Arriviamo a Hoi An, la città delle lanterne, di sera. Un temporale improvviso ci sorprende proprio mentre giungiamo in città. Ci sistemiamo in hotel, dobbiamo rinunciare a visitare ciò che era in programma per il pomeriggio.
Ma la pioggia si esaurisce in fretta. E così appena fa buio possiamo muoverci e uscire, in autonomia, alla scoperta di Hoi An.
Premessa: il nostro hotel, Little Gem, si trova poco fuori della città antica. La città antica è interamente pedonalizzata, per cui avere l’hotel sufficientemente vicino è un gran vantaggio. Ma sono sincera: anche fosse stato più lontano, avremmo camminato ugualmente per vedere di sera ciò per cui Hoi An è famosa: il fiume che la attraversa illuminato dalle barche accese di lanterne variopinte.
Come al solito, io arrivo nei luoghi, nelle città, totalmente impreparata. Così arrivare nella città vecchia di Hoi An col favore delle tenebre, ma con l’illuminazione assicurata dalle lanterne e da quel grande mercato che è, è un colpo al cuore, un vero colpo di fulmine. Ma andiamo con ordine.
Hoi An, bella di notte
Per raggiungere il centro storico, la città vecchia di Hoi An, dall’hotel percorriamo una lunga via sempre dritta, su cui affacciano negozi di abbigliamento a non finire. Non sono negozi di cianfrusaglie, non sono nemmeno negozi particolarmente per turisti (tranne nei prezzi): non propongono i tradizionali Ao Dai, gli abiti femminili tradizionali, ma mettono in mostra manichini che indossano completi, abiti, veri e propri tailleur estivi di cui io (e con me Annalisa di Tre Valigie, mia compagna di viaggio) mi innamoro puntualmente! Vorrei comprarli tutti, provarli… da quelli con le fantasie più esotiche al jeans gessato… e niente, alla fine ho resistito alla tentazione ahimè. Pentendomene amaramente, tra l’altro.
Ma questo è un dettaglio. Arriviamo all’ingresso della città vecchia, pedonale. Le macchine e i motorini si fermano. Noi avanziamo a piedi. Le pozzanghere ancora non si sono asciugate, sarebbe impossibile, e forse per questo ciò che si presenta davanti ai nostri occhi diventa ancora più magico. Perché le luci che illuminano case ed edifici si riflettono nelle pozze e amplificano la luminosità di questa notte non illuminata da stelle. Ma dalla luce calda di tante lanterne.
La città vecchia di Hoi An è un centro commerciale naturale. Un grande mercato, una serie indistinta di botteghe, negozietti, che ora vendono abbigliamento, ora souvenir, ora lanterne, ora gioielli, ora ceramiche, ora lanterne, ora scarpe, ora pelletteria, ora lanterne. Sì, le lanterne sono protagoniste assolute. Una più bella dell’altra, di colori ora accesi, ora a tinte pastello, con fantasie floreali, amìnimali, geometriche… ce n’è per tutti i gusti e per tutte le dimensioni.
Vicino al mercato coperto l’atmosfera si riscalda: venditrici che si sistemano sui marciapiedi ancora umidi per la pioggia da una parte e venditrici piuttosto alterate che urlano al telefono e poi continuano, con voce alterata, a raccontare alle vicine colleghe di banco chissà quale sventura familiare. Un mondo fatto di donne: le donne di Hoi An portano avanti il mercato, con tutti i tratti quotidiani di rapporti di vicinato, di solidarietà tra colleghe, di confidenze tra pene d’amore, disagi familiari e problemi economici. Siamo tutti uguali sotto lo stesso cielo, anche se quello di Hoi An si trova a 6 ore di fuso orario da quello italiano.
Ed eccoci, finalmente, in riva al fiume. Lo vediamo perché le luci delle lanterne che decorano le barche attraccate in banchina sono quasi psichedeliche. Qui per la prima volta incontriamo soggetti insistenti che ci vorrebbero caricare su una delle barchette per fare la navigazione by night sul fiume. Ma rifiutiamo: la cosa bella è, effettivamente, vedere lo spettacolo delle luci da riva, non il contrario. E così restiamo sulla riva, per un po’, a guardare queste luci che lentamente scorrono, che animano questo fiume altrimenti fermo e nero, nero come la notte.
Al mercato contrattiamo per acquistare chi uno scialle, chi delle bacchette, chi una cintura. La contrattazione riesce sempre, le venditrici scendono di prezzo non appena facciamo il gesto di andarcene, di non essere più interessate, di non avere abbastanza contante. Fa parte del gioco, del sottile gioco del mercato: tu proponi un prezzo, io te ne propongo un altro e se non ci troviamo d’accordo posso decidere di andarmene. Allora sta a te richiamarmi e scendere a più miti consigli… è l’uso più antico del mondo e funziona così da est a ovest, da nord a sud…
A cena una chicca. il ristorante si chiama Met, è affacciato sul fiume e offre una cucina tanto variegata quanto semplice e sfiziosa al tempo stesso. In più scopro che in Vietnam si produce un vino, il Da Lat Wine: il bianco è profumatissimo, un bouquet floreale intenso che solo in parte passa nel bicchiere, ma va bene così: è la nota profumatamente alcoolica che ci vuole per assaporare questa cena al chiaro delle lanterne di Hoi An.
