Da Ventimiglia ad Arenzano. Guida artistica, storica ed enogastronomica
Questa non è la solita guida turistica.
O meglio, è una guida come non se ne fanno più da tantissimo tempo. Non troverete qui indicazioni pratiche, o itinerari particolari, o descrizioni dettagliate di monumenti, chiese e musei. No. Preparatevi a una guida che è racconto, che è suggestione, che è un viaggio in uno stile di scrittura ormai lontano dal nostro modo di leggere.
Per leggere questa guida bisogna sedersi in poltrona, con una tazza di té accanto, chiudere gli occhi e lasciarsi trasportare alla fine dell’Ottocento/inizi del Novecento. Perché è esattamente quest’epoca che l’autrice evoca col suo stile: la sua è una guida d’altri tempi. Non solo, ma è scritta da una donna.
Capite bene che io, appassionata di letteratura di viaggio e di letteratura di viaggio al femminile in particolare, quando mi sono trovata davanti a questo prodotto editoriale sono andata in brodo di giuggiole. Perché questa guida crea un cortocircuito letterario spazio-temporale. E lo fa per più di un motivo. Vediamo di mettere ordine nel mio ragionamento.
Letteratura di viaggio al femminile dell’Ottocento: guide scritte da donne per le donne
Questa guida ha per autrice una scrittrice inglese che evidentemente conosce molto bene la Riviera di Ponente. Come dicevo in apertura si possono scrivere guide in molti modi. E l’autrice, Margaret Raymond Savelli, ha scelto lo stile delle guide old style, delle guide ottocentesche che dei luoghi raccontavano la storia e l’arte, fornendo qualche indicazione di carattere enogastronomico inserito però in un contesto di descrizione socioculturale. Una guida quindi un po’ demodé, che non per questo significa che sia superata, anzi! Dà una lettura dei luoghi approfondita che dimostra un grande studio a monte e un’attenta analisi delle fonti a disposizione.
Una cosa manca in questa guida per essere effettivamente una guida in stile fine Ottocento scritta da una donna: ovvero i consigli al femminile. E’ vero che la sezione di ogni capitolo dedicata alle ricette tipiche strizza l’occhio alle massaie, tuttavia manca quella parte di consigli al femminile che, in una guida edita nel 2023, in assenza di briganti e di viaggi a dorso di mulo, poteva tradursi in un semplice “indossare scarpe comode”. Naturalmente questa non è una critica, è un’osservazione peraltro leziosa , a partire dallo stile del testo, proprio perché lo stile rimanda a più di un secolo fa. Ma andiamo oltre. Perché ora vediamo il contesto di riferimento cui lo stile si ispira, cioè la Riviera di Ponente poco più di 100 anni fa.
Il mito della Riviera per gli Inglesi della fine del XIX secolo
Questo è un capitolo della storia del Ponente Ligure che mi piace molto: l’invenzione della Riviera da parte di facoltose comunità di Inglesi e in misura minore di Russi che tra la fine dell’Ottocento e la I Guerra Mondiale decidevano di passare qui, nell’estremo Ponente Ligure, mesi e mesi a svernare, per curare la tubercolosi e le malattie legate alle vie respiratorie. Che l’estremo Ponente Ligure abbia un microclima davvero mite anche in inverno è cosa risaputa da almeno due secoli, da quando cioè certi medici inglesi trovarono la soluzione per i loro pazienti malati cronici: andate in Riviera, andate al mare, respirate iodio e non patite l’umidità.
Anche il romanzo “Il dottor Antonio”, romanzo risorgimentale scritto dall’imperiese Giovanni Ruffini, parte da una storia di malattia: la bella Lucy infatti è malata – non si specifica bene di cosa, ma legata alla respirazione – e il Dottor Antonio è il medico condotto chiamato a curarla. Un romanzo che avrà un successo strepitoso in Gran Bretagna, probabilmente perché raccontava luoghi per molti noti, per altri assolutamente esotici. E poi le storie d’amore – platonico per giunta – tirano sempre, da sempre.
