Beato Angelico a Firenze: la mostra-evento di Palazzo Strozzi e il Museo di San Marco

Ci voleva una mostra – la prima dopo 70 anni – su Beato Angelico, artista che ha segnato la pittura italiana, e fiorentina nello specifico, nella metà del Quattrocento, per far riscoprire il luogo dove questo frate (e infatti all’estero è noto come Fra Angelico) visse e pregò, illustrò codici miniati e soprattutto affrescò tutte le celle dove i monaci dormivano o si ritiravano in preghiera.

Il Museo di San Marco, che corrisponde al convento dominicano affrescato dal Beato Angelico, infatti, non rientra senz’altro nelle prime scelte dei turisti che, dovendo trascorrere a Firenze un week-end, lo esauriscono tra Uffizi, Giardino di Boboli e Gallerie dell’Accademia. Ma quelle sono, appunto, gallerie, per quanto di grande importanza e dalla lunghissima storia e tradizione; mentre il Museo di San Marco è museo di se stesso, perché il percorso di visita ricalca il grande chiostro e il piano superiore del convento, dove si trovavano le celle dei monaci. Affrescate da Beato Angelico.

La Sala del Capitolo del convento di San Marco affrescata da Beato Angelico

La mostra che ha finalmente risollevato l’interesse per questo artista fondamentale per la storia dell’arte rinascimentale italiana, ma troppo spesso messo in secondo piano in favore dei soliti Michelangelo, Raffaello, Leonardo, è stata promossa e realizzata da Palazzo Strozzi (anche se si articola su due sedi espositive, la seconda delle quali è proprio il Museo di San Marco). Come sempre, quando si tratta di realizzare mostre d’arte rinascimentale (ad esempio “Verrocchio maestro di Leonardo” e “Il Cinquecento a Firenze“) Palazzo Strozzi centra l’obiettivo di esporre opere magnifiche che superano l’effetto wow, riuscendo a contestualizzarle e aprendo quindi squarci sulla società del tempo. Questo avviene anche con la mostra Beato Angelico.

Beato Angelico: la mostra a Palazzo Strozzi

L’aspetto interessante di questa mostra è il fatto di aver riunito insieme intere pale d’altare, formate dalla tavola principale, dalle predelle sottostanti, dai pilastri e dalle cuspidi, talvolta non realizzate da un artista unico, ma da una collaborazione di più artisti. Le varie parti che originariamente componevano la pala d’altare nel corso del tempo, proprio per il loro essere frazionabili, piccole opere d’arte in sé concluse, sono state separate, allontanate, distribuite in altre chiese o vendute. Niente di più entusiasmante per uno storico dell’arte cercare di capire quali predelle si abbinassero a una o all’altra pala d’altare: una commistione di analisi stilistiche, analisi dei temi trattati (solitamente vite di santi, miracoli e martirii), ma anche e soprattutto di ricerche di archivio, di atti di compravendita, di descrizioni fatte da testimoni del tempo. Chi per mestiere, o per diletto, fa Ricerca con la R maiuscola, capisce quale sia lo spirito che muove lo studioso e ne percepisce l’entusiasmo quando arriva a una conclusione o a una soluzione. Così io mi incanto, davanti a queste pale, a queste complesse opere ricomposte, perché penso al grande lavoro di studio, di ricerca, di notti insonni, di diottrie perse. Che portano però a rimettere insieme, almeno per la durata della mostra e nell’eternità della pubblicazione sul catalogo, opere che un tempo furono unite e oggi sono smembrate.

Beato Angelico, la Pala Strozzi, 1421-1432

Per raccontare al meglio questa mostra sceglierò le opere che mi hanno colpito di più. E non necessariamente perché “più belle”: la bellezza è un valore soggettivo. In realtà anche l’interesse che un’opera d’arte può suscitare è soggettivo. Però l’interesse è dato da una serie di dati oggettivi e di per sé interessanti, quali il contesto storico, il riferirsi a un gruppo di santi piuttosto che altri, l’inserire oggetti particolari all’interno della tela… Così, cercherò di raccontarvi le opere che ho trovato più interessanti lungo il percorso espositivo.