Hoi An alla luce del sole
C’è una canzone di Jovanotti di quand’ero giovane che ironizza sul fatto che le ragazze di notte sono più belle, le rivedi al mattino e stenti a riconoscerle… Se lo stesso può applicarsi alle città, beh, certo Hoi An di giorno perde una buona metà del fascino che assume la sera. Ma passeggiare sul suo lungofiume è ugualmente suggestivo: innanzitutto notiamo ponti, palme che adornano le rive, botteghe che la sera precedente non avevamo notato… E poi ci sono monumenti, come la pagoda giapponese sul ponte, che solo di giorno si possono apprezzare.
Ecco, la pagoda giapponese sul ponte è un luogo stranissimo. Un ponte coperto che potrebbe ricordare Rialto a Venezia, con le debite proporzioni. Perché uno pensa, vedendolo da fuori, che si tratti effettivamente di un ponte coperto, sotto il quale si passa protetti e basta. Invece, quando si passa all’interno si capisce che si sta calcando un luogo sacro. Due statue di scimmie poste all’ingresso ci dicono che in questo luogo dobbiamo smettere di agitarci, di fare fotografie e di passare come se niente fosse: ci dobbiamo soffermare, capire dove ci troviamo.
La storia di questo ponte coperto è presto detta: all’inizio del XVII secolo questo ponte fu costruito dai giapponesi che vivevano a Hoi An per favorire il commercop. Le due estremità del ponte sono guardatre da due coppie di scimmie e da una coppia di cani che proteggono il passaggio. Nei secoli siccessivi, Cinesi e Vietnamiti hanno continuato a restaurare il ponte e a renderlo agibile, e costruirono anche un piccolo tempio dedicato al “Dio imperatore del Nord”. Esso ha il tetto realizzato in tegole dal profilo a T, poste a incastro, che indicano la sfortuna e la felicità della popolazione. Questo ponte-tempio è chiamato localmente Chua Cau, che significa, per l’appunto, “ponte e tempio”. Chua Cao è anche simbolo di scambi culturali tra giapponesi, cinesi e vietnamiti, ciò che avveniva nel grande mercato di Hoi An.
(breve nota: è stato difficilissimo scrivere questo paragrafo sulla pagoda giapponese: ho provato a tradurre il pannello presente sul posto, in inglese e in francese, e vi assicuro che dicono due cose diverse, quasi opposte e in ogni caso poco sensate…)
Altro luogo degno di nota, nella Hoi An da visitare di giorno, è la pagoda che è sede della congregazione cinese cantonese. Una pagoda molto bella che ci accoglie con una fontana nella quale sguazza un allegro dragone variopinto e dagli occhi spiritati. L’intera pagoda è all’insegna del colore e delle decorazioni quasi naif. Un piacere percorrere il cortile centrale ed affacciarsi all’aula di culto vera e propria.
Infine il pranzo, che è necessario. Un altro luogo che affaccia sul fiume, si chiama Citronella, richiama l’erba spesso usata – di nascosto – nella cucina vietnamita più sofisticata.
Nei dintorni di Hoi An: il villaggio di Kim Bong
Dal lungofiume di Hoi An prendiamo un leggero battello che ci porta poco distante, ma fuori dalla città, fino all’approdo del villaggio di Kim Bong. Questo villaggio vanta una lunga tradizione di lavorazione del legno. Legno che viene scolpito, legno che viene assemblato, legno con cui si costruiscono mobili, case, le imbarcazioni che attraversano il fiume in direzione di Hoi An.
La visita a Kim Bong si rivela interessante, non tanto per la produzione artigianale in sé, quanto per il fatto che il paese si è trasformato in un laboratorio didattico vivente che accoglie scolaresche della regione pronte a imparare a lavorare il legno e a portare a casa il proprio manufatto. Mi ha fatto tenerezza: mi ha ricordato delle mie gite alle scuole elementari, e in particolare di quella volta che andammo alla centrale del Latte Alberti (Pontedassio, Imperia) e ci fecero assaggiare la panna: avevo 7 anni e quel ricordo ancora lo porto dentro. A proposito di assaggi, e tornando a Kin Bong, intercettiamo un ambulante che vende agli studenti del caramello. Impossibile resistere! Io e Annalisa ci facciamo ammaliare. A patto di perdere i denti (il caramello è dolcissimo e si attacca che è un piacere) sperimentiamo un sapore unico e ritorniamo bimbe scolare per un po’.
