Nel corso del viaggio in Vietnam #VietnamTBI2026 progettato per noi dal tour operator Travelsense Asia ognuna delle travelblogger partecipanti* aveva una sua specializzazione. La mia era l’aspetto “Heritage“, cioè l’attenzione al patrimonio culturale, principalmente storico e monumentale. Così, ho seguito con particolare interesse la visita ai siti storici di Hué, città del centro del Vietnam che fu capitale dal 1802 al 1945, anno in cui, con la dichiarazione di indipendenza da parte di Ho Chi Min il 2 settembre, fu deposto il regime imperiale e la capitale divenne Hanoi.
Prima di parlare di Hué e dei suoi siti storici, occorre fare un piccolo cappello introduttivo di carattere storico. Io stessa, giunta – lo ammetto – abbastanza impreparata – ho avuto qualche difficoltà a raccapezzarmi tra cronologie, imperatori, storia passata e recente. Così, onde evitare che chi, dopo di me, visitando Hué abbia le stesse difficoltà, cerco di fare un minimo di chiarezza sulla storia del Vietnam prima del 1945.
Brevissima storia del Vietnam
La storia più antica del Vietnam si confonde con la leggenda ed è intimamente legata, per tradizioni, religione e usanze, alla vicina Cina, della quale sempre subì l’influenza e con la quale condivide diversi aspetti sociali e culturali, come ad esempio il festeggiamento del capodanno lunare, il Tết. Dal II secolo a.C. al X secolo d.C. i territori del Vietnam furono effettivamente assoggettati alla Cina, ma dal X secolo d.C. si liberarono del giogo e il Vietnam cominciò a fiorire in maniera autonoma dal punto di vista culturale. A quest’epoca risale la leggenda – ben nota ad Hanoi – della tartaruga e della spada restituita: l’episodio del re Le Loi che per sconfiggere gli invasori cinesi ricevette in dono dalla grande tartaruga del lago una spada con la quale sconfisse i nemici. La vittoria arrivò e Le Loi, tenendo fede all’impegno preso, restituì la spada alla tartaruga del lago. Ma questa è anche l’epoca in cui sorgono i complessi monumentali più antichi, dal Tempio della Letteratura di Hanoi alla pagoda buddista Đền Quán Thánh, sempre ad Hanoi, mentre sulla Montagna dell’Acqua delle Marble Mountains, a Da Nang, sorge in una grotta la pagoda buddista di Động Linh Nham.
La storia del Vietnam scorre, più o meno senza particolari vicende degne di nota, fino al XVII secolo quando i primi missionari cattolici francesi spezzano equilibri vecchi di millenni. Già a quest’epoca essi introducono la traslitterazione degli ideogrammi cinesi in lettere dell’alfabeto latino, processo che sarà definitivamente compiuto dall’Ottocento in avanti, con l’occupazione francese dell’Indocina. All’inizio dell’Ottocento l’imperatore Gia Long unifica il Vietnam, ma già a metà dello stesso secolo i Francesi colonizzano il Paese, anche se l’ordinamento politico, con un imperatore a capo, permane. L’occupazione, per quanto abbia influenzato grandemente la società vietnamita (l’alfabeto e alcune parole acquisite nel vocabolario vietnamita, ma anche le architetture residenziali e pubbliche più eleganti e certo gusto architettonico e urbanistico che conquistò anche e soprattutto la classe dirigente) è sempre fortemente osteggiata. Si comincia a imporre la visione di Ho Chi Min di un Vietnam indipendente quando i Giapponesi allo scoppiare della II Guerra Mondiale occupano il Vietnam schierandosi contro la Francia (un aspetto, questo della II Guerra Mondiale, che effettivamente poco conosciamo, ricordando il Giappone in guerra soprattutto per Pearl Harbour e per le bombe atomiche). Infine, come dicevo sopra, il 2 settembre 1945 Ho Chi Min dichiara il Vietnam indipendente, il che però non piace alla Francia, dando il via alla Guerra di Indocina, che si protrae fino al 1954, concludendosi con la sconfitta francese. Il Vietnam si trova così diviso in Vietnam del Nord, a regime comunista, sostenuto da Cina e URSS, e Vietnam del Sud, ancora simpatizzante francese e con forti ingerenze americane in funzione anticomunista. Da qui un’escalation conduce allo scoppio della Guerra del Vietnam tra Vietnam del Nord e Stati Uniti col Vietnam del Sud. Una guerra maledetta, lunga, disastrosa, vinta comunque dal Vietnam del Nord che alla fine, pur tra disastrose orribili repressioni, riunifica il Paese.