Beh, sicuramente la prima è quella di grande impatto che apre la mostra. Premesso che le esposizioni di Palazzo Strozzi amano sempre partire col botto, collocando nel centro della sala un’opera grande e magnifica, che non può che destare l’attenzione (che si suppone che, almeno nella prima sala, sia effettivamente ancora alta…): la Pala Strozzi nella Cappella dei Santi Onofrio e Nicola di Bari nella Sagrestia di Santa Trinita, una delle chiese di Firenze, la cui esecuzione fu avviata da Lorenzo Monaco e completata da Beato Angelico. La pala principale presenta una Deposizione dalla Croce, nella quale seguiamo il corpo esanime di Cristo, sul quale si vedono in linee violeacee i segni delle sferzate della frusta della fustigazione, che scende obliquamente dalla sommità della croce verso il basso, dove una bionda Maddalena gli bacia i piedi. L’insieme è estremamente vivace nei colori, paesaggio alle spalle compreso, nonostante il momento sia alquanto triste e riflessivo. Le predelle al di sotto raccontano le storie di San Nicola di Bari a destra e a sinistra di una scena di natività. L’opera si colloca tra il 1421 e il 1432.

Pala Strozzi, predella con uno dei miracoli di San Nicola di Bari

Si associa solitamente il Beato Angelico a rappresentazioni di storie della Vergine e di Cristo. Ma questo artista così prolifico ed estremamente edotto nella teologia e soprattutto nei valori dell’Ordine Domenicano cui apparteneva, si diletta talvolta nel rappresentare il Giudizio Universale. E se da un lato, come avviene in una tavola in mostra che proviene dalla collezione del Museo di San Marco, ci sono i Beati, identificati da un gruppo di sante e santi aureolati che fanno un girotondo in un prato e da angeli che accolgono in un abbraccio monaci particolarmente distintisi per opere di misericordia in vita, dall’altro è l’inferno dei peccatori, dei dannati distinti nei sette gironi che identificano i peccati capitali e minacciati da terribili demoni: un’immagine davvero potente, che doveva senza dubbio dissuadere i monaci del convento di San Marco dal lasciarsi andare alle tentazioni e ai vizi, per perseguire piuttosto le virtù che portano alla beatitudine e alla vita eterna.

Beato Angelico, Giudizio Universale, 1425-28

Parliamo di pale e parliamo di San Marco. Ecco che allora la Pala di San Marco, esposta ricomposta nelle sue tante parti (oltre alla tavola principale 5 predelle con storie dei Santi Medici Cosma e Damiano, più una teoria di santi e sante a lato) è la terza opera per me interessante di questa esposizione. La pala viene commissionata da Cosimo de’ Medici e da suo fratello Lorenzo (il Magnifico) nel momento in cui il convento di San Marco, rinnovato dopo essere stato affidato ai frati domenicani di Fiesole (che avevano sede nel convento, per l’appunto, di San Domenico), diventava uno dei fulcri della vita culturale e religiosa della città. La pala raffigura una Madonna su trono con bambino al centro di una serie di santi da una parte e di padri domenicani dall’altra. La cosa che attira l’attenzione, però, di tutta la raffigurazione, è il tappeto su cui sono inginocchiati due santi e che occupa una buona parte della scena. Si tratta della riproposizione di un tappeto persiano con animali che si fronteggiano, prodotto nel XIV secolo: in mostra ne è esposto uno simile.

Beato Angelico, la Pala di San Marco, 1438-42

Questo dettaglio è importante: dimostra il fatto che la committenza voleva che nei dipinti apparisse il ruolo di Firenze come grande attrattore commerciale, nel quale circolavano beni provenienti anche dall’Oriente, come spezie e animali (il serraglio in cui i Medici allevavano leoni ne è una prova, così come la giraffa che fu donata a Lorenzo il magnifico dal Sultano d’Egitto e rappresentata poi a Palazzo Vecchio). Anche nell’arte si riflette questa volontà di autorappresentazione dei Medici attraverso l’ostentazione di oggetti esotici. Infine, non sfuggirà la correlazione tra la famiglia dei Medici e i Santi Medici i cui plurimi e miracolosi martirii sono il tema delle 5 predelle (in una di essa è raffigurato un dromedario, a proposito di animali esotici…).