Lasciamo la letteratura e passiamo alla realtà storica. In Riviera non arrivano semplici Inglesi. Arrivano Inglesi facoltosi, molto istruiti, baronetti, persone molto ricche che vedono in questo territorio – che all’inizio, come raccontato ne Il dottor Antonio sono veramente borghi di mare molto semplici e umili – del potenziale. Arrivano mecenati, ma anche artisti, e si crea un clima culturale davvero vivace e frizzante nel quale la classe dirigente autoctona si districa, ma in qualche modo subisce l’influenza (il che è positivo, non c’è dubbio). Con lo spirito colonialista che è proprio degli Inglesi in ogni tempo e in ogni luogo riescono, attraverso vere e proprie operazioni di evergetismo e mecenatismo, a costruire, con la collaborazione e l’ammirazione delle amministrazioni locali, scuole e servizi per la popolazione, a trasformare piccoli borghi in cittadine, a dotarle di hotel di lusso che accolgano clientele sempre più facoltose, a fornirle di luoghi di culto protestanti e ortodossi, ma anche a realizzare biblioteche e a finanziare la ricerca archeologica che, soprattutto a Ventimiglia, stava rivelando grandi cose.
E’ un periodo d’oro per la Riviera. E’ in quel periodo che si sviluppano i centri di Bordighera, di Sanremo e di Alessio, e sulla scia, di Ventimiglia, Ospedaletti, Arma di Taggia, Diano Marina. E’ probabilmente a questo fenomeno che va ricondotta la fondazione di Imperia quale unica città capoluogo da parte del governo fascista, nel 1923: una cittadina che fungesse da coordinamento e controllo per tutti questi bei centri di villeggiatura ricchi di stranieri.
Quel che è certo è che l’estremo Ponente Ligure esplode: diventa una meta ricercata di turismo internazionale: quei luoghi così selvatici che erano stati narrati anche solo pochi decenni prima ne Il Dottor Antonio erano stati sostituiti, a Sanremo, da Corso Imperatrice, dal Grand Hotel Des Anglais, dal Casino e dalla Chiesa russa. E nel frattempo era arrivata la ferrovia. Che per compiere un viaggio da Genova a Ventimiglia ci metteva sei ore, ma era un viaggio quasi sempre frontemare e oggettivamente spettacolare, che percorreva tutta la Riviera attraversando ora lande desolate, ora piccoli borghi di pescatori, ora scogliere vergini con una vista sul mare da brividi. E sicuramente i viaggiatori inglesi e russi di quegli anni sapevano cogliere questa poesia. Sicuramente lo fa il pittore impressionista Claude Monet, che trascorre un periodo a Bordighera e realizza alcune sue opere lasciandosi ispirare dai paesaggi rivieraschi.
Prima di andare del tutto fuori tema, perché mi rendo conto che questo argomento meriterebbe un libro, neanche un post, torniamo alla nostra guida, La Riviera italiana di Margaret Raymond Savelli.
La Riviera italiana di Margaret Raymond Savelli: la recensione
Chi segue il mio blog sa che le recensioni che faccio ai libri (così come alle mostre) non seguono un filo logico, ma si fanno guidare dall’emozione. Ebbene, con la guida della Raymond Savelli sono entrata in una dimensione altra. Una cosa che non ero abituata a leggere e che lì per lì mi ha spiazzato.
La prima cosa che mi ha spiazzato è il linguaggio: volutamente aulico, volutamente vintage, volutamente desueto. La seconda, ma forse è la prima, è dettata dalle prime tre righe di ogni capitolo dedicato a ogni centro costiero del Ponente Ligure, da Ventimiglia ad Arenzano: mi riferisco esattamente alle tre righe che aprono ogni capitolo, che sono terzine in versi i quali sono stati però tradotti in asciutta e incomprensibile prosa. Un’occasione persa.
Perché leggere La Riviera Italiana di Margaret Raymond Savelli?
Quello dell’invenzione della Riviera (Ligure di Ponente) è un capitolo di storia che non è meramente storico, ma è anche sociale e culturale. La presenza inglese nel territorio è stata fondamentale per il suo sviluppo e conoscerne la storia è importante per capire perché i borghi e le cittadine della riviera di Ponente si sono sviluppati in queste forme. Leggendo la guida della Raymond Savelli si torna indietro nel tempo in cui quella Riviera si formava, e ci si immedesima in quei visitatori stranieri che, armati della loro guida, mentre viaggiavano in treno per raggiungere Alassio, Sanremo o Bordighera, si informavano su storia e tradizioni locali. Ecco, io mi sono sentita trasportata indietro nel tempo proprio grazie a quello stile, anche se chiaramente la descrizione dei borghi che viene fatta è contemporanea, non si è certo fermata alla fine del XIX secolo. Però in realtà è una descrizione senza tempo, che può essere letta oggi, sarà letta domani e poteva tranquillamente essere letta 30 anni fa. Solo la menzione delle manifestazioni, che comunque solo in rari casi sono di recente istituzione, rende attuale e contemporanea questa guida. Ma ripeto, questo tempo sospeso che evoca è il bello del libro, è il suo grande fascino.
