Che poi non si capisce perché Pompei sia la città romana più famosa addirittura di Roma. Cioè, si capisce, ma magari ne parliamo dopo. In questo post, alla luce della mia ultima visita a Pompei, 20 settembre 2025, grazie a un’escursione organizzata da Muri per Tutti della mia amica Valeria Di COla registro qui, a mo’ di diario e di appunti, ciò che c’è da sapere quando si pianifica una visita.
La domanda più ricorrente che senza dubbio ci si fa è: quanto ci vuole per visitare Pompei? La mia risposta è: il tempo che ci si sente, nel senso che è indubbiamente un impegno fisico non indifferente, perché si tratta di percorrere una città antica, esattamente come si visita una città moderna, con la differenza che a Pompei si entra pure nelle case private. Ci si può impiegare una giornata, anche di più se si vogliono includere le ville, come la Villa dei Misteri o Oplontis, la villa di Poppea, o Boscoreale: allora il tempo si dilata enormemente.
Visitare Pompei: quale biglietto scegliere
Premesso che i ragazzi fino a 18 anni hanno ingresso gratuito e i giovani fino a 25 anni hanno il ridotto a 2 €, come in tutti i siti e musei statali, le tariffe del Parco archeologico di Pompei variano in funzione di cosa si vuole vedere e in quanti giorni si è disposti a farlo. Il biglietto basic, che riguarda solo gli scavi della città (e non è poco) di Pompei è giornaliero e costa 18 €; se nella visita giornaliera si pensa di voler includere le ville suburbane, cioè Villa dei Misteri, la più nota, e la Villa di Boscoreale col suo Antiquarium, il costo sale a 22 €, col biglietto Pompei+: la domanda vera è, in questo caso, se davvero in una giornata si possa riuscire a fare tutto.
Se si vuole vedere veramente tutto e con calma, ecco che il Parco archeologico di Pompei ha messo a disposizione il biglietto 3 Days, della durata di, appunto, 3 giorni, in cui oltre a Pompei, Villa dei Misteri e Boscoreale, si raggiunge anche la Villa di Poppea a Oplontis e una serie di altri siti. Sul sito web del Parco archeologico di Pompei è specificato tutto.
Io in questo post vi parlo solo dell’Area archeologica di Pompei (che non mi pare poco). Iniziamo con le info utili per raggiungere la città antica e per sopravvivere al suo interno.
Raggiungere Pompei da Napoli
Il modo migliore per raggiungere Pompei è in treno da Napoli. Esistono due linee, il regionale di Trenitalia che ferma a Pompei, e poi c’è la Circumvesuviana, tanto vituperata, ma in realtà funzionante, che su Pompei fa viaggiare due treni, uno che potremmo definire express, con capolinea Sorrento, che ferma a Pompei, presso l’ingresso degli scavi di Pompei Porta Marina, e uno con capolinea a Poggiomarino, che fa tutte le fermate lungo la tratta e che è utile a chi vuole iniziare la propria visita dall’anfiteatro di Pompei. Si può fare il biglietto tranquillamente in stazione alle macchinette o presso lo sportello, direttamente a Napoli Porta Garibaldi, che si raggiunge direttamente a piedi in pochi minuti dalla stazione FS di Napoli Centrale.
Il treno nel finesettimana è ovviamente molto affollato. Attenzione, come sempre, ai “pickpocket” cioè ai ladri, e ai “rattusi”, cioè gli sbandati. Se volete farvi un’idea, ironica, seguite su facebook “Circumvesuviana. Guida alle soppressioni e ai misteri irrisolti“.
Gli scavi di Pompei: i must do, ovvero i 5 luoghi non scontati da vedere assolutamente (e vi spiego perché)
Pompei è famosa per alcune cose: le sue case affrescate, i suoi lupanari, il Vesuvio che incombe sulla città, Via dell’Abbondanza. Ma al suo interno si possono seguire infinite narrazioni a seconda di quale sia il proprio interesse. Oppure si può stabilire a priori il proprio itinerario, consultando il sito web del Parco archeologico di Pompei e decidendo cosa ci possa interessare e cosa no. Oppure affidandosi all’istinto.