Pala di San Marco, predella con la sepoltura dei Santi Medici e un esotico dromedario

Il Trittico di Hildesheim esce dal giro delle pale dipinte: è una sorta di armadietto ad ante, all’interno delle quali sono custodite tavolette in avorio che raccontano le storie di Cristo. L’esterno è completamente affrescato da Beato Angelico che pone sulle ante l’angelo e la Madonna, a indicare l’Annunciazione, mentre sul retro è l’Ecce Homo, in una forma particolarmente moderna: al centro il Cristo martoriato, con indosso la corona di spine e sanguinante dal costato, il volto reclino. Intorno ad esso le singole scene, quasi fotogrammi estremamente essenziali, della sua Passione: due mani che si lavano in un catino rappresentano Ponzio Pilato che se ne lava le mani; una mano che versa soldi nell’altra si riferisce chiaramente ai 30 denari di Giuda; il volto bendato con una testa e una mano che tiene un bastone, l’altra mano che sferra un pugno si rifà al passo in cui Gesù viene schernito dai soldati romani che, bendatolo gli chiedono “Chi ti ha colpito?“; e poi il lancio dei dadi, chiaro riferimento a quando i soldati si scommisero la tunica di Cristo. Il tutto è su fondo nero. Io trovo questa immagine di una potenza pazzesca, molto più moderna di tanti artisti contemporanei: Mi aspetterei una cosa del genere da Magritte, non so se rendo l’idea.

Beato Angelico, Trittico di Hildesheim, 1440-1445

Infine, mi soffermo un attimo sulla Tebaide, opera giovanile di Beato Angelico che è esposta nella seconda sezione della mostra, al Museo di San Marco. Si tratta di una tavola stretta e lunga, sulla quale, con dovizia di particolari, in un territorio costellato da tante piccole figurine che mi hanno ricordato certi elaborati paesaggi nilotici di età romana, come il Mosaico di Palestrina (che Beato Angelico però non poteva conoscere), oppure certe tavole fiamminghe degne di Bosh e colleghi. Qui abbiamo i Padri del Deserto, eremiti e santi che vivevano in Egitto e le cui agiografie sono tanto fantasiose quanto divertenti da leggere. Qui sono divertenti le figurine di monaci che interagiscono con gli animali: c’è un monaco che conduce un carro trainato da pantere, uno che viene sbranato da due leoni, un altro che affronta un orso… e poi cammelli, asini e cervi, per restare in ambito faunistico. Perché le scenette umane sono moltissime e variegate: si va dal funerale di un santo, molto partecipato, al vecchissimo monaco dalla lunga barba bianca in groppa a un asino, ci sono due frati che si incontrano, uno che sta per attraccare e viene aiutato da un altro, e poi monaci presi nelle loro faccende quotidiane: chi coltiva, chi conversa amabilmente, chi trasporta sacchi di grano e chi pesca nel fiume.

Beato Angelico, Tebaide, 1415-20

Il Museo di San Marco e il Convento di San Marco

Dopo aver visto le grandi pale d’altare ricomposte, le grandi opere eseguite per le più rinomate committenze dell’epoca, tra cui quelle romane, negli anni in cui il Beato Angelico andò a Roma, non resta che vedere dove il frate prima ancora che l’artista dimorò, pregò, illustrò codici miniati e affrescò una serie di altre cose come la grande crocefissione nella Sala del Capitolo, ma soprattutto le 44 celle dei monaci al piano superiore del convento.

Chissà in quale cella dormiva Beato Angelico. E quindi chissà quale soggetto aveva scelto per la propria angusta stanza. Angusta, certo, e pure fredda in inverno: ma rischiarata e animata proprio da un affresco dei suoi, dedicato alla vita, alla passione e alla morte di Cristo.

Convento di San Marco, una cella affrescata con la scena dell’arresto di Gesù nell’Orto del Getsemani, preludio alla Passione di Cristo

Alcuni soggetti si ripetono, come la serie di crocifissioni sempre più o meno uguali, in cui si alternano, ai piedi della croce, un frate domenicano con un santo a caso, un San Giovanni, una Maddalena. Decisamente più variegate le scene che raccontano storie, a partire dal Giudizio Universale, in cui un Cristo trionfante sulla porta che si apre in un varco roccioso accoglie i santi, mentre agli angoli vari brutti demoni urlano impotenti davanti alla luminosità divina; molto meno potente, più rilassante è Gesù che insegna agli Apostoli (sarebbe la rappresentazione del Discorso della Montagna, quello che nel Vangelo diventa il capitolo delle Beatitudini); e poi la cattura di Cristo nell’orto del Getsemani, la morte, con Longino che gli pianta la lancia nel costato; la preghiera nell’orto del Getsemani, quando gli Apostoli si addormentano e Gesù prega “Padre allontana da me questo calice“.