La struttura della guida “La Riviera italiana”
Senza introduzione né inutili orpelli, la guida è strutturata in tanti capitoli quanti sono i borghi della Riviera – con alcune incursioni talvolta nell’entroterra. E quindi da Ventimiglia ad Arenzano ogni borgo ha il suo capitolo, più o meno lungo a seconda, ovviamente, della grandezza del singolo centro o della sua storia.
Ogni capitolo è strutturato in tre righe introduttive, auliche e poetiche che però sono tradotte ahimè in prosa; segue la prima parte di introduzione storica: a quando rimontano le prime notizie (nel caso di Ventimiglia le Grotte dei Balzi Rossi fanno risalire parecchio indietro nel tempo il racconto), agli eventuali monumenti e resti archeologici (sempre a Ventimiglia il teatro romano, per citarne uno, e la cattedrale romanica), i musei, le chiese e gli edifici principali. Si passa poi all’analisi delle feste principali e delle tradizioni locali, a livello di artigianato e infine si arriva al tema enogastronomico, nel quale per ogni località si dispensano le ricette tipiche, i prodotti tipici, le focacce, i dolci, le mille varianti del coniglio alla ligure. Spesso, ovviamente, certi piatti ritornano, ma ogni volta c’è quella variante che fa capire quanto la cucina sia un fatto non regionale, ma veramente locale.
Io sono nata a Imperia, ho vissuto poco meno di 30 anni nella Riviera di Ponente e ritengo di conoscerla abbastanza. Ebbene, tante cose le ho apprese in questa guida, sia a livello di tradizioni locali che soprattutto a livello enogastronomico (sul quale, lo ammetto, sono un po’ carente).
Questa guida è preziosa per qualunque lettore e lettrice, anche per gli stessi abitanti di questi borghi della Riviera: leggendo infatti tutti i borghi si capisce quanto sostanzialmente la storia di questo territorio, per quanto corale, abbia avuto alterne vicende, ma abbia comunque delle caratteristiche di fondo che emergono, pagina dopo pagina. Inoltre, non è facile raccontare le noiosissime vicende dei singoli borghi sotto il dominio della Repubblica di Genova, quindi onore al merito innanzitutto per l’autrice che per prima non si è annoiata davanti a tutti i documenti d’archivio citati nei pesantissimi saggi storici che ha dovuto studiare (li conosco bene pure io, pesanti come macigni e non mi riferisco al peso da bilancia delle pagine). L’unica cosa, in certi casi – da archeologa che ha lavorato e si è formata in quel territorio quale sono – ho notato qualche informazione che ormai è superata e/o sconfessata da ricerche recenti, mentre altre cose sono di invenzione. Mi spiace constatare, per esempio, che l’autrice faccia confusione nella collocazione della mansio del Lucus Bormani, che in letteratura archeologica è sicuramente collocata a San Bartolomeo al Mare in località Rovere, ma che alcuni autori locali del passato hanno collocato invece a Cervo. Questa cattiva informazione tra l’altro sta circolando anche a livelli alti e va stoppata perché è sbagliata: nelle alture presso Cervo si collocava un oppidum, cioè un castellaro fortificato, ligure e preromano; un altro insediamento antico, ma non così tanto, è a Costa di Villa, un’altra altura poco distante dal medievale borgo di Cervo. Mi spendo su questo punto perché lo conosco e proprio per questo mi dispiace che vengano diffuse informazioni sbagliate sia sui media che sulle guide. Perché se nel web le notizie sbagliate si disperdono, purtroppo sulla carta stampata e sui libri durano ed è difficile estirparle.
Al netto di questo, la lettura di questa guida è stata una piacevole digressione dal mio quotidiano: ogni sera un borgo diverso, come se affrontassi fisicamente un tour della Riviera di Ponente, fermandomi ogni sera in una località diversa.












Interessante! Le classiche guide con dove mangiare e dove dormire effettivamente non sono così utili nei luoghi vicini e conosciuti, quindi ben venga una guida culturale per scoprire posti noti con occhi nuovi!