Un appunto: diciamo che la pannellistica di Pompei non è degna dell’importanza del sito. Perciò il consiglio è quello di acquistare, oltre al biglietto, l’audioguida. Lo so, sono soldi in più, ma non credo che abbia senso vagare senza meta per una città sconosciuta entrando di tanto in tanto in un edificio e non sapendo di cosa si tratta. Per pascolare così, allora tanto vale non andarci proprio.
Dopo queste doverose premesse ecco alcuni must do, che certo non esauriscono la complessità di Pompei, anzi, ma che sono i luoghi – a parer mio – interessantissimi ed essenziali per comprendere la città e le sue peculiarità. In questo percorso io entro dall’ingresso presso l’Anfiteatro ed esco dall’accesso di Porta Marina.
1 – Anfiteatro
L‘anfiteatro di Pompei è noto per due ragioni. Una storico-archeologica: in questo anfiteatro – e fuori – ebbe luogo una rissa di proporzioni devastanti tra Pompeiani e Nocerini (abitanti di Nocera), un vero scontro tra hooligans di 2000 anni fa che ebbe come risultato quello di interdire l’uso dell’anfiteatro di Pompei da parte di Nerone, e che lasciò gloriosa eco in un affresco che illustra con notevole freschezza proprio questa battaglia tra due opposte tifoserie. Non abbiamo inventato niente, noi moderni: manco i cori da stadio e gli ultras.

L’anfiteatro di Pompei non è neanche tra i più grandi noti per l’età romana, anche perché Pompei (e qui sfatiamo il primo falso mito) non era questa città così grande. Era una città sicuramente scelta da famiglie di alto livello economico, ma solo dopo che Lucio Cornelio Silla, dopo la Guerra Sociale all’inizio del I secolo a.C., qui ebbe installato i suoi veterani che di fatto soppiantarono completamente gli antichi abitanti di etnia sannita; città ricca e prosperosa, dunque, vicino al grande porto di Pozzuoli, ma certo non paragonabile a Ostia (gnègnè) che era più grande, sicuramente ancora più florida nel I secolo d.C., floridezza di cui abbiamo scarse testimonianze, però, perché a differenza di Pompei, Ostia continuò a vivere e a crescere nei secoli successivi. Pompei invece si para davanti ai nostri occhi come una fotografia di come si presentava il 24 agosto del 79 d.C. prima che il Vesuvio (il temuto Vesuvio, considerato una divinità e chiamato perciò Iovis Vesuvius) eruttasse ponendo fine alla vita sua e di tutti i suoi abitanti.
PS: per saperne di più sulle differenze tra Ostia e Pompei segui questo link in cui te le spiego.
Tornando all’anfiteatro: era non grande, però accanto ad esso sorgeva una grande palestra gladiatoria, che oggi è lo spazio destinato alle mostre temporanee. E l’anfiteatro, famigerato nell’antichità per via di quella famosa rissa, oggi è famoso in tutto il mondo per via dello storico concerto dei Pink Floyd che qui si è svolto nel 1972: evento epocale ricordato con i brividi ancora oggi.
2 – I Praedia di Giulia Felice
Cominciamo a immergerci nelle vite private degli abitanti di Pompei. Lasciamo dunque l’anfiteatro e incappiamo in un isolato completamente occupato da una proprietà privata, quella di Giulia Felice: una casa con ampio giardino, curatissimo, e piccolo impianto termale annesso che, proprio sotto Giulia Felice, fu aperto al pubblico. Le terme per i Romani erano un’importante occasione non solo di igiene personale, ma anche di incontro, di pubbliche relazioni e di relax. Giulia Felice, erede di un intero isolato, decise di mettere a frutto quel bene, cioè le terme, che sarebbero state sprecate se utilizzate solo ad uso familiare. Alle terme i clienti, ovviamente paganti, accedevano dall’ingresso su via dell’Abbondanza. Ed è questa la via che percorriamo ora.