Storia di Hué
Questa pur breve digressione storica, che mi perdonerete, secondo me è fondamentale per capire dove, quando e perché si colloca la costruzione di Hué.
Sì, perché le guide parlano di “antica città imperiale”. Ma la costruzione della cittadella imperiale, in un luogo che effettivamente era abitato da ben più di un millennio, è molto più recente. “Antico”, dunque, è un termine da prendere con le pinze. La domanda piuttosto è: perché l’imperatore del Vietnam nel XIX secolo sceglie Hué per capitale?
Innanzitutto occorre sapere che Hué fu anticamente fondata, ben prima dell’anno 1000, su base cosmologica, per via della sua posizione favorevole posta in una valle attraversata da un fiume, il Fiume dei Profumi, e protetta da 5 montagne, simboli dei 5 elementi, nonché dall’alto Passo delle Nuvole (che oggi è attraversato da un traforo stradale lunghissimo). La costruzione di una cittadella imperiale risale al 1687, quando quest’area si chiamava ancora Phú Xuân, per iniziativa di un imperatore della dinastia Nguyễn. Essa fu poi proclamata capitale. Vi furono diverse lotte dinastiche e solo nel 1789 l’imperatore Gia Long, unificando un Vietnam da sempre diviso, fece di Hue la capitale. Iniziò con lui, nel 1804, la costruzione di una nuova cittadella, orientata secondo le indicazioni di geomanti ed esperti di Feng Shui, di dimensioni e geometrie impressionanti: la grande cinta di mura più esterna era (è) a sua volta circondata da un fossato lungo 10 km. Inutile dire lo sforzo in termini di fatica umana che un’opera del genere comportò. La cittadella fu costruita perpendicolarmente al Fiume dei Profumi e il palazzo imperiale al suo interno, invece di trovarsi al centro di anelli concentrici, fu collocato verso il lato più vicino al fiume e circondato da una seconda cinta muraria. All’interno di queste mura trovano poi una serie di cortili, palazzi e padiglioni destinati di volta in volta alle concubine, ai mandarini, alla Regina Madre.
Oggi visitando la cittadella imperiale di Hue vediamo un complesso immenso, magniloquente, che davvero poteva essere il paradiso incantato dell’imperatore e della sua corte. Ma la guida di tanto in tanto avverte: quello che vediamo noi oggi è frutto di ricostruzione, laddove si è deciso di ricostruire, dopo i bombardamenti nel corso della Guerra del Vietnam. Qualche porzione addirittura – ritenuta forse meno degna di investimenti – è stata tralasciata (ad esempio una parte del quartiere destinato alle donne); ma per la maggior parte è stato tutto oggetto di ricostruzione ex novo, basandosi sull’aspetto precedente. La ricostruzione totale di monumenti decadenti, distrutti o degradati è in Asia, dall’India al Giappone passando per la Cina e il sud est asiatico, una pratica corrente, laddove in Occidente ci si pensa due volte prima di ricostruire ex-novo un monumento e si ha, soprattutto, il culto della rovina: voi pensate se il Colosseo non avesse l’aspetto attuale, ma fosse stato ricostruito secondo l’aspetto (ipotetico) che aveva anticamente e se tutti i monumenti o le città antiche – Pompei, Ostia, ma anche le più piccole Luni, Minturno, Roselle, Alba Fucens, per dirne alcune – fossero tutte ricostruite per intero: a noi farebbe l’effetto di un falso storico. In Oriente invece ricostruire un monumento che sta decadendo è il modo migliore per perpetuarne la memoria. Insomma, tornando a Hué, noi oggi la vediamo quasi completamente ricostruita anche e soprattutto perché fu pressoché rasa al suolo da bombe, razzi e quant’altro durante la Guerra del Vietnam: in particolare nel corso dell’Offensiva del Tết del 1968.
Mi piace a questo punto, prima di raccontarvi la mia visita a Hué, e quindi accompagnarvi attraverso i vari padiglioni, templi e palazzi, riportare qui la breve descrizione che fa di questa città Tiziano Terzani nel 1972, durante la Guerra del Vietnam: è una testimonianza fresca dello stato di conservazione in cui versava la cittadella all’epoca.
