Nel corso della mia precedente visita a Bruxelles avevo deciso che, se volevo vedere quanto più possibile della capitale del Belgio, avrei dovuto fare a meno, mio malgrado, dei musei. Ma alla mia seconda visita, complice anche il brutto tempo e il freddo intenso che ho incontrato, è proprio ai musei che mi sono dedicata.
In questo post ti parlo dei musei di Bruxelles che ho visitato e che, ciascuno per il suo specifico, vanno effettivamente visitati per conoscere, attraverso le loro collezioni, qualcosa di più sulla città e la nazione che li ospita.
Musée Royal des Beaux-Arts de Belgique
La Place Royale è una piazza storica di Bruxelles, che dà, oltre che sul fianco del Palais Royal, anche su due importanti musei della capitale del Belgio, il Musée Royal des Beaux-Arts e il Musée Magritte i quali sono collegati da un passaggio interno che consente quindi di visitare con un biglietto cumulativo entrambi i musei senza dover uscire e rientrare. Molto comodo.
Il Musée Royal des Beaux-Arts espone principalmente opere d’arte fiamminga – e in minima parte europea – dal tardo medioevo in avanti, con un focus importante sui cosiddetti “Old masters” tra i quali si annoverano i pittori fiamminghi del Tre-Quattrocento, tra cui i fondamentali Bruegel, Peter Vecchio e Giovane, e Ian, Vecchio e Giovane, nonché Rubens, Van Eyck, Van Dick e tanti altri.
Una grande hall al piano terra immette alla pinacoteca vera e propria che si trova al piano superiore. Prima di salire, però, un’aula immersiva approfondisce le opere di Peter Bruegel il Vecchio con un videomapping particolarmente ben riuscito, che analizza fin nel dettaglio le opere che poi vedremo dal vivo nella sala dedicata al pittore e a Peter il Giovane (che curiosamente ripropone spesso gli stessi soggetti).
Una piccola sezione è dedicata all’arte contemporanea (ma ammetto che non la amo particolarmente e quindi ho sorvolato…). Volevo sottolineare invece un’iniziativa interessante, che è nata sottoforma di mostra nell’inverno 2025-2026, ma che spero proseguirà oltre le date dell’esposizione: si intitola “Art X Gender” e mira a mettere in evidenza le opere dell’esposizione permanente che in qualche modo hanno a che fare con gli stereotipi di genere, a partire da quello della violenza e della prevaricazione del maschio sulla femmina. Un esperimento interessante, che punta a porsi davanti alle opere e a guardarle per davvero, soffermandosi a riflettere su cosa l’artista volesse rappresentare e su quanto – in certi casi – volesse denunciare o sensibilizzare, oppure limitarsi a registrare. Ne ho parlato più diffusamente in un post sul mio blog “Generazione di archeologi” che si occupa anche di tematiche di museologia (nonché, seppur in minima parte, di gender studies…).
Focus: Paesaggio invernale con pattinatori e una trappola per uccelli, di Peter Bruegel l’Ancien (1565)
Non è facile scegliere una tra le opere di Peter Bruegel il Vecchio (o L’Ancien, o ancora The Elder, a seconda della lingua in cui lo si chiami), artista che amo particolarmente per più di un motivo: innanzitutto per la sua capacità di inserire nelle sue opere dettagli minutissimi, tanto da costringerti a osservarle per lunghissimi minuti; poi perché spesso nelle sue opere vi è un intento morale, una critica agli umani vizi e una condanna al male, così che spesso troviamo figure grottesche trattate con grande ironia; infine perché spesso le sue rappresentazioni sono talmente corali che solo leggendo il titolo si capisce dove bisogna indirizzare lo sguardo (e non è detto che a uno primo sguardo si trovi!) per trovare il protagonista della scena.
Il Paesaggio invernale con pattinatori è una delle opere più note di Bruegel; nella sala immersiva al piano della hall del Musée des Beaux Arts un videomapping consente di approfondirne la descrizione, facendo notare certi dettagli – quali la trappola per uccelli – che difficilmente uno spettatore, a maggior ragione se poco concentrato, nota.