3 – Casa della Venere in conchiglia
Le domus pompeiane meglio di altre rivelano la loro natura di spazi nei quali gli edifici si dispongono intorno a un cortile/giardino centrale. Questo perché le case pompeiane non hanno finestre verso l’esterno, e l’unica fonte di luce naturale può avvenire attraverso un ampio spazio aperto – cortile e possibilmente giardino – dal quale filtri la luce. Negli ambienti chiusi l’illuminazione era affidata alle lucerne, ma la luce naturale era fondamentale all’epoca, perciò le case pompeiane (e romane in generale contemporanee) erano progettate in modo da essere illuminate il più possibile risparmiando sull’olio delle lucerne.
Naturalmente non è il giardino la cosa più eclatante di questa casa. Piuttosto, è quella Venere che davvero sta in una conchiglia, a simboleggiare il momento della nascita della dea dalla spuma del mare. L’affresco occupa l’intera parete di fondo del giardino della domus e si compone di tre pannelli: in quello centrale c’è per l’appunto Venere nella conchiglia, semisdraiata e con una gamba innaturalmente piegata. Nel complesso però diciamo che questo difetto si perde, perché l’affresco è davvero molto bello. Ai lati si trovano da una parte un bel Marte, mitologico amante di Venere, mentre dall’altra ci affacciamo su un bel giardino con una piccola fontanella cui si abbeverano uccellini. La qualità, se confrontata con ben altre pitture pompeiane, non è delle migliori, tuttavia riesce ad essere molto evocativa. E poi, oh, sfido chiunque di voi ad avere una parete di casa affrescata a questa maniera.
4 – Casa del Frutteto
Aperta in anni recenti – post covid – al pubblico, questa domus è davvero una sorpresa. Deve il nome ai suoi due cubicoli – piccoli ambienti privati – decorati sulle tre pareti con il tema della pittura di giardino. Cosa si intende con pittura di giardino? Si tratta di un motivo decorativo molto elegante ed esuberante che evoca sulle pareti un giardino lussureggiante, in cui non solo le piante, gli alberi carichi di frutti, i fiori variopinti, riempiono lo spazio, ma anche anche gli animali che si possono incontrare in un giardino: uccellini, ma anche lucertole e serpenti. E poi ci sono gli arredi, che in questo caso sono statuette di divinità egizie, il che fa pensare che il proprietario della casa fosse devoto a Iside.
Dicevo, i cubicoli sono due. Il primo è più naturalistico, mi si consenta il termine: le piante si trovano in un giardino, il colore di sfondo evoca l’azzurro del cielo, sembra di stare all’aria aperta e la pittura, nelle sue dimensioni più ristrette, ricorda molto da vicino una pittura con analogo soggetto molto più famosa, proveniente dalla Villa di Livia a Prima Porta esposto al Museo Nazionale Romano di Palazzo Massimo alle Terme a Roma.
L’altro cubicolo è, se possibile, ancora più elegante: l’eleganza data dallo sfondo nero sul quale si stagliano le piante rigogliose, con quell’albero di fico nel pannello centrale, attorno al quale si attorciglia un serpente: semplicemente adorabile.
5 – Casa dei Vettii
Stupenda. Non ho altre parole per definirla. Per raggiungere la Casa dei Vetti bisogna abbandonare Via dell’Abbondanza e inforcare una traversa che di isolato in isolato si restringe fino ad arrivare all’ingresso della casa, dove un Priapo particolarmente esuberante ci invita a entrare.
E menomale che seguiamo la grossa “freccia” che Priapo ci mostra, perché all’interno questa casa si rivela un vero gioiello. Intorno a un cortile si srotola la casa, con i suoi ambienti privati e di rappresentanza. L’ambiente più bello, dipinto su fondo rosso cinabro, è un oecus, cioè la stanza di ricevimento, che porta un fregio su fondo nero con amorini che fanno cose, dedicandosi alle arti e non solo, e che mostra in alcuni pannelli coppie divine famose, come Perseo e Andromeda, per esempio.
