Il Molise esiste! Itinerario culturale nella regione meno nota d’Italia – Giorno 1: Venafro e Isernia

Il Molise esiste eccome! Ed ha un’identità ben precisa, data dalle sue alture boscose, dai suoi centri piccoli, dai suoi siti archeologici che sono pietre miliari per gli appassionati del genere.

Ti accompagno con me in un itinerario che ho costruito facendo stazione a Isernia e partendo da lì per andare a esplorare di volta in volta un sito diverso. In questo post ti racconto l’itinerario giorno per giorno, nei prossimi post approfondirò alcuni dei luoghi, siti archeologici e borghi fantasma, che ho visitato.

Giorno 1: Venafro e il Castello Pandone – centro storico di Isernia

Partiamo da Roma in direzione di Isernia in mattinata. La prima tappa è Venafro, perché vogliamo visitare il Castello Pandone.

Il Castello Pandone di Venafro

Mi incuriosiva visitare questo castello perché attratta dalle pitture che ne decorano gli interni: cavalli, tanti cavalli, raffigurati in scala 1:1, ciascuno descritto dal nome, dall’età e dal nome dell’illustre personaggio cui fu regalato. Ma facciamo un passo indietro.

Il Castello Pandone domina la valle circostante. Un territorio frequentato sin da età preromana, che diventa Venafrum in età romana e che è occupato anche in età longobarda.

Venafro, Castello Pandone

Enrico Pandone è l’ultimo della dinastia dei Pandone signori di Venafro. Grande allevatore di cavalli – nelle sue scuderie ne possedeva 500 – amante della vita di corte e opportunista politico di non poco conto, è solito regalare i suoi cavalli più belli a nobili e altolocati per ingraziarseli e dona uno dei suoi destrieri persino all’imperatore Carlo V. Ma la sua generosità non lo salva dalla forca quando decide di tradire gli Aragonesi a favore dei Francesi, ma viene da questi abbandonato al suo destino.

Così finisce la dinastia dei Pandone e i cavalli dipinti alle pareti del suo maniero solo in parte sopravvivono ai successori possessori del castello. Ma quelli scampati alla distruzione sono espressivi, estremamente realistici, financo in 3d, perché realizzati in bassorilievo in stucco prima di essere dipinti. E sì, sono magnifici.

Uno dei magnifici cavalli che decorano Castello Pandone

La visita al Castello si articola su due piani: al piano nobile sono le sale nelle quali ci sentiamo osservati dagli intensi sguardi dei cavalli. Segue un grande salone delle feste, arredato da coloro che acquistarono il castello dopo la morte di Enrico Pandone, sulla cui cornice compaiono scene varie tra cui la raffigurazione di un uomo peruviano in bombetta e un tacchino: siamo nel corso del Cinquecento, l’America è stata scoperta da poco, ma già arrivano le immagini esotiche che suscitano curiosità nei committenti e soprattutto negli ospiti del castello.

Una piccola loggia esterna consente di ammirare il panorama su Venafro, dopodiché si accede al piano superiore, nel quale è allestita una pinacoteca che ospita opere provenienti dal territorio.

Il cavallo che Enrico Pandone regalò all’imperatore Carlo V

Visita consigliata: questo castello con i suoi cavalli è davvero unico nel suo genere.

Terminata la visita al Castello Pandone facciamo quattro passi nel centro storico, andando alla ricerca del sito archeologico del teatro romano. Che però troviamo chiuso. Anche il Museo archeologico nazionale è chiuso (ottobre 2025) per via di lavori strutturali.

Giunge così il momento di spostarci a Isernia.

Il centro storico di Isernia

Il centro storico di Isernia è stretto e lungo. Pedonale o quasi, cinto da mura, si accede dal lato della Fontana Fraterna, che affaccia su piazza Pietro Celestino. La fontana monumentale è stretta e lunga, decorata da un loggiato a colonnine, che protegge le sei cannelle, con tantissimi – se non tutti – elementi di reimpiego di epoca diversa tra cui l’età romana: capitelli, iscrizioni frammentarie, rilievi. La fontana è stata assemblata in realtà solo nel 1835, ma ha un aspetto decisamente antico dato, proprio, dagli elementi di reimpiego decisamente antichi, che rimandano al passato della città, quando in età romana si chiamava Aesernia.

Isernia, la Fontana Fraterna

Da questa piazza, su cui oggi affacciano alcuni localini, si scende ripercorrendo l’antico decumano della città. I palazzi mostrano, qua e là segni del reimpiego di antiche iscrizioni funerarie, sfruttate per il loro essere blocchi di marmo, senza guardare all’interesse per ciò che vi era rappresentato.

Ridiscendendo superiamo la piazza del Duomo e arriviamo fino al complesso di Santa Maria delle Monache, l’antico convento che ospita il Museo archeologico Nazionale di Isernia: non lo visitiamo (e non lo visiteremo) perché apre solo la mattina: per i nostri programmi non va bene. Siamo costretti a saltarlo.