Quest’opera è solo apparentemente gioiosa: i pattinatori sul ghiaccio, infatti, rimandano, a un primo sguardo, a un momento di festa e di gioco, dato dal fiume ghiacciato che consente di pattinarvi sopra, di giocarvi a hockey o addirittura a curling (o a un suo antenato molto simile); ma la presenza di quei due corvi che osservano la scena in primo piano, posati su rami secchi deve allarmare: perché sì, pattinare e giocare sul ghiaccio è divertente, ma è un attimo che si possa rompere e trascinare giù il malcapitato pattinatore. Inoltre un paesaggio ghiacciato implica un inverno rigido e d’inverno, si sa, nelle campagne le condizioni di vita sono più dure, la natura non dà frutto e si rischia di patire la fame. Per questo gli abitanti del villaggio hanno approntato una trappola per uccelli: è quella tavola di legno, posta di lato, ma circondata da volatili, che non si nota minimamente se non la si cerca.
Così questo paesaggio innevato improvvisamente rivela tutta la durezza dell’inverno, la fame, il pericolo, la tristezza: l’atmosfera è giallo-grigiastra, non è tersa, ma piuttosto lattiginosa e tutti quegli alberi spogli, come stecchi neri e appuntiti, non aiutano a dare l’impressione di un giorno di festa.
Musée Magritte
Come dicevo, dal Musée des Beaux-Arts si raggiunge il Musée Magritte senza neanche uscire dall’edificio. Tuttavia, non è obbligatorio e chi vuole può visitare il solo Musée Magritte accedendo dall’ingresso specifico.
Il Musée Magritte affronta la vita e la produzione artistica di Réné Magritte, artista surrealista tra i più famosi, facendoci percorrere in ordine cronologico le sue esperienze e le sue sperimentazioni su tre piani di allestimento. Si comincia dai primi anni, quando il giovane Réné si affaccia al mondo dell’arte, e quando l’incontro con l’arte di Giorgio De Chirico lo influenza e lo trasporta verso il Surrealismo.
Seguono poi alcuni focus sui temi caldi della poetica di Magritte, in particolare quello sulle parole, sul fatto che le parole sono convenzioni per descrivere oggetti, ma che non è detto che all’esterno di quelle convenzioni quegli stessi oggetti abbiano quei nomi. Ecco allora nascere il claim ricorrente “Ceci n’est pas une pipe” che indica anche che la rappresentazione di un oggetto su un altro formato (il disegno per esempio) non può essere l’oggetto stesso.
Nel percorso espositivo incontriamo molte opere di Magritte decisamente famose, mentre altre sono assenti perché – ovviamente – sono disperse nelle collezioni dei musei di mezzo mondo, soprattutto negli Stati Uniti. Scorrendo le opere esposte incontriamo dei soggetti ricorrenti: la bombetta, la sfera, l’uccello, la finestra, la bottiglia, il cielo azzurro con le nuvole bianche. Ogni volta queste figure/simbolo sono mescolate differentemente e danno vita a nuovi mondi, quasi onirici. A complicare le cose i titoli spesso non-sense di queste opere.
Focus: L’Empire des Lumières, 1954
Si tratta di una delle mie opere preferite di Magritte. Raffigura una grossa casa nella penombra, che si riflette in parte nell’acqua di uno stagno antistante, del quale i contorni non sono nitidi, ma si perdono nel buio. Un lampione davanti alla casa illumina appena due finestre; da altre due finestre aperte al piano superiore si vede la luce accesa. Fin qui sembra una scena notturna, o quantomeno al crepuscolo. Ma se alziamo lo sguardo al di sopra del tetto della casa e delle fronde degli alberi, ecco che troviamo ciò che non ci aspetteremmo: un cielo azzurro con le sue nuvolette bianche, colto in pieno giorno, dunque. Il contrasto lascia interdetti, perché non capiamo più se la scena si ambienta di giorno o di sera e questa sensazione straniante e irrisolvibile (non vi è una risposta) ci accompagnerà per tutto il tempo mentre osserveremo quest’opera.
Palais du Coudenberg
Rimaniamo su Place Royale, anzi no, ci spostiamo sulla vicina Place du Palais, sulla quale si apre la facciata del Palais Royale di Bruxelles, mentre di fronte si aprono gli ampi e ordinati giardini del Parc de Bruxelles.
Sull’angolo della piazza, troviamo l’ingresso al Palais du Coudenberg. Un palazzo che, badate bene, non esiste più, ma che fu fino al Settecento il palazzo dei Re del Belgio. Al di sopra delle sue rovine, dopo che un disastroso incendio lo distrusse completamente, fu realizzato non solo il Palais Royale attuale ma tutta Place Royale con i palazzi neoclassici che vi sono oggi (tra i quali i due edifici che ospitano i due musei di cui ho parlato più sopra).

