrale: in un grande prato in mezzo a schiere di santi si colloca l’altare con l’agnello mistico, simbolo di Cristo e della Resurrezione. Davanti ad esso è la fontana della vita, mentre intorno si collocano gli adoratori divisi in quattro gruppi: i pagani e gli scrittori ebrei; i papi e i santi; i martiri; le martiri.
Al di sopra di questa, che è la scena principale, si collocano tre pannelli nei quali compaiono Gesù (o forse Dio), la Madonna e San Giovanni Battista. Sui pannelli laterali, Adamo da una parte ed Eva dall’altra sono all’estremità, seguono gruppi di angeli musici e cantori; nel registro inferiore giungono ad adorare l’Agnello i Buoni Giudici, i Cavalieri di Cristo, gli Eremiti e i Pellegrini: ciascuno di loro occupa un pannello.
Questo è il polittico aperto. Da chiuso la scena principale è occupata da un’Annunciazione: in un ambiente casalingo in cui prevalgono i toni caldi degli ambienti in legno e con una finestra che guarda su una città all’esterno, si pongono da una parte l’arcangelo Gabriele e dall’altra la Madonna, biondissima e sovrastata dalla colomba dello Spirito Santo. Al di sotto si collocano Giovanni Battista e Giovanni Evangelista, raffigurati come statue e i due committenti, marito e moglie, del polittico: Oos Vijdt e Lysbette Borluut.
Nel polittico chiuso prevalgono i toni caldi e scuri del bruno e del rosso; ma il polittico aperto è un trionfo di colori vivaci, a partire dal verde del prato e del paesaggio, l’azzurro del cielo, la veste rossa sgargiante e oro del Cristo benedicente che domina ogni cosa e in generale le vesti dei vari anche minuscoli personaggi raffigurati che contribuiscono a dare vitalità all’intera rappresentazione. Una menzione speciale meritano poi certi volti: quello del Cristo (Dio) che fissa l’astante in un misto di austerità e bontà, e quello della Madonna accanto a lui, la dolcezza del cui sguardo, per quanto rivolto verso il basso, non può non colpire.
Non so, sarà l’illuminazione suggestiva (nel buio dell’ambiente sopraelevato al di sopra dell’abside, alle spalle del grande coro della Cattedrale), sarà che mi era appena tornata alla mente la vicenda del suo furto e del successivo recupero durante la II Guerra Mondiale, ma trovarmi al cospetto di questo capolavoro dell’arte fiamminga e con – devo dire – pochi altri visitatori – mi ha commosso.
Commuove un po’ meno il prezzo: 16 € nei quali sono compresi, oltre alla vista del polittico, anche altre esperienze come un visore per realtà immersiva (del quale io però non ho goduto, per mancanza di tempo e anche perché non amo particolarmente questo genere di cose). In ogni caso il Polittico dell’Agnello Mistico è un’opera d’arte davvero d’impatto. Per noi italiani, abituati ai vari Michelangelo, Raffaello e Giotto, male non fa guardare cosa succedeva altrove in Europa dal punto di vista del gusto e della tecnica artistica, e imparare ad apprezzare.
Su youtube ho pubblicato un breve short in merito:
La mia passeggiata a Gent termina qui, con gli occhi ancora pieni dei colori vividi del polittico dei fratelli Van Eyck. Ritorno alla stazione di Gent-Sint-Pieters nuovamente a piedi (mezz’ora circa) e riprendo uno dei numerosissimi treni che viaggiano in direzione di Bruxelles, destinazione Bruxelles Midi.
Spero con questo post di aver dato un assaggio della particolarità di Gent, cittadina del Belgio turistica, ma certo meno nota rispetto a Bruges o ad Anversa. Per la sua vicinanza a Bruxelles e per la sua posizione rispetto a Bruges è invece molto ben collegata e facilmente raggiungibile e le si può tranquillamente dedicare una giornata nel corso di un viaggio in Belgio.
























Ho soggiornato per vari giorni a Gand grazie ad un sitting, e per me è una delle città più belle del Belgio. Tra l’altro all’epoca alcuni pannelli del Polittico erano in restauro nel museo e si poteva vedere le restauratrici al lavoro: sarei rimasta ore a guardarle! La visita al castello è divertentissima.