Diciamo che se non si partecipa a qualche laboratorio, la visita al villaggio rimane un po’ fine a se stessa. Io mi avventuro nella bottega di uno scultore del legno che ci tiene a farmi vedere certe opere magniloquenti – magnifiche, non c’è dubbio – che ha realizzato. Io però compro a malapena un portachiavi a forma di scimmia. Un po’ mi dispiace, ma davvero non saprei dove mettere certe statue lignee magnifiche di draghi, tartarughe, unicorni.
Nei dintorni di Hoi An: risaie e villaggi, bufali, motorini e promesse di matrimonio
Premessa: avremmo dovuto fare questo tour tra le risaie nei dintorni di Hoi An in bicicletta. Ma approfittando biecamente dell’infortunio di Paola (con un ginocchio inutilizzabile per via di una caduta ad Hanoi due giorni prima) sono riuscita a scamparmi il suddetto giro in bicicletta e a farlo invece in caddy. Che poi alla fine della fiera non so cosa sarebbe stato meglio: forse la bici? Non saprei. In ogni caso il giro in bicicletta – o in caddy – consente di attraversare la pianura che gravita intorno a Hoi An e al fiume Thu Bon. Una pianuta fatta essenzialmente di risaie. Le si riconoscono: appezzamenti regolari, allagati, nei quali compaiono le piantine e nei quali donne e contadini con i loro cappelli conici stanno chini – le gambe nell’acqua – per accudire quella coltivazione così preziosa. Qua e là il paesaggio cambia: una casa, una peschiera, cioè una pozza d’acqua più profonda e una rete pronta all’uso; un tizio in piedi sul sellino di un motorino: ma che starà osservando, guatando, misurando? E poi il bufalo, sul ciglio della strada, montato magistralmente da un contadino che, mostrando il didietro, ci invita a fermarci e fotografare. E’ la guida stessa che si ferma. Ma, giustamente, il contadino/attore non fa beneficienza, vuole essere pagato. Ora, è pur vero che chiede ben pochi dong (ancora meno centesimi di euro) per la sua posa, ma non è quello che cerchiamo. Ringraziamo e andiamo avanti, mentre ci accorgiamo che sul ciglio della strada c’è un piccolo altare dedicato agli antenati. Mi sembra ben più solenne e vero questo piccolo simulacro che non tutta la messinscena di un paesaggio agricolo in cui si debba scattare la foto al contadino di turno che, peraltro, ci mostra il deretano.
Infine, se si attraversa questa pianura con i suoi piccoli centri abitati,nel weekend, può capitare di imbattersi in qualche festa di promessa di matrimonio, fatta con tanto di fotografi, wedding planner, salsa da pranzo addobbata con tanto di pianobar, tende bianche di tulle e fiori rossi a decorazione. La festa si nota a centinaia di metri. I futuri sposi sono radiosi e felici, guardano con un misto di boh? e di vabbeh? noi che siamo attratti dalla loro festa. Ma sono talmente felici che se ne fregano di queste travelblogger venute da chissà dove per farsi gli affari loro. Auguro a questi giovani futuri sposi ogni bene. Chissà se in viaggio di nozze verranno in Italia…
Nei dintorni di Hoi An: attraversare il fiume Thu Bon sulle basket boat
L’esperienza più divertente, turistica, certo, ma anche interessante per noi che ancora non abbiamo effettivamente vissuto la connessione con l’acqua dei fiumi, così importante in Vietnam, è la navigazione sulle basket boat, piccole barchette circolari, del diametro di un metro e mezzo, non di più, che attraversano il fiume facendosi in parte trasportare dalla corrente, in parte contrastandola, navigando in tondo.
Prima della navigazione, occorre però dire quali altri servigi (è il caso, colonialista, di dirlo) il villaggio offre. Siamo a Cam Tranh, villaggio sulle rive del fiume Thu Bon specializzato nell’offrire diverse cose ai turisti: acqua di cocco bevuta direttamente dalla noce opportunamente aperta; pediluvio e massaggio con acqua aromatizzata alle erbe curative nel mentre che si aspetta di fare il proprio percorso nel fiume. Infine sessione di cooking class, nella quale impariamo a cucinare gli springrolls (una skill che sono certa mi si rivelerà utile nei prossimi mesi in Italia, e non sto scherzando).
Il pediluvio/massaggio è un momento abbastanza lungo nel corso del quale, se non soffrite di solletico ai piedi come la sottoscritta, vi godrete effettivamente tutti i benefici di tale pratica. A onor del vero devo dire che, nonostante di mio soffra il solletico ai piedi, salvo in pochissime puntiali occasioni, non ho patito, anzi ho beneficiato del massaggio. Se volete, potete accompagnare il massaggio con un bel cocco dal quale suggere l’acqua. Avvertenza: l’acqua di cocco sembra non finire mai e alla fine desidererete solo fare una lunghissima pipì. Storie vere di vita vissuta, quelle che vi racconto: siete avvisate.