Il percorso nel Palais du Coudenberg è a tutti gli effetti un percorso di archeologia urbana sotterranea, nel quale di volta in volta si spiegano le fasi di vita dell’intero quartiere che qui vi era prima del rovinoso incendio, la sua storia, le sue connessioni con la città circostante e infine le vicende della sua distruzione e ricostruzione in nuove forme.
Palais du Coudenberg è, ovviamente, il nome di questo primo palazzo reale, la cui costruzione è piuttosto antica e risale al XII secolo. Nel corso dei secoli il castello da fortezza fu trasformato in residenza reale fastosa fino a quel fatidico 1731 in cui andò a fuoco. Coudenberg è il nome della collina più alta di Bruxelles sulla quale il castello sorgeva, oggi Place Royale: e in effetti col senno di poi, tornando sulla piazza si percepisce il suo essere sopraelevata rispetto al resto della città.
Il percorso sotterraneo è suggestivo, si segue grazie ad un capillare sistema di pannelli che focalizzano ora un ambiente, ora una strada, ora la cappella reale, ora Rue Isabelle, un’elegante e ampia strada pavimentata che dal Palais du Coudenberg conduceva alla Cattedrale di Bruxelles. L’impressione iniziale è quella di un certo straniamento, perché naturalmente è difficile ambientarsi tra “dentro” e “fuori”, tra gli ambienti del Palais du Coudenberg vero e proprio, della Cappella e di tutti gli ambienti che si affacciano su Rue Isabelle, nonché dell’Aula Magna del Palais, cioè il sontuoso salone delle feste, della quale rimangono i sotterranei e alcuni crolli del pavimento. Certo è una visita che va fatta con attenzione, ma sono sicura che chi affronta questo percorso sotterraneo sia ben disposto a spendere del tempo nell’orientarsi anche e soprattutto rispetto al Palazzo Reale e alla Piazza attuali soprastanti.
Forse aiuterebbero di più dei videomapping lungo il percorso, che trasformino i muri attuali nelle ricostruzioni, anche arredate, dell’epoca, ma capisco che sia dispendioso oltre che terribilmente complicato dal punto di vista dell’esatta ricostruzione storica: d’altronde l’incendio e il successivo abbattimento delle macerie non ha lasciato tracce, se non in qualche eventuale dipinto/incisione/stampa d’epoca, degli arredi, degli arazzi e in generale degli interni e inventare sarebbe quanto di più sbagliato.
Musée Royal d’Art et d’Histoire
Lasciamo il quartiere del Palais Royale e ci spostiamo al Parc du Cinquantenaire, in fondo al quale si trova una quinta scenografica costituita da ampi palazzi ottocenteschi, uno dei quali ospita il Musée Royal d’Art et d’Histoire. Si tratta in realtà di un museo enciclopedico, di quelli cioè che vantano collezioni provenienti da qualsiasi civiltà e parte del mondo, per cui ha alcune sezioni che potremmo definire archeologico/etnografiche, altre più propriamente archeologiche di tipo collezionistico e altre infine – e finalmente – più attinenti l’archeologia e le arti del Belgio, dalla preistoria alle arti minori del Sette-Ottocento. Un museo – lo dico fin dall’inizio – abbastanza complicato da seguire (nonostante la planimetria a disposizione, nella quale non sono stata in grado di orientarmi), e immenso.
Lo potremmo considerare un museo della storia del mondo. Troviamo infatti una piccola collezione egizia, una collezione greca che ha la pretesa di ripercorrere tutta la storia dell’arte greca, una sezione romana frutto principalmente di collezioni e di scavi nella città siriana di Apamea; e poi andiamo nelle Americhe, con una sala dedicata agli Indiani del Nord America e diverse sale dedicate alle civiltà precolombiane e mesoamericane. Una piccolissima sezione è dedicata all’Isola di Pasqua, con un piccolo Mohai che fa bella mostra di sé (e in effetti non sono molti i musei che possono dire di possederne uno). E potrei andare avanti con altre collezioni di altre civiltà del mondo (non ho visitato le sezioni dedicate all’Asia, per esempio).
In un’ala del palazzo più nascosta, finalmente, troviamo la collezione forse più interessante, almeno per me: da una parte la sezione archeologica, che va dalla preistoria e i Celti fino ai Romani giungendo ai Merovingi nell’Alto Medioevo; dall’altra la collezione storico-artistica con pale d’altare (rétables, li chiamano qui) lignee davvero notevoli, arzigogoli incredibili di legno spesso dipinto, animati da decine di figure a raffigurare scene corali come la crocefissione o Madonne col Bambino tra santi, o ancora storie di martirio tra le più efferate, come quello di San Giorgio.