Hue dev’essere stata, ai suoi tempi, una città splendida e oggi la sua bellezza lisa ha un fascino stregato che lo straniero riesce difficilmente a descrivere al di là dell’immagine con cui la tradizione buddista ha definito Hue: un fiore di loto cresciuto in mezzo al fango.
Capitale per la prima volta alla fine del Seicento e poi di nuovo nel secolo scorso, Hue ha addosso tutti i segni del suo splendore e le cicatrici della sua decadenza: i templi, le pagode, le tombe, i palazzi costruiti dalla dinastia Nguyen, le piccole case dai tetti di terracotta colorata dei mandarini, i viali aperti dai francesi, le rovine fatte dalle cannonate del 1883 e quelle ben più disastrose del 1968. Durante l’offensiva del Tet, tre quarti delle case furono danneggiate nella battaglia per la riconquista della città; oltre quattromila persone furono uccise. Gli stessi americano oggi riconoscono che fu la loro aviazione a fare i danni maggiori. Oggi la città ha un aspetto desolante: vecchi templi di legno, in rovina, sono diventati il bivacco delle truppe di Saigon, antichi ruderi sono circondati di immondizie, i laghetti della citadella e i fossi attorno che avrebbero dovuto proteggerla sono colmi di rifiuti.
(T. Terzani, Pelle di Leopardo, ed. Tea 2024, p.19)
Terzani racconta delle condizioni in cui versava Hué negli anni finali della Guerra del Vietnam. Parla di una città bombardata e distrutta. E forse è per questo che oggi chi arriva a Hué (in aereo o in auto da Hoi An) si ritrova davanti una città modernissima, con addirittura un quartiere – quello dove avevamo l’hotel, Rosaleen Boutique Hotel – che potremmo trovare tranquillamente ad Alicante, a Malaga, in qualunque città europea dove ci sia movida giovane, molto gentrificato.

Nel mezzo di questa città che alterna quartieri decisamente occidentalizzati a quartieri residenziali più autentici, si collocano alcuni monumenti storici preservati (in gran parte ricostruiti) e restituiti alla cittadinanza. Nella nostra visita di Hué, abbiamo visitato la cittadella imperiale, la pagoda Chùa Thiên Mụ e il mausoleo di Tu Duc, qualche km fuori dal centro cittadino.
Cominciamo dalla cittadella imperiale, il monumento di gran lunga più impressionante.
Hoàng Thành Huế – la cittadella imperiale di Hué
Nuovamente, mi affido alle parole di Terzani, che visitò la cittadella non da turista, ma da reporter di guerra, nel 1972:
Costruita nel corso della dinastia Nguyen, il cui fondatore unificò il paese e lo chiamò Vietnam, la cittadella di Hué voleva essere una replica in piccolo della Città Proibita di Pechino, ma un tocco meridionale che, ad esempio, adornò i tetti di pinnacoli colorati, la rese inconfondibile. Un fosso d’acqua, ora stagnante, circonda i quasi 9 km di muraglione che le cannonate di questa e altre guerre hanno tutto smozzicato.
Al centro della cittadella si erge una serie di templi e di edifici imperiali dove s’è installato il comando militare sudvietnamita della regione. In quella che era la residenza delle concubine c’è il gruppo d’appoggio di una unità di consiglieri americani. Un sergente dei marines passa le sue giornate accanto a una radio da campo sotto un porticato che dà su un giardino dove la vegetazione cresce alla rinfusa. Altri soldati dormono su delle amache stese tra eleganti colonne di legno rosso. Nelle cornici dorate degli specchi, rimasti alle pareti d’una grande sala che era dei ricevimenti, hanno infilato delle donnine nute ritagliate da Playboy (…) Davanti all’ingresso di un tempio, accanto a due mostri mitologici in pietra che avrebbero dovuto tenere lontani gli spiriti maligni, i sudvietnamiti hanno esposto due carri armati sovietici catturati a Quang Tri.
(T. Terzani, Pelle di Leopardo, ed. Tea 2024, p.69-70)
Leggendo queste righe di Terzani, mi ritrovo perfettamente tra le colonne di legno rosso – che ho visto dal vivo – e tra i due mostri mitologici (devono essere due unicorni, ci torno tra poco). Così come il riferimento agli appartamenti delle concubine mi riporta vivida alla mente la mia visita.

E allora visitiamola la cittadella, finalmente!
La domenica mattina alle 8.30 all’ingresso della cittadella, che oggi è un monumento storico che si visita con un biglietto d’ingresso, si svolge la cerimonia del cambio della guardia. Una cerimonia che mi sembra più turistica che altro: non esistendo più l’Impero del Vietnam, e ammesso e non concesso che questa cerimonia si svolgesse all’epoca, oggi è totalmente privo di senso. Ma tant’è, fa folcklore, e noi la guardiamo, filmiamo e fotografiamo: del resto è il suo scopo.
La visita al complesso monumentale inizia proprio dal luogo in cui si è appena svolto il cambio della guardia, Ngo Mon Gate, con le sue tre porte, delle quali solo la centrale, gialla – colore simbolo del potere – era quella utilizzata dall’imperatore. Al di sopra della porta, un loggiato era il punto da cui l’imperatore si mostrava in pubblico in rare occasioni cerimoniali.
Un laghetto ricco di fameliche carpe (alle quali si può dare da mangiare… ma io eviterei, perché temo che una di quelle carpe troppo nutrita possa trasformarsi in Godzilla…) separa Ngo Mon Gate da uno dei primi cuori della cittadella, il “Palazzo dell’Armonia Suprema” (Thai Hoa Palace), risalente al 1803; questo è un ampio padiglione elegantissimo perché sostenuto da 80 colonne in legno dipinto rosso e oro, e dal tetto particolarmente elaborato, con silhouettes di draghi vivaci ed elegantissimi.
Arriviamo poi alla cosiddetta “Città proibita”, ovvero il cuore amministrativo e privato dell’imperatore, spazio residenziale al quale sono ammessi solo pochi mandarini e solo dopo che due statue di unicorni, animali fantastici sacri nel Vietnam buddista, che incarnano per l’appunto la purezza, li hanno giudicati, soppesandone virtù e lealtà verso l’imperatore. Se vuoi approfondire gli unicorni, ti consiglio di leggere il post scritto da Stefania del blog Memorie dal Mediterraneo.
E procediamo. Si varca, prima di tutto, la Porta Mieu, dedicata al culto degli antenati degli imperatori della dinastia Nguyen. Tre porte che rimandano a Buddismo, Confucianesimo e Taoismo; rilievi scultorei che rimandano ai quattro animali sacri, dragone, unicorno, tartaruga e fenice, oltre a tutta una serie di altre raffigurazioni di piante, animali, figure simboliche. Varcata questa porta si arriva presso il Padiglione Hien Liam, “Padiglione dello splendore benevolente procedente dall’alto”. Andando avanti si arriva al tempio Mieu, dedicato agli imperatori della dinastia Nguyen, costruito negli anni ’20 dell’Ottocento. Da qui si accede a una corte dominata da 9 urne in bronzo, urne dinastiche erette durante il regno dell’imperatore Minh Mang; ciascuna di esse è decorata a sbalzo con oggetti che simbolizzano l’intero creato, animali, piante, toponimi che rappresentano l’unificazione del Vietnam sotto un solo potere predestinato.
Proseguendo nella visita, sfioriamo il quartiere delle concubine, mogli dell’imperatore e donne della famiglia imperiale che non potevano essere viste al di fuori, né potevano lasciare il palazzo. Qui, tra l’altro, fioccano le leggende: ci sarebbe la storia (che ci ha raccontato la guida, e così ve la riporto, con la preghiera di prenderla con tantissime pinze) dell’imperatore Minh Mang che aveva la bellezza di 500 concubine, con le quali giaceva fino a 7 per notte, e che aveva avuto così ben 142 figli. Direte voi: bella vita! Sì, forse, ma morì a 50 anni. Certo, dopo essersi divertito parecchio. Non sono sicura invece che le 500 mogli (ricordiamo, parliamo del XIX secolo) fossero così felici, oltre che essere costrette a stare recluse per tutta la vita nella cittadella, di seguirlo poi a vivere nel sito del suo mausoleo…
E procediamo, arrivando nella residenza ufficiale delle regine. Qui visse in particolare la regina madre Doan Hui, madre dell’imperatore Bao Dai, e la bellissima regina Nam Phuong, che fu moglie di Bao Dai. Parliamo dell’ultimo imperatore del Vietnam, divenuto imperatore quando già la Francia aveva colonizzato l’Indocina e deposto allo scoppio della Guerra del Vietnam. Ma a Bao Dai probabilmente tutto ciò non interessava. Perché oltre ad avere la moglie più bella del mondo, aveva fatto costruire, negli anni ’20 del Novecento, un palazzo che poteva competere con Versailles per enfasi, e con le migliori architetture liberty di quei tempi, facendo realizzare un’opera architettonica che è una commistione di gusto francese, eclettismo tipico dell’Art Nouveau e retaggi orientali e vietnamiti, in particolare nella presenza di dragoni e unicorni che, pur se ridotti a meri elementi decorativi, sanno imprimere personalità all’intero palazzo.