Convento di San Marco, cella affrescata con scena di Eucarestia

E poi l’Eucarestia, in un’immagine inedita dell’Ultima Cena, perché qui Gesù non spezza il pane ma distribuisce direttamente l’ostia. A pensarci bene è un’immagine magnifica. Si susseguono poi nascita, adorazione dei Magi e poi il Noli me tangere: la Maddalena vede Gesù fuori dal sepolcro: lì per lì non lo riconosce, crede che sia un contadino, e solo in un secondo tempo si ravvede e, in ginocchio, fa per toccare Cristo. Ma lui con gesto fermo la blocca: Noli me tangere, non mi toccare. Un’immagine potente e simbolica, della quale spero vorrà parlare sul suo blog Memorie dal Mediterraneo, che è informata sui fatti.

Convento di San Marco, cella con scena di Noli me tangere

E poi c’è lei, l’Annunciazione. O meglio, in realtà l’Annunciazione è la prima cosa che riempie lo sguado di chi sale la scala che porta al piano delle celle. Di un’eleganza e una potenza uniche, questa è forse l’unica reminiscenza di Beato Angelico che mi portavo dietro ancora dal programma di Storia dell’Arte del Liceo, nonché da quella gita a Firenze alle Superiori, io che ne partivo da Firenze e che mai avrei immaginato che Firenze per tanti anni sarebbe stata la mia città, la mia casa. Rivedendo questa Annunciazione, dopo averne viste diverse in mostra di Beato Angelico, ho subito pensato “è lei“- E infatti sì.

Convento di San Marco, l’Annunciazione

Prima di lasciare le celle dei monaci visitiamo la biblioteca, che espone alcuni codici miniati di gran pregio, anche perché il miniatore in questione è proprio Beato Angelico. Artista versatile, non c’è dubbio, dalla miniatura al grande affresco su parete, Fra Angelico non si fa intimorire, perché sicuro della propria arte, esperto teologo, probabilmente sa che attraverso le sue opere contribuisce a portare il messaggio di Cristo più lontano.

Scendendo dal piano delle celle vale la pena di affacciarsi al cenacolo affrescato dal Ghirlandaio con scena di Ultima Cena (canonica, non come quella di Beato Angelico più sopra). Dopodiché può essere interessante passeggiare sotto il portico del chiostro di Sant’Antonino. Io, per esempio, vi ho trovato la tomba della povera Maria Maddalena de’ Medici, nata “malcomposta di membra” e, come recita l’iscrizione funeraria “libenter clausa” cioè reclusa per sua stessa volontà (mah…) dall’età di 13 anni fino alla morte nel vicino convento della Crocetta di cui fu – per lo meno – badessa. Vi parlo di questa figura tutto sommato meno importante nella genealogia dei Medici e per la storia di Firenze, perché invece a lei sono legata per questioni affettivo-lavorative: il convento della Crocetta altro non è che il palazzo che oggi ospita il Museo archeologico Nazionale di Firenze, dove ho lavorato per 7 anni.

Chiostro del convento di San Marco, la tomba di Maria Maddalena de’ Medici

Questo palazzo, che su via della Colonna affaccia con un bel giardino, si collega alla chiesa della SS. Annunziata mediante un corridoio, chiamato Corridoio Mediceo e che la nostra povera reclusa Maria Maddalena percorreva quotidianamente per prendere messa, non vista, da un piccolo affaccio pieno di velluti damascati che ancora oggi è parte integrante del museo (non so però se sia visitabile, di questo chiedo venia). Quando facevo servizio al Museo come assistente alla vigilanza, capitava il turno in cui dovessi andare a controllare che tutti gli accessi al museo fossero chiusi, compreso quello, altamente improbabile, dell’affaccio da SS. Annunziata. Così negli anni l’ho sentita sempre molto cara, la povera Maria Maddalena. Vedere la sua tomba mi ha dato la sensazione di averla incontrata sul serio, questa volta, e non semplicemente sentita raccontare, e raccontata a mia volta.