Oddio, ho detto che l’oecus è l’ambiente più bello. Ma che dire dei due ambienti nei quali ricorrono, su ciascuna delle tre pareti, altrettanti quadri che raccontano miti più o meno noti e che rivelano l’evidente alto livello culturale del committente nonché proprietario della casa? In un ambiente abbiamo nella stessa stanza Ercole bambino che uccide i serpenti inviatigli da Giunone per ucciderlo, lei che vuole indirettamente punire Giove, padre del bambino, per il tradimento (l’ennesimo, tra l’altro); Penteo, re di Tebe, assalito e ucciso dalle Baccanti perché si era opposto all’intriduzione del culto di Dioniso, dio dell’ebbrezza e del vino, nella città; e poi c’è l’efferato supplizio di Dirce, mito molto complesso nel quale la protagonista, Dirce, colpevole di aver tramato contro la figliastra, cerca di mettere contro i figli legittimi la vera madre salvo poi fare la stessa fine, cioè essere squartata, legata a un toro in corsa. Un mito, quello di Dirce, che ci racconta quanto il Patriarcato sia così connaturato nelle nostre vicende quotidiane, da risalire così indietro nel tempo ed essere giustificabile: in questo mito abbiamo infatti una giovane che suo malgrado è posseduta da Zeus e per questo abbandonata dal padre a vivere di stenti. Lei partorisce due bimbi che affida a un pastore. Solo dopo molti anni Zeus si ricorda di aver comportato qualche disgrazia alla fanciulla, sicché si fa vivo. Ma la situazione probabilmente è peggiorata, perché moglie del padre della giovane è Dirce, per l’appunto; donna estremamente intelligente e caparbia che sa che, se vuole mantenere il suo potere e i suoi privilegi, deve far fuori l’antagonista. Ecco che Dirce arriva sul monte e quasi convince due giovani ragazzi che quella donna che si aggira tra di loro va uccisa, legata a un toro imbizzarrito che se la porti via. I due giovani restano spiazzati: non sanno quale sia la verità, ma a un certo punto capiscono. E legano Dirce al toro. E sarà Dirce a fare la fine che aveva progettato per la sua giovane e inerme consanguinea.
6 – Il cantiere della Casa dei Pittori al lavoro
Qui entriamo in un vero e proprio cantiere. Visitiamo un isolato di Pompei che fu bombardato durante la II Guerra Mondiale dagli Alleati (Pompei fu bombardata dal fuoco Alleato, così come altri luoghi storici e monumentali in Italia, prima che i Monuments Men riuscissero a imporsi e a far capire che era un delitto distruggere un tale patrimonio…) e che circa 20 anni fa subì un ulteriore danno. Non è da tutti mostrare i propri cantieri al pubblico, ma a Pompei lo hanno fatto e in questo modo hanno fatto un piccolo miracolo: hanno trasformato tutti i visitatori in pericolosissimi umarell con le braccia tenute dietro la schiena, pronti a consigliare quale solvente usare per pulire, quale malta usare per le stuccature e quale strumento utilizzare per procedere con lo scavo… Al netto degli scherzi, questo settore degli Scavi è quello maggiormente attenzionato negli ultimi anni, tanto che qui Alberto Angela ha girato uno degli ultimi suoi speciali su Pompei e qui è stato girato un documentario (forse pure due o tre) dal National Geographic sugli scavi/restauri in corso. Perché a Pompei restauri e scavi vanno avanti di pari passo, com’è giusto che sia.