Il palazzo di Bao Dai è veramente bellissimo, chiude su un lato un’ampissimo spazio porticato su due lati e percorso da aiuole grandi e fiorite. Il palazzo stesso è un florilegio di colori, di stili che si rincorrono, di draghi e unicorni che non capiscono dove si trovano, ma sono ugualmente bellissimi. All’interno, l’allestimento prevede alcuni arredi e una serie di fotografie nelle quali ricorre la bellissima sposa dell’imperatore.
Pare, tra l’altro, che Bao Dai fosse a tal punto innamorato della moglie (e come dargli torto?) da non aver voluto alcuna concubina e anzi da aver fatto abbattere i quartieri delle concubine per farvi dei campi da tennis. L’imperatore, filofrancese, aveva sposato completamente la causa occidentale della monogamia e… dello sport da ricchi, diciamocelo pure.
La pagoda Chùa Thiên Mu
Se dopo tanta esuberanza e fasto imperiale, preferite qualcosa di più spirituale, andiamo lungo le sponde del Fiume dei Profumi, nel punto in cui fa un’ansa e l’argine si alza. Al di sopra, in posizione panoramica e dominante, si pone la pagoda Chùa Thiên Mu. Fondata nel 1601, si dice che qui di notte apparisse spero un’anziana donna vestita in Áo dài (l’abito tradizionale vietnamita) rosso con pantaloni verdi che prediceva alla gente la venuta di un sovrano che avrebbe reso sacro quel luogo.
La torre a 7 piani (per il buddismo il 7 è un numero sacro) accoglie i visitatori che salgono la scalinata dal livello della strada fino in cima. Da qui la vista è impagabile sul fiume che scorre in direzione lontana, andandosi a perdere verso l’orizzonte. Il luogo è di per sé molto bello, ma è noto soprattutto perché qui è esposta, o custodita, l’auto sulla quale si diede fuoco nel 1963 il monaco buddista Thich Quang Duc per protesta contro il governo cattolico molto poco tollerante nei confronti dei buddisti. Il sacrificio del monaco fece il giro del mondo e si rivelò essere un’azione in grado di cambiare le sorti del governo del Vietnam del Sud già durante la Guerra contro gli Americani. Storie locali si intrecciano con la Storia nazionale e, nel caso del Vietnam, davvero mondiale.
Il mausoleo di Tự Đức
Lăng Tự Đức è la tomba di Tự Đức, l’imperatore più longevo della dinastia Nguyen, che governò per ben 36 anni, dal 1848 al 1883. Narrano i pettegolezzi imperiali che, avendo avuto 100 mogli (così ci ha raccontato la guida… prendiamo con le pinze quest’aneddoto, che non ho trovato altrove), non riuscì ad avere nemmeno un erede perché colpito in gioventù dal vaiolo che lo aveva reso sterile. Egli fece costruire per sé un mausoleo che era una vera e propria città. Parliamo della metà del XIX secolo. Eppure il sogno anacronistico di un imperatore poteva ancora essere esaudito. Anche se i ritmi di lavoro imposti (soli tre anni per portarlo a compimento) causarono una ribellione negli operai. I quali, al termine dei sanguinosi scontri, furono comunque ascoltati e anzi l’imperatore chiese loro scusa pubblicamente! Perché questa fretta? Forse temeva di morire prima? Fu fortunato: egli morì 10 anni dopo la conclusione dei lavori. Furono meno fortunate le sue 100 mogli (v. sopra): alla morte dell’imperatore dovettero lasciare la loro residenza/prigione dorata nella cittadella imperiale per trasferirsi qui, all’interno del grande parco intorno alla tomba vera e propria. La tomba non è che una piccola parte infatti di un complesso ben più grande.
