Sant’Anna di Stazzema

Alle estreme propaggini della Garfagnana, in un territorio impervio e d’altura che si innalza sopra la costa di Marina di Pietrasanta, tra boschi e sentieri nascosti nel verde, sorge il piccolo borgo di Sant’Anna di Stazzema. Poche case e una chiesa. E un museo e un monumento ossuario. Perché a Sant’Anna il 12 agosto del 1944 si consumò una delle più atroci stragi nazifasciste di cui si è macchiata la II Guerra Mondiale in Italia. Le truppe naziste infatti occuparono il paese, fecero retate, uccisero circa 500 persone, tra cui 130 bambini. Pochissimi i sopravvissuti, le cui testimonianze, però, hanno pesato e pesano come macigni.

A raccontare l’orrore di quei giorni, allargando poi lo sguardo all’intera regione, è il Parco nazionale della Pace di Sant’Anna di Stazzema che oggi, a 81 anni dalla strage, si fa motore del racconto e della diffusione della conoscenza dell’orrore di quei giorni, non solo localmente, non solo nazionalmente, ma a livello europeo, grazie all’inserimento nel network dell’European Heritage Label, azione della Commissione Europea che punta a valorizzare quei luoghi che sono punti cardine per la storia europea. E Sant’Anna rientra appieno in questo network.

Una strage a lungo sconosciuta

Ho visitato Sant’Anna di Stazzema qualche mese fa in occasione di un incontro pubblico dei siti italiani insigniti dell’European Heritage Label organizzato proprio qui. Una cosa mi ha colpito fortemente del racconto che Michele Morabito, il direttore del Museo della Resistenza di Sant’Anna, insieme a pochi (ormai) testimoni, ci ha fatto: per anni i sopravvissuti di Sant’Anna si sono portati dentro quell’orrore, circondati da incredulità ed emarginazione. Per anni infatti fuori da Sant’Anna non si è creduto che davvero fosse avvenuto quel che era successo, ma al tempo stesso per lungo tempo gli abitanti (sopravvissuti) di Sant’Anna furono emarginati, scansati, evitati, come se portassero sfortuna.

Il portafogli e gli affetti di una delle vittime dell’eccidio di Sant’Anna. Museo Storico della Resistenza di Sant’Anna di Stazzema

Ci sono voluti anni perché i sopravvissuti stessi innanzitutto metabolizzassero quanto era avvenuto e trovassero la forza di parlarne pubblicamente. Poi finalmente il riconoscimento come luogo di eccidio, di strage e dunque di memoria e la costituzione con legge 381/2000 del Parco nazionale della Pace. Oggi il Parco si sviluppa lungo le colline attorno al paese e ha come luoghi principali il Museo Storico della Resistenza, la Chiesa di Sant’Anna e il Monumento Ossuario. Il Parco accoglie più di 30.000 visitatori all’anno con circa 200 visite scolastiche. Ospita da 20 anni un “Forum Giovani” e dal 2012 una “Fabbrica dei Diritti” per organizzare dibattiti, workshop ed esposizioni sul tema dei conflitti.

Il Museo Storico della Resistenza

Nei locali della scuola elementare è allestito il Museo che racconta il conflitto in quel triangolo stretto tra la Garfagnana, le Alpi Apuane e il mare di Pietrasanta. Dapprima un racconto pannellistico, fatto di fotografie d’epoca e pannelli, dal punto di vista della Resistenza; poi la mostra permanente, che è insieme fotografica e di testimonianza “I bambini raccontano“: le foto sono di Oliviero Toscani e ritraggono i volti dei bambini/ragazzini sopravvissuti dell’epoca, oggi (leggi: all’epoca degli scatti) anziani, mentre a lato è trascritto il ricordo che ciascuno di essi ha portato con sé, espresso in un italiano spesso stentato, pieno di toscanismi, infarcito di espressioni dialettali: ciò che è quanto di più immediato, spontaneo, vivido, commovente.

“I bambini raccontano”, Oliviero Toscani feat. Museo della Resistenza di Sant’Anna di Stazzema

Infine, in una sezione a parte, ecco articoli di giornale, oggetti di quei giorni, lasciati da chi non poté mai più usarli: il racconto si fa tangibile, fatto di cose, di materia, e aumenta l’orrore e la commozione.