Essendo area di cantiere e di studi in corso qui non è consentito fotografare, né scendere al livello dei pavimenti degli ambienti, ma si può solo vedere dall’alto. Pertanto può sfuggire alla vista l‘affresco del Genius Cucullatus, un bimbo col capo coperto da un cappuccio e che assume un significato un po’ particolare: il bambino coperto da mantello e cappuccio, infatti, sta a rappresentare nel mondo romano la soglia tra la vita e la morte. In questo caso il bambino, che avrà al massimo due o tre anni, è raffigurato accanto a frutti, come il melograno e l’uva, che hanno fatto pensare al fatto che si tratti del figlio dei proprietari della casa, prematuramente scomparso, e fatto raffigurare sulla parete dell’abitazione, quale genio protettore della famiglia. Un pensiero dolcissimo e terribile allo stesso tempo, che dopo 2000 anni circa è tornato alla luce con tutta la sua potenza emotiva.
PS: non avrei saputo nulla dell’esistenza di questo affresco e della sua tanto triste quanto tenera storia se, durante quell’escursione con Muri per tutti di cui vi dicevo in apertura, non ci fosse stata la mia amica Stefania, blogger di Memorie dal Mediterraneo, a raccontarcela.
Pompei: una città fatta di tante storie
La storia del bimbo morto prematuramente e raffigurato come spirito protettore della casa è solo una delle tante storie, uno dei tanti racconti che Pompei può suscitare e suscita, in ogni ambiente di ogni domus, a ogni angolo di strada: anche solo i famosi manifesti elettorali sulle pareti degli edifici lungo via dell’Abbondanza, o i graffiti meno nobili delle prostitute che espongono chiaramente le proprie tariffe; ma anche i miti raffigurati nei singoli ambienti delle domus, che rimandano a chissà quale sistema dei valori e delle inclinazioni religiose e letterarie dei proprietari… Ogni angolo di Pompei ha un’anima, e se non ci fosse la calca delle migliaia di piedi che calpestano via dell’Abbondanza, cardini e decumani accanto a noi, forse si potrebbe provare a percepirla quell’anima. Ma poi, quando si arriva nella lunga piazza del foro e ci si volge indietro, ecco che l’anima appare: è la sagoma del Vesuvio, di quel Iovis Vesuvius che un giorno, il 24 agosto del 79 d.C., per essere precisi, decise che la vita di Pompei, della vicina Ercolano, e delle belle ville signorili e senatoriali poste lungo quel tratto di ricca costa campana, dovessero essere sepolte per sempre sotto metri di lapilli, tra atroci sofferenze di coloro che cercarono invano di salvarsi, di coloro che – fortunatamente, forse – neanche si accorsero di cosa stava accadendo e furono sorpresi in casa propria, chi a letto con la moglie, chi intento alle proprie occupazioni, e divennero in un attimo cenere.
La “fortuna” di Pompei: la sua riscoperta e la sua fama ancora oggi
Cenere. Cenere e lapilli. Diventano pietra. Roccia. Roccia che resta intonsa per 1700 anni buoni. Si conosceva la triste vicenda di Pompei perché un giovane senatore all’epoca dei fatti, con una certa indole per la scrittura di lettere all’uno e all’altro, raccontò degli ultimi istanti della vita di suo zio, un altro implacabile scrittore, e studioso, o meglio erudito, enciclopedico (se non fosse che l’enciclopedia non esisteva): Plinio il Vecchio. Costui, autore della Naturalis Historia, che è un compendio di storia e scienza di quasi tutto, era ovviamente un curioso per natura e trovandosi dalle parti del Golfo di Napoli durante l’eruzione del Vesuvio di quell’estate del 79 d.C. pensò bene di volersi avvicinare il più possibile per vederla da vicino. Io me lo sono sempre immaginato come Piero Angela, ma più con la puzza sotto il naso e meno scafato: Piero Angela non sarebbe mai stato tanto fesso da avvicinarsi all’eruzione, ma l’avrebbe guardata da lontano, dalla sua nave ormeggiata al largo, e l’avrebbe descritta così come la vedeva. Ma Plinio il Vecchio no, non si accontentava: voleva lo scoop. E c’è rimasto secco. Al nipote grafomane, Plinio il Giovane, il compito di tramandare ai posteri la morte dello zio e al tempo stesso di consegnare alla Storia la terribile vicenda di una cittadina che all’epoca sì, era bellina e nota, ma non doveva essere molto diversa da una Portofino di oggi.