Risalendo in piazza del Duomo ci accorgiamo dell’esistenza di un’area archeologica sotterranea, che va a mostrare ciò che c’era prima del duomo di Isernia: un grande tempio, risalente al III secolo a.C. del quale rimane l’imponente podio, visibile anche sul lato dell’attuale duomo lungo la strada, attuale Corso Marcelli. L’area archeologica di Isernia sotterranea è aperta al pubblico il pomeriggio: da un ingresso laterale rispetto alla chiesa, gratuitamente si scende sotto il livello attuale, fino al piano di calpestio antico. E la meraviglia è tanta. Perché scopriamo che non c’è solo un tempio, ma pure un altro, più piccolo, ma ugualmente importante. Ho descritto con dovizia di particolari questa peculiare area archeologica sul mio blog “Generazione di archeologi”: ti lascio il link se vuoi approfondire: https://generazionediarcheologi.com/2025/10/15/pietre-che-raccontano-storie-il-tempio-romano-sotto-il-duomo-di-isernia/

L’area archeologica di Aesernia romana, sotto l’attuale Duomo

Per noi, entrambi archeologi, già solo la visita a quest’area archeologica è valsa il viaggio. Ma proseguiamo, lasciando il centro storico e dirigendoci in macchina verso un’altura vicina, su cui sorge il Santuario dei SS. Cosma e Damiano, i Santi Medici le cui gesta sono affrescate sulle pareti della chiesa. Il Santuario si sviluppa a partire dal XVI secolo e a quell’epoca, con gli affreschi di Agostino Beltrano, pittore noto a Capua e a Napoli, si arricchisce di un ciclo pittorico di tutto rispetto che, con sviluppo narrativo, racconta la vita dei Santi Medici dalla nascita alla sepoltura dei due martiri dopo il loro martirio: un martirio piuttosto complicato visto che, qualsiasi fosse la pena inflitta, essi si rifiutavano di morire. Gli affreschi del Beltrano raccontano i vari supplizi: il martirio del fuoco, al quale i due santi scampano illesi, l’annegamento dal quale sono salvati dall’intervento di un angelo che li ripesca; la bastonatura, che non basta a piegarli; le frecce che non riescono a colpirli, nonostante essi siano crocifissi e dunque immobilizzati. Infine la decapitazione, alla quale i due santi si arrendono.

La cupola dipinta del santuario dei Santi Medici

Il santuario dei Santi Cosma e Damiano è un vero luogo di pace, isolato, immerso nel verde e custodito da due gatti, ribattezzati da noi giustamente Cosma e Damiano, che si sono preoccupati di seguirci ovunque entro i confini del santuario. Ciò che ci voleva per concludere la prima giornata di esplorazioni.

Per dormire abbiamo scelto il non lontano paesino di Sant’Agapito e per cenare il ristorante pizzeria Lo Zodiaco da Marco Antonilli. Ci abbiamo cenato tutte le tre sere che abbiamo dormito a Sant’Agapito. Ottimo servizio, ottima qualità, ottimo rapporto qualità prezzo. E no, non è un’ADV, ma un mio parere sincero.

Il Museo nazionale del Paleolitico

Sia io che Davide siamo archeologi, MA non siamo preistorici, per cui, al netto di alcuni rarissimi casi (come ad esempio il Museo archeologico di Finale Ligure o il sito dei Balzi Rossi, entrambi in Liguria) non è che ci appassioniamo particolarmente al tema.

Ci abbiamo provato con il Museo nazionale del Paleolitico che sorge all’ingresso di Isernia esattamente sul sito preistorico chiamato Isernia La Pineta rinvenuto durante i lavori per la costruzione della superstrada e dello svincolo, e che è un grande sito di macellazione di animali, che i nostri antenati che vivevano nell’area 600.000 anni fa. Sì, hai letto bene, ma lo scrivo in lettere: seicentomila anni fa. Il che fa di questo sito il più antico in assoluto in Italia nel quale sia attestata la presenza del genere Homo – Heidelbergensis, nello specifico.

La ricostruzione del sito di macellazione che risale a 600mila anni fa

Il Museo ha una chiara impronta didattica, è pensato cioè per accogliere le scolaresche e per trasformarsi in un’aula scolastica espressamente dedicata alla preistoria. Entrando, si percorre un lungo corridoio sul quale si sussegue una serie di grandi tavole che raccontano la storia dell’evoluzione umana in generale: molto didattica, ma inevitabilmente lo sguardo si fa distrarre dall’ampio salone sottostante, dominato dalla mole di imponenti animali preistorici che vivevano nel territorio.

Il percorso di visita invece deliberatamente evita questa ampia sala, ma volutamente si dirige in un ambiente più piccolo dov’è ricostruito il sito preistorico di Isernia la Pineta: è riprodotto il livello archeologico, sul quale sono posizionati i resti ossei di animali macellati dai nostri antenati. Alle pareti scorrono pannelli che spiegano il paleoambiente, la stratigrafia, le indagini archeologiche, gli utensili utilizzati da questi uomini primitivi. Se posso fare una critica, da nessuna parte in questi pannelli si dice che siamo in presenza di un sito frequentato dall’Homo Heidelbergensis. E questa è una pecca: sarebbe da scrivere su tutte le pareti, proprio per via della sua eccezionale antichità. Tra l’altro, è interessante il rinvenimento di un piccolissimo dente da latte appartenuto a una bambina di 600.000 anni fa. Fa tenerezza vedere il dentino di questa nostra nonnina. La fatina dei denti evidentemente non esisteva, se questo dentino è giunto fino a noi.

Ma ritorniamo e finalmente possiamo accedere al grande salone dominato da un grande megacero (antico cervo), un rinoceronte, un elefante, un bisonte. Nelle vetrine sono sistemati alcuni resti ossei e dentali a titolo esemplificativo e, nell’ottica della vocazione estremamente didattica di questo museo, la descrizione degli animali e del loro ambiente naturale.

Museo nazionale del Paleolitico – la grande hall con gli animali preistorici

Infine, lungo una parete di questo salone dedicata interamente ai bambini – sì, qui esplicitamente l’esposizione si rivolge a loro – il discorso si amplia alla preistoria della regione. E dunque usciamo idealmente da Isernia La Pineta andando a scoprire l’esistenza di altri siti importanti per la conoscenza del passato davvero più antico dell’umanità.

La visita non finisce qui: abbiamo visto prima la riproduzione in scala minore del sito, ma uscendo si può raggiungere un hangar a vetrate sotto il quale si vede il sito di Isernia La Pineta in tutta la sua estensione. Purtroppo oggi (autunno 2025) non è possibile scendere al livello della stratigrafia antica, ma dei percorsi sono predisposti ed è probabile quindi che in determinate occasioni o comunque in futuro sarà comunque possibile vedere da vicino – e non contemplare dall’alto – questo luogo talmente antico da far venire le vertigini.

Con la visita al sito di Isernia La Pineta, raccontato nel Museo nazionale del Paleolitico, si conclude questa prima intensa giornata di Molise. Appuntamento al prossimo post, in cui visiteremo i santuari sannitici di Pietrabbondante e di Vastogirardi e ci inerpicheremo su su per il borgo in salita e in parte fantasma di Pesche.

Ecco le altre due tappe di questo itinerario in Molise in tre puntate:

Itinerario in Molise – Tappa 2: Pietrabbondante, Vastogirardi, Pesche

Itinerario in Molise – Tappa 3: San Vincenzo al Volturno, Rocchetta a Volturno

11 pensieri riguardo “Il Molise esiste! Itinerario culturale nella regione meno nota d’Italia – Giorno 1: Venafro e Isernia

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  1. Passiamo spesso da Venafro e Isernia, ma non abbiamo mai approfondito la visita di queste due splendide cittadine molisane. Non sapevo infatti nemmeno che ci fosse un museo del paleolitico in zona, ragion per cui la prossima volta non mancheremo di fermarci il tempo dovuto, e approfondire la storia di questa piccola ma preziosa regione italiana.

  2. Ottime indicazioni per la regione più sottovalutata d’Italia, e non si capisce perché. Credo che il Molise offra una delle vacanze più slow e rilassanti che esistano e si mangia troppo bene

    1. Bravissima, slow è il termine giusto. E poi anche le distanze tra una meta e l’altra sono tutto sommato ravvicinate, quindi è anche comoda per gli spostamenti (certo, se si è automuniti)

  3. Effettivamente il Molise è una delle regioni italiane che ancora non ho visitato, nonostante sia consapevole che nasconda molti tesori. Un po’ troppo lontano da Milano per una vacanza veloce, ma spero di riuscire a visitarlo un giorno

  4. Vogliamo da tempo visitare il Molise, anche solo per poter dire: “Esiste, ci siamo stati”. Scherzi a parte, abbiamo già una bella lista di luoghi da visitare, ma ammetto che Castello Pandone di Venafro ci mancava, quindi ecco un’altra tappa da aggiungere al nostro itinerario. Spero di poter visitare questa regione “slow” molto presto.

  5. in effetti perché il Molise è sconosciuto, anche io non ci sono mai stata. Dall’articolo invece scopro una regione interessante e pittoresca

  6. Dai testi in rete può emergere per Venafrum un etimo di. Ventosità-magari di aria frizzante fuori da paludi?- ci sono analogie meno climatiche, come risulta per Benevento che era Maleventum?

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