La Piazza della Chiesa

Quando si arriva a Sant’anna, si lascia la macchina in uno spiazzo chiuso, su un lato da un edificio in pietra che accoglie l’unico bar/gastronomia del paese. Accanto uno spazio verde raccolto, ordinato, ombreggiato da alberi, in fondo al quale è la chiesa del paese. Un senso di quiete ci pervade. Poi però scopriamo che proprio qui, nella piazza della Chiesa, furono radunate 130 persone rastrellate dalle proprie case, e brutalmente fucilate. I nazisti diedero fuoco ai cadaveri e fu possibile capire di quante persone si trattasse, senza tuttavia essere certi dell’identità, dato che il fuoco aveva cancellato i connotati, contando i crani, solo qualche giorno dopo. Molto macabro, eppure necessario. E agghiacciante.

La piazza della chiesa. Da luogo di pace a luogo di orrore e ritorno.

Il Monumento Ossuario

Un vero e proprio memoriale, posto in una posizione panoramica spettacolare, che gode del sole sin dal suo sorgere al suo tramontare. Poco fuori dal paese, raggiungibile sia tramite una ripida mulattiera a piedi che in auto, il Monumento si erge come un’alta torre in pietra su un ampio basamento, sui cui lati si trovano le lapidi di coloro che furono brutalmente uccisi nella strage del 1944.

Da qui, il tramonto trasmette una pace che si accetta solo se pensiamo che le anime di chi riposa ora qui ne possano godere ogni giorno per l’eternità. Resta invece il disgusto, l’orrore, l’impotenza di fronte a un racconto storico che è allucinante, e che accomuna Sant’Anna ad altri luoghi tristemente noti per le vittime che hanno lasciato sul campo, come Marzabotto e Monte Sole sull’Appennino Tosco-Emiliano. Stragi esecrabili che raccontano solo come la natura umana possa dare luogo a vere e proprie aberrazioni.

Il tramonto visto dal Monumento Ossuario di Sant’Anna di Stazzema

Concludendo: si può parlare di Turismo della Memoria?

Proprio nell’occasione dell’incontro a Sant’Anna di Stazzema di cui dicevo in apertura, uno degli interventi aveva come tema il “Turismo della Memoria”. A me, sinceramente, è cascata la mascella.

La dicitura “turismo della memoria” individua la creazione di itinerari, per le scuole principalmente, ma anche per un pubblico di persone avvezze a esperienze di turismo culturale di un certo livello, che facciano conoscere questi luoghi (Sant’Anna, Marzabotto, ma anche la Risiera di San Sabba o, in Calabria, il campo di concentramento di Ferramonti di Tarsia). Io non credo che questa definizione però sia giusta, perché rischia di essere fuorviante e svilente (anche se probabilmente piace ai tour operator).

Oggi, purtroppo, la parola turismo ha assunto un significato molto spesso quasi negativo: pensiamo al turismo di massa, al turismo mordi-e-fuggi, al turismo estivo ecc. ecc. Sì, certo, si parla anche di turismo lento e di turismo culturale, e pure su queste definizioni si potrebbe ragionare (ma non è questo il giorno). Parlare di Turismo della Memoria a me fa accapponare la pelle, mi suona molto simile al “turismo macabro”, quello, per capirci, che portava i turisti all’Isola del Giglio per vedere la Costa Concordia affondata o a Rigopiano, dove l’hotel fu travolto da una valanga.

Ho spiegato già altrove la mia posizione su questo punto, quindi qui non vi ammorbo oltre. Però ci tengo a dire che nessuno si sognerebbe mai di considerare Sant’Anna di Stazzema, così come la Risiera di San Sabba a Trieste, il Memoriale della Shoah a Milano, i campi di sterminio di Auschwitz o di Mathausen come mete turistiche. E allora non parliamo di Turismo della Memoria, per piacere. Parliamo di itinerari, parliamo di percorsi. Percorsi che prima ancora che geografici e fisici devono essere interiori. Perché l’orrore che questi luoghi che ho citato – insieme a tutti gli altri che non cito ma che ahimè esistono – suscitano è innanzitutto un fatto interiore e personale. E no, non mi viene proprio di chiamarlo turismo.