In realtà si arriva qui, a Cam Tranh, principalmente per navigare sul fiume Thu Bon a bordo delle basket boat: piccole barchette circolari, variopinte, che scivolano sull’acqua con dolcezza. Proprio per le ridotte dimensioni, al massimo trasportano 3 persone, il barcaiolo che conduce e due ospiti. L’esperienza è naturalmente molto turistica, però piacevole. Ai partecipanti viene fatto indossare il classico copricapo conico, un po’ per fare foto ricordo divertenti, un po’ anche perché se il sole decide di picchiare è dura sopportarlo senza una protezione.
Dicevo che l’esperienza è turistica, perché effettivamente sono in tanti che – come noi – scelgono di salire a bordo di una bamboo boat. Ci troviamo a pochi km dalla foce del Thu Bon e il delta è costellato da isolotti naturali costituiti spesso solo ed esclusivamente da palme di cocco. In effetti le palme nascono direttamente in acqua e la loro disposizione crea dei canali dal basso fondale nei quali le piccole barchette di bambù si insinuano con facilità. Ma quando i canali finiscono ecco che si esce nel grande letto del fiume e il fondale è ben più alto: fino a tre metri! In questi tratti il barcaiolo fa indossare, per sicurezza, una specie di salvagente, hai visto mai che la barchetta si rovesci e l’incauto turista rischi di annegare!
Quando si arriva in questo tratto ampio del fiume ecco che la navigazione, che era stata tutto sommato placida e tranquilla fino a un momento prima, diventa una grande festa con musica scatenata e con barcaioli dalle indubbie doti da circensi che fanno roteare le barchette velocissimo sull’acqua rischiando in ogni momento di finire nel fiume. Poco più in là si può assistere a uno spettacolo un po’ più nelle mie corde: un pescatore lancia in acqua la grandissima rete che fa volteggiare in aria con gesto sicuro.
Attività eventuale che si può fare a margine di questa bella scampagnata in acqua è una cooking class: noi abbiamo imparato a fare gli springrolls con la carta di riso: ricetta semplice, certo, ma vuoi mettere la soddisfazione di assaggiare poi un autentico piatto vietnamita cucinato con le tue mani?
Hoi An: una città e un territorio che appagano i 5 sensi
Le lanterne colorate e luminose, le merci variopinte del mercato, le sculture delle pagode: Hoi An regala colori di ogni sorta, dalle tinte pastello ai colori accesi, sia di giorno che soprattutto di notte.
Le campagne fuori dalla città sono verdi delle coltivazioni, delle piante di riso che stanno crescendo; verde è anche l’acqua dei canali, delle foglie delle palme che nascono direttamente nel fiume; verdi, e gialle, e rosse, e azzurre, sono le bamboo boat che accendono di colore il placido fiume.
Di Hoi An e dintorni rimangono impressi i colori. Ma non solo, tutti i sensi sono messi all’erta. I sapori per esempio, quelli così variegati, dal delicato al vivace dei piatti della cucina vietnamita, dal pho di carne profumato con foglie di coriandolo agli springrolls pucciati nella fishsauce, dall’acqua di cocco zuccherina al caramello che brucia la gola tanto è dolce. E gli odori, di quei cibi, che non possono non stimolare una certa acquolina in bocca… Ma il profumo è anche quello dell’acqua del pediluvio, impregnata dell’aroma di foglie lasciate a macerare nell’acqua calda, e degli oli del massaggio; è l’odore acre degli incensi che bruciano nei templi e negli altari nelle case. E il tatto, quando si tocca per la prima volta la carta di riso, la si bagna e la si lavora velocemente; o quando si accarezza una scultura in legno, realizzata da sapienti mani artigiane; ma anche la sensazione al toccare le stoffe nel mercato di Hoi An, le sete con cui si confezionano gli Ao Dai, o la sorpresa nel constatare quanto sono leggere le lucerne.
Ti racconto il mio viaggio in Vietnam a partire dall’esperienza che ho vissuto con le Travel Blogger Italiane nel corso di un viaggio organizzato dal tour operator Travel Sense Asia che ha costruito per noi un itinerario variegato e ricco di esperienze e di incontri. Insieme a me Paola di Paola in viaggio, Annalisa di Tre Valigie, Veronica di Oggi dove andiamo, Cristina di Vi do il tiro, Marina di The Travelling petsitter. Ciascuna di noi sta raccontando sui propri blog il Vietnam: se vuoi approfondire, ti consiglio di leggere anche i loro racconti.






















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