Come che sia, le fonti latine hanno fatto sì che il mito di Pompei aleggiasse lungo i secoli al punto che, quando nel corso del Settecento fu finalmente individuata l’antica città sotto una coltre ormai pietrificata di lapilli, il mito di Pompei esplose con tutta la sua potenza e la sua intensità. Tutti volevano vedere Pompei. La grande stagione del Grand Tour dei giovani virgulti di buona famiglia tedeschi, francesi, inglesi e non solo vedeva in Pompei una delle mete principali! In questo sta la “fortuna” di Pompei: essere entrata nell’immaginario comune della upper class europea del Settecento e Ottocento come l’antica città rimasta intatta sotto l’eruzione del Vesuvio.
In questi anni Pompei sta vivendo dei frutti di una seconda grande ondata di “fortuna” che oggi chiamiamo turismo di massa. All’incirca 20 anni fa Pompei non versava in ottime acque, o meglio, vi era un’attenzione sopra puntata a cogliere il più minimo difetto per gridare allo scandalo. L’ennesimo crollo avvenuto durante il primo (credo) dicastero Franceschini come ministro dei Beni Culturali è stato la molla per trasformare Pompei da sfacelo a simbolo del patrimonio culturale italiano. Uno step importante è stato una grande mostra-evento al British Museum di Londra, che ha riportato in auge Pompei presso il pubblico internazionale, creando un meccanismo virtuoso di creazione del desiderio di vedere dal vivo quei luoghi, quelle domus, quelle vie basolate, quel foro cittadino all’ombra del Vesuvio.
Da lì in avanti la storia del Parco archeologico di Pompei è stata tutta in discesa, e il sito è diventato davvero simbolo dell’Italia nel mondo accanto al Colosseo e agli spaghetti, pardon, alla cucina italiana, da poco Patrimonio dell’Umanità UNESCO. Certo, c’è il lato opposto della medaglia, cioè la sovraesposizione mediatica che crea dipendenza e che ha portato in anni recenti a uscite sensazionalistiche non proprio corrette (vedi ad esempio la famosa Pizza di Pompei, su cui mi sono espressa qui); inoltre va considerata anche la sovraesposizione quotidiana a folle e folle di gente che calpesta, entra ed esce, sfiora, tocca (più o meno intenzionalmente), in ogni caso interviene su quell’equilibrio precario che è dato dall’atmosfera che agisce, e dalla capacità della manutenzione ordinaria di intervenire laddove si registrano critiche. In una parola: la sostenibilità in termini di manutenzione, di pressione antropica, di degrado. Non ci si può nascondere la testa sotto la sabbia davanti a queste problematiche, perché se non le vediamo oggi si presenteranno tra 10-20 anni con un conto piuttosto salato.
Io personalmente temo molto i Luoghi della cultura sovraffollati, ritengo che bisognerebbe fare un passo indietro e che il profitto dato dai biglietti (ammesso e non concesso che lo diano) debba essere messo da parte in favore di una preservazione dei monumenti: perché intervenire quando è troppo tardi costa molto di più del budget che possono fornire gli introiti della bigliettazione.
Perdonate il pippone finale, ma ritengo che quando si visitano luoghi di un livello tale, si debba sapere cosa si va incontro e quali sono le problematiche. La fortuna di Pompei è data dalla sua storia. Sta a noi, o meglio a chi la gestisce, a far sì che la sua fortuna sia anche il suo futuro (e viceversa).
Ho finito, Vostro Onore.
Avete mai visitato Pompei? Che impressione ne avete avuto? Me la raccontate nei commenti?




















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