Sì, perché quello di Tự Đức non è un semplice mausoleo. Piuttosto è un grande parco che si articola intorno a un lago e si espande su due piccole alture che al lago discendono: su una sorge il tempio, sull’altra il mausoleo vero e proprio.
Chiamato anche Khiem Tomb, dove Khiem significa “modestia” intesa come l’umiltà del sovrano, secondo i principi del Feng Shui in base al quale esso è orientato, inizialmente doveva essere una sorta di residenza lontano dalla cittadella imperiale che solo dopo la morte divenne tomba per l’imperatore e per la sua sposa, la regina Le Thien Anh. Un tempio è dedicato alle concubine dell’imperatore e alle concubine degli imperatori precedenti.
Naturalmente il cuore dell’intero complesso è il mausoleo, che è organizzato su terrazze successive e scenografiche. Un piazzale, raggiungibile mediante uno scalone, è popolato da due file di personaggi in pietra costituite da un elefante, un cavallo e quattro mandarini, dignitari di corte. Vuole evocare la corte dell’imperatore, con i suoi attendenti fidati che eseguono gli ordini. Mi ha ricordato un po’ gli ushabti del mondo funerario egizio: statuette di servitori e attendenti che anche nella morte servono il defunto. Qui nel mausoleo di Tự Đức le statue dei mandarini sono ben più grandi, anche se non a grandezza naturale. E sono estremamente ieratiche e solenni, così che chi continua a salire verso la tomba si senta più consapevole della sacralità del luogo che sta calcando. Da questo piazzale si arriva ad un padiglione sotto il quale è posta una stele iscritta a caratteri cinesi fitti, che contiene la biografia dell’imperatore, anche autocritica in certi passaggi. Anche questa biografia è definita “khiem”: umile, modesta, autocritica. Infine si accede allo spazio funerario vero e proprio. La tomba è nel centro del recinto sacro, su un piccolo altare antistante è posto il vaso per gli incensi da offrire all’imperatore defunto. La tomba in sé è tutto sommato semplice, modesta, “khiem” per davvero. Il contesto in cui si trova è un luogo di pace, di calma e di silenzio, rotto solo dal vento tra le fronde degli alberi e dal canto di uccellini che si rincorrono. Il mausoleo di Tự Đức è davvero il luogo in cui ciascuno di noi vorrebbe riposare per l’eternità, incurante delle cose del mondo.
Concludendo: incensi, incensi ovunque
Lungo la via, già fuori città, che collega Hue con il mausoleo di Tự Đức si incontra una serie di bancarelle e di padiglioni che rivendono incensi coloratissimi a ciuffi. E’ il cosiddetto villaggio degli incensi. In realtà non molto più di una serie di rivendite di incensi, qui prodotti artigianalmente, insieme ad altri souvenir. Un luogo acchiappaturisti, senza dubbio. Però quei ciuffi di incenso variopinti sono davvero instagrammabili e bellini. E se le fanciulle vietnamite in Áo dài si fanno i selfie davanti ai monumenti, chi sono io per non cedere alla tentazione di una foto immersa in questi colori?
La visita di Hué, della sua cittadella imperiale e degli altri monumenti è stata indubbiamente molto interessante e un modo per approcciare alla storia, invero confusa e incasinata, per quanto breve, degli imperatori della dinastia Nguyen. Difficile raccapezzarsi tra nomi, aneddoti, fotografie, edifici, usanze, pagode e decori. Ho provato, mettendo ordine nei miei appunti, a costruire un racconto e una descrizione coerente di ciò che fu Hue, con tutta la sua storia antica eppure recente. Spero di esserci riuscita e di aver saputo restituire un po’ della bellezza e della magia dei luoghi.
* ecco le travelblogger partecipanti: Paola di Paola in viaggio, Cristina di Vi do il tiro, Annalisa di Tre Valigie, Veronica di Oggi dove andiamo e Marina di The Travelling petsitter: ognuna di noi sta scrivendo del Vietnam ciascuna secondo il proprio sentire: secondo me, se ti interessa visitare questo Paese, dovresti fare un passo da tutte!






















Lascia un commento