Sono abituata a visitare mostre “canoniche”: archeologiche o storico-artistiche, didascaliche per forma e contenuti, e per allestimento. La mostra “Le fiabe sono vere… storia popolare italiana“ è un percorso diverso per concezione, per apertura, per temi. E perché, in effetti, è estremamente concettuale.
Concettuale e quindi difficile, direte voi. Sì, forse richiede uno sforzo in più rispetto alla canonica visione di oggetti che rispondono tutti a un argomento predefinito, ma in realtà questa è una mostra concepita per essere estremamente inclusiva e accessibile. Braille, pittogrammi, video in LIS (lingua Italiana dei Segni), possibilità di toccare oggetti e interagire con essi. “Le fiabe sono vere” vuole mettere al centro il visitatore e il suo immaginario, e farlo dialogare con l’immaginario di tradizioni e saper fare tipico delle varie parti d’Italia, ma senza seriazioni né approfondimenti di tipo topografico. Ciascuno costruisce il suo racconto a partire dagli oggetti e tornando ad essi, arricchito, forse, incuriosito senz’altro.
“Le fiabe sono vere” è una citazione da Italo Calvino (Fiabe Italiane, 1956). E con Italo Calvