La mostra fotografica “Children” di Steve McCurry al Museo degli Innocenti di Firenze

E dove sennò? Quale migliore sede deputata a ospitare una mostra fotografica che vede nei bambini il soggetto principale? Il Museo degli Innocenti di Firenze, su Piazza SS. Annunziata è in effetti il luogo più adatto: un ex-orfanotrofio, costruito su progetto del Brunelleschi così come l’intera piazza, ha accolto orfani e neonati abbandonati per lunghissimo tempo. Oggi offre un percorso espositivo che alterna la storia dell’edificio e dei suoi frequentatori a opere d’arte legate sia all’edificio che al suo significato nella Firenze medicea e poi leopoldina.

Nell’estate 2023 il Museo degli Innocenti ospita la mostra “Children” di Steve McCurry, il grande fotografo del National Geographic che ha realizzato scatti iconici dagli anni ’80 a oggi. Il suo nome è associato indissolubilmente a quello di Sharbat Gula, la giovanissima (all’epoca) profuga afghana che McCurry fotografò in un campo profughi a Peshawar, in Pakistan e che divenne simbolo di quella guerra attraverso il suo sguardo, allo stesso tempo spaurito e fiero. Foto che fece, e che continua a fare, il giro del mondo. Mentre Sharbat Gula oggi si trova in Italia, fuggita dall’Afganisthan dopo i fatti del 2022.

Il ritratto più famoso della storia della fotografia: Sharbat Gula, la ragazza afghana immortalata da Steve McCurry e diventata iconica

E infatti ritroviamo quella foto esposta al Museo degli Innocenti, all’interno del percorso espositivo di “Children“. Ma se la fotografia iconica di Sharbat Gula la conosciamo tutti, lo stesso non si può dire delle tantissime fotografie che McCurry ha scattato ai bambini di ogni luogo del mondo, con una predilezione, certo, per l’India.

Children: un’antologia di foto di bambini di McCurry

Un’antologia, questo è la mostra “Children”: e d’altra parte nella lunga carriera di McCurry, dall’inizio degli anni ’80 a oggi, numerosissime sono state le occasioni di fotografare, immortalare per sempre bambini nel loro ambiente di vita, di gioco, ma anche di lavoro e di sofferenza. Perché la fotografia è documentazione e non deve edulcorare nulla, né fingere.

Con una predilezione per l’India e il subcontinente indiano, ma senza tralasciare il resto dell’Asia e l’Africa, e intervenendo anche in Europa e in Italia (dove però, almeno nel caso di Sensational Umbria, McCurry ha scattato fotografie su commissione, in quel caso della Regione Umbria) McCurry registra situazioni in cui i bambini sono protagonisti loro malgrado, ma in tutta la loro potenza espressiva. Come quel bimbo imbronciato piazzato sulla bici del babbo, che sta scomodo ma non si può ribellare. O come il bambino vestito da Superman a Mandalay, Myanmar. O ancora, straordinario, il ragazzino che gioca col flipper in mezzo alle macerie di Beirut della Guerra del Libano, nel 1982. Ecco, questa è una foto iconica, per quanto mi riguarda. Poi non mi interessa sapere se McCurry abbia catturato una scena spontanea oppure abbia chiesto al ragazzino di mettersi in posa davanti a quel flipper: ciò che importa è il messaggio, che arriva chiaro e potente attraverso quella foto.

Beirut, 1982, un bambino gioca col flipper in mezzo alle macerie dei bombardamenti. Un inno alla vita.

McCurry e i bambini dell’India

McCurry ha dedicato all’India diversi anni e ancor più numerosi reportages durante la sua attività di fotografo per il National Geographic, ma anche per progetti su commissione di enti e istituzioni. In mostra le foto di bambini indiani sono molte. Io naturalmente le ho notate tutte, essendo appena rientrata da un viaggio in India che – a distanza di un mese lo posso dire – mi ha segnato.

La prima fotografia che si incontra è simpaticissima, un vero inno alla vita e alla gioia: un neonato sorride beato in ospedale, tra le mani di un medico che lo visita con lo stetoscopio. La foto è stata scattata in un ospedale di Jaipur nel 2008, e l’espressione di questo bimbino appena nato e così pieno di gioia di vivere regala un’emozione purissima che somiglia a una lacrima di commozione.

Steve McCurry, Jaipur, India, 2008

Non tutte le fotografie dell’India sono così adorabili. Perché McCurry, a bordo di un taxi a Mumbay nel 1993 fotografa una donna con un bambino in braccio che sotto alla pioggia monsonica gli bussa al vetro per chiedere soldi. Questa certo non è una foto costruita. E McCurry non ha messo mano al portafogli, quanto piuttosto ha scattato questa fotografia così piena di lacrime e di dolore. A Jaipur ho visto madri che scagliavano i propri figli contro il vetro del nostro pulmino nella remota speranza che avremmo lanciato qualche spicciolo. Ma forse non era neanche speranza, perché lo sanno che i vetri dei bus sono bloccati. Piuttosto sembrava una recita, un movimento automatico, mnemonico, disperato probabilmente.

L’altra foto, molto nota, è quella che ritrae un ragazzo che durante un’inondazione dovuta al monsone porta in salvo il suo servizio da chai. La foto, scattata a Porbandar nel 1983, racconta la dignità del lavoro, la necessità di mettere in salvo le cose più importanti. Ma nello sguardo del ragazzino non c’è paura, piuttosto una sorta di serena rassegnazione, con lo sguardo attento, però, a che non arrivi qualche imprevisto.

Steve McCurry, Porbandar 1983

Per approfondire: il teatime e la fotografia d’autore

Un’altra fotografia iconica di McCurry è stata scattata in un luogo che nel mio viaggio in India ha avuto un significato particolare: la città blu di Jodhpur. Nel mio diario dell’India avrò modo di raccontarvi la mia esperienza nella città blu. In questa foto però noi vediamo una scena assolutamente normale, ma proprio per questo eccezionale all’occhio di McCurry: un ragazzino improvvisamente sbuca fuori da un vicolo per correre nel vicolo successivo. Un’immagine che dà movimento, dinamismo, nel cuore della città blu di Jodhpur, dove i turisti occidentali che si affidano a tour operator ormai non vengono più portati (a meno che non forzino la mano, come abbiamo fatto noi Travel Blogger Italiane durante la nostra visita di Jodhpur). A questa foto McCurry è particolarmente affezionato: appostato lì, in quell’angolo della città blu per ore, è stato ricompensato dal passaggio rapidissimo, di corsa, di questo bambino. E noi, insieme a quel bambino, siamo portati a chiederci cosa ci sia dietro quell’angolo.

Steve McCurry, Jodhpur 2007

In mostra vi sono altre fotografie scattate in India. Quella che fa da locandina della mostra, per esempio, ritrae una bambina del Rajasthan fotografata nel 2008: porta sulla testa una pietra squadrata pesante che servirà per costruire una casa. La bambina, stando alla testimonianza di McCurry, avrebbe potuto tranquillamente giocare, ma aveva scelto spontaneamente (speriamo) di aiutare i grandi, gli adulti, nella costruzione della casa. E McCurry così la raffigura, mentre lei porta sulla testa una grossa pietra per la casa. L’espressione della bimba però dice tutto: sembra dire “Fotografo, ti muovi a scattare? Perché sto macigno pesa!”

Steve McCurry, Rajasthan, India, 2008

Perché visitare una mostra di Steve McCurry

Steve McCurry è probabilmente il fotografo più pop del nostro tempo: i suoi ritratti, le sue scene così cariche di colore, così dense di significato hanno fatto il giro del mondo. Diversi anni fa la Regione Umbria commissionò a McCurry il progetto turistico e di storytelling “Sensational Umbria” nel quale il fotografo raccontò la sua idea e immagine dell’Umbria, fatta della piana di Castelluccio di Norcia, fatta di Etruschi, fatta di feste in costume e fatta di pranzi della domenica col fiasco di vino: un’Umbria/Italia stereotipata? Forse, ma il fotografo svolge il suo mestiere: portare un messaggio attraverso le immagini.

Visitare una mostra di McCurry significa immergersi in tutti gli occhi dei suoi ritratti, che guardano fissi in camera, alcuni con sguardo curioso, altri con sguardo inquisitorio, altri il cui sguardo è difficile da sostenere. Oppure significa immergersi nelle scene di genere, di vita quotidiana, che McCurry immortala, sia che si tratti dei piccoli monaci che giocano col pallone, sia che si tratti del bimbo indiano che dorme in spalla al babbo col turbante che fuma noncurante del fumo passivo verso il bambino.

Steve McCurry ha saputo dare un grande valore al ritratto. Ogni ritratto di McCurry, scattato a bambini ma anche e soprattutto a persone adulte, riesce a far emergere la personalità che vi sta dietro. I suoi ritratti parlano, raccontano storie, portano in terre lontane, ci costringono a interrogarci sul presente, su noi stessi, a confrontarci con quei volti e con quegli occhi. Steve McCurry è un grande osservatore e interprete del nostro tempo. E ancora una volta, visitare una sua mostra vuol dire avere una finestra aperta sul mondo, sull’altro che poi non è così diverso da noi.

6 pensieri riguardo “La mostra fotografica “Children” di Steve McCurry al Museo degli Innocenti di Firenze

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  1. Adoto Steve McCurry… gli sguardi delle sue fotografie sono così vicini e autentici da non lasciarci tranquilli nei nostri comodi musei

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