Mi potreste obiettare che io ne parlo su questo che è un travelblog. Ebbene sì, è un traveblog, ma chi mi legge sa che rifuggo le esperienze massificate e comunque dò sempre una lettura il più possibile critica di ogni cosa. Sì, su questo blog parlo anche di luoghi legati alla II Guerra Mondiale (li ho linkati più sopra, man mano che li citavo), ma non perché li consideri mete turistiche, quanto piuttosto perché sono luoghi che vanno conosciuti perché importanti tasselli della nostra storia, che noi non possiamo ignorare. Se viaggiare significa aprirsi al mondo e apprendere sempre nuove cose su di sé e su ciò che ci circonda, allora occorre parlare anche di questi luoghi. E certo, non in chiave turistica.

Le conclusioni vere: perché visitare Sant’Anna di Stazzema

Per visitare Sant’Anna occorre volerlo fortemente: non è esattamente dietro l’angolo, bisogna arrivare in autostrada a Viareggio, da qui inerpicarsi su per la montagna tra tornanti stretti e boschi lugubri. Infine, quando si arriva, la grande consolazione sta nell’accoglienza nel bar del paese: il caffè ce lo siamo meritato. Scherzi a parte, visitare Sant’Anna, qualora non vi avessi convinto fin qui, è importante perché non ci si rende conto delle cose sul serio se non si vedono con i propri occhi. E se non si fa l’equazione tra ciò che oggi vediamo – un paesino tranquillo, fermo, nascosto – con ciò che è stato. L’impressione è forte, è pesante, fa male. Quei numeri, di morti come se fossero noccioline, come se fossero i televoti che decretano la vittoria dell’uno o dell’altro in una competizione, a me personalmente agghiacciano, annichiliscono. Bisogna visitare Sant’Anna di Stazzema, il Parco nazionale della Pace, il Museo Storico della Resistenza e il Monumento Ossuario, per rendersi conto davvero di dove successe e di cosa successe. Per restituire dignità ai ricordi di persone che a lungo non furono credute. E lo so, sembra retorico e forse lo è, ma questa è un’eredità pesante che abbiamo ricevuto e che dobbiamo preservare. Anche questa, che lo si voglia o no, è nostro Patrimonio.

10 pensieri riguardo “Sant’Anna di Stazzema

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  1. Anch’io non amo la definizione “turismo della memoria”, ma credo, come te, che sia interessante e utile visitare luoghi come questo. Per ricordare, ma anche x onorare gli innocenti che vi hanno perso la vita. Ne abbiamo visti diversi, ma ci manca questo che hai ben descritto tu.

    1. Esatto, il senso è proprio quello: visitare per conoscere, non per aggiungere una bandierina e una storia su instagram. Per questo non mi piace parlare di turismo associato a questi luoghi.

  2. Ho avuto modo di leggere di questa vicenda in diversi libri e, per mia curiosità, ho anche approfondito da altre fonti storiografiche. Una strage, tra le tante, che ha dei macabri dettagli che forse non tutti riescono a sorreggere. Sono d’accordo sul non considerare questi posti come “luoghi della memoria” sia svilente… rientrano nella storia e nella cultura del nostro continente.

    1. La storia di Sant’Anna dopo la strage è stata davvero difficile, per quel misto di vergogna e di non voler vedere, non voler sapere che è tipico del senso di colpa collettivo. Il fatto che finalmente dopo decenni questa storia sia emersa è importantissimo, così com’è importante che Sant’Anna oggi voglia diventare un punto di riferimento anche a livello europeo per dare voce a chi non ha avuto coraggio di raccontare gli orrori del passato.

    1. sarebbe sicuramente un momento di arricchimento collettivo. Se vuoi organizzare con la classe ho tutti i contatti per organizzare per bene una vera esperienza didattica oltre che – ovviamente – di forte impatto,

  3. Abbiamo visitato Sant’Anna in Strazzema un paio di mesi fa e proprio durante la nostra visita era presente una scolaresca. Non piace neanche a me il termine turismo della memoria, ma anche se la forma è “sbagliata” credo che sia importante, oggi più che mai visto quanto sta accadendo, che sempre più persone visitino questi luoghi per non dimenticare mai il nostro passato e cosa l’uomo sia capace di fare. Detto questo, la strada per arrivarci ci ha fatto prendere un colpo per la paura di incontrare un pullman nella corsia opposta!

    1. Eh, diciamo che la strada è in effetti un po’ stretta e tortuosa, bisogna desiderare fortemente di arrivare! Scherzi a parte, sono d’accordo con te, l’importante è che si diffonda la conoscenza di questi luoghi e soprattutto delle storie che raccontano, storie tragiche e che speriamo non si debbano mai più ripetere.

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