La collezione archeologica è interessante perché espone oggetti, soprattutto per quanto riguarda l’epoca preromana che per quella successiva, cioè merovingia, che non troviamo in Italia, perché espressione di culture sviluppatesi in Europa Centrale e nelle Fiandre, e dunque ben distanti da noi. Anche per l’età romana, in realtà, sono esposti reperti diversi da quelli che troviamo nei nostri musei, e proprio perché in Gallia (l’attuale Belgio ricadeva nelle famose Gallie) i locali elaborarono in forme proprie l’arte e l’artigianato romani, nonché le iconografie artistiche e le rappresentazioni religiose. E’ questo il bello di visitare musei archeologici con collezioni romane al di fuori dell’Italia: possiamo vedere come la Romanizzazione abbia portato dei caratteri comuni in tutto l’Impero, ma come essi siano stati variamente declinati a seconda dei luoghi e delle popolazioni locali. Sicuramente, però, la collezione di oggetti merovingi, in particolare i gioielli, è ciò che più colpisce lo sguardo: collane in ambra, fibule (spille) in oro e smalti; e poi armi per i guerrieri. E che guerrieri: nel museo sono ricostruite le sepolture, complete di scheletri e di oggetti di corredo, tra cui le spade e punte di lancia, di alcuni soldati merovingi nella necropoli di Harmignies, datate dal V all’VIII secolo d.C.
Focus: Rétable de Saint Georges
Più sopra citavo le pale d’altare particolarmente elaborate, che fanno parte della collezione del Musée Royal d’Art et d’Histoire, ma che prima di tutto decoravano le chiese a partire dal Quattrocento. In legno dipinto, ahimè talvolta decolorate nell’Ottocento, sono veri e propri arzigogoli stilistici, pieni di dettagli, di arditi equilibri: la pala d’altare (rétable in francese) sembra prendere vita, grazie ai rileivi talmente staccati dal fondo da essere talvolta quasi a tutto tondo.
Tra i tanti rétables esposti nella sezione dedicata all’arte medievale e cinquecentesca è difficile trovarne uno più complesso degli altri. Io però ne ho voluto scegliere uno tra i tanti (e parrebbe che ci abbia preso: è descritto come uno dei masterpiece della collezione!): realizzato nel 1493 da Jan II Borremann, uno dei più noti e capaci artisti in questo genere di opere, è in legno scuro, originariamentedipinto, ma poi ahimè decolorato, e rappresenta, in scene successive, i diversi tentativi di martirio di San Giorgio il quale – si narra nella sua agiografia – era piuttosto restìo a morire. Ma alla fine, dopo ben 7 tentativi, uno più efferato dell’altro, stancatosi di questo gioco, San Giorgio decise di morire, facendosi spiccare la testa dal collo.
Nel rétable si susseguono dunque i seguenti tentativi di martirio: la ruota; le fiamme; l’ebollizione entro un bue di bronzo; il rogo, ma legato a testa in giù; la sega dalla testa. Ma niente, il nostro santo per sette anni resiste, fino a che Dio non premia queste sue sofferenze terrene facendo sì che finalmente venga decapitato. L’artista, Jan Borremann (o Jean Borman, se preferite il francese) è uno dei più importanti scultori del legno e di rétables, originario di Louvain e attivo a Bruxelles nella seconda metà del XV secolo. Nel corso del restauro, avvenuto in anni recenti, si è appurato che Borremann era un vero virtuoso del legno: la prima scena, quella del martirio della ruota, per esempio, è ricavata da un solo blocco di legno, senza aggiunte, né perni. Ciò che ho appreso io, approfondendo quest’opera, è che Jan Borremann è un artista belga di notevole spessore, paragonabile – per il suo specifico, e per restare nelle Fiandre – a un Rembrandt per la pittura.
Nella galleria fotografica che segue vedete l’insieme e i singoli dettagli delle scene della rappresentazione: e giudicherete voi se si tratta o meno di un capolavoro…






Musei di Bruxelles: non finisce qui…
No, non finisce qui (spero), perché per lavoro tornerò (di nuovo: spero) a Bruxelles e avrò quindi modo di continuare a visitarne. Questi sono senza dubbio i musei da non perdere, i “classici”, mentre per il futuro punto ad altri musei, meno mainstream, ma più contemporanei: e non mi riferisco all’arte, ma alla società, alla politica, al dibattito pubblico. Del resto siamo a Bruxelles, se i musei non si occupano della società contemporanea qui, dove dovrebbero farlo?
























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