Ringraziamenti

Ringrazio innanzitutto Palazzo Strozzi per aver concepito una mostra davvero d’impatto, importante, che forse non esaurisce in sé tutte le domande che pone, ma che sicuramente ha dato qualcosa in più: ha riunito e ricontestualizzato le opere, ha dato nuova attenzione a un artista la cui importanza negli anni era stata adombrata da altri artisti, indubbiamente eccellenti, ma più maistream. E ha riportato l’interesse su un museo che normalmente è un po’ la Cenerentola dei musei di Firenze: il Museo di San Marco, che difficilmente rientrava, prima di questa mostra, nei percorsi turistici mordi-e-fuggi del turista medio. Ma io stessa, ammettendo qui pubblicamente la mia colpa, non avevo mai visitato bene, prima d’ora, il Museo di San Marco. Ricordo però che diversi anni fa alcuni tra il personale del Museo avevano messo su il blog del Museo di San Marco: era un bello spazio di approfondimento che credo però sia stato chiuso dopo tutti i vari passaggi di competenza ministeriale. Rimane una bella parentesi di divulgazione culturale. Mentre dispiace che il Museo di San Marco non abbia il suo proprio sito web. Vabbè, ragionerò altrove su questo aspetto. Qui invece vi dò tutte le info utili:

La mostra sarà visitabile fino al 26 gennaio 2026. Il Museo di San Marco è aperto solo la mattina dalle 8.30 alle 13.50 con ultimo ingresso alle 12.45. Durante il periodo della mostra è consigliabile prenotare, soprattutto di weekend. Se siete senza prenotazione e volete evitare di fare una fila che non scorre, presentatevi intorno alle 12.00-12.20, così – al netto di eccezionali ondate di gruppi sotto le feste natalizie – potrete visitare il convento e soprattutto le celle in totale tranquillità. Memento: la prima domenica del mese l’ingresso è gratuito: si salvi chi può!

Beato Angelico, Trittico con Ascensione, Giudizio Universale, Pentecoste, 1448-1449

A Palazzo Strozzi l’attesa per accedere alla biglietteria scorre più velocemente anche negli orari di punta. La prenotazione è comunque consigliata. A Palazzo Strozzi è disponibile l’audioguida – io non l’ho presa, ma dovrebbe fornire qualche info in più sulle opere esposte – con un sovrapprezzo sul biglietto di 4 €.

Le mostre di Palazzo Strozzi dedicate all’arte rinascimentale continuano a non deludermi: sempre nuove nell’impostazione, non si limitano all’effetto “WOW!” (come temo invece sia la mostra sugli Egizi alle Scuderie del Quirinale a Roma, che invece l’effetto wow solitamente lo persegue), ma lo contestualizzano, lo riconducono a spiegazioni che vanno oltre la contemplazione, ma avviano verso la comprensione dell’opera. Non è poco. E onore al merito.

Il ringraziamento più doveroso però è per Stefania, alias Memorie dal Mediterraneo, che mi ha ospitato, ma prima ancora mi ha fatto capire che non sarei mai riuscita a visitare questa mostra se non mi fossi mossa per tempo: entrambe viaggiatrici, per lavoro o per piacere (con lei, per esempio, ho scoperto, tra gli altri, Salonicco e Benevento), da qui a fine mostra non avremmo più avuto occasione per farlo. E poi ha fatto di più: si è messa lì a studiare Beato Angelico e dunque poi a raccontarmi dettagli e particolari che solo chi ama studiare, osservare e condividere può fare. E io le sono grata per questo.

Infine, ringrazio Firenze, che mi ha accolto nonostante la mia ritrosìa dovuta a una sorta di rigetto che ancora ho dopo che ho frequentato la città per 20 anni, vissuto e lavorato 8, sposata 3, (male) accompagnata i restanti. Per me venire a Firenze significa fare i conti col passato, un passato che fino a un certo periodo ricordo con piacere e che poi – da quando per la verità il fulcro si spostò a Prato – sto cercando di mettere nel dimenticatoio. Ma per fortuna ci sono le amiche. E Firenze è magnifica e non saranno certo i brutti ricordi a farmela odiare.

5 pensieri riguardo “Beato Angelico a Firenze: la mostra-evento di Palazzo Strozzi e il Museo di San Marco

Aggiungi il tuo

  1. Un altro centro di Marina questa volta guida appassionata oltre che Storica dell’Arte e turista stupefatta. Mostra in effetti eccezionale , imponente e non solo “wow” ma “scientifica “ e che ricontestualizza storicamente e artisticamente un protagonista indiscusso del Rinascimento

    1. Sto ritornando ora da Firenze. Rileggere con attenzione il suo testo mi farà rivivere la meraviglia! Grazie! Luciana

Scrivi una risposta a Luciana Cancella risposta

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.

Blog su WordPress.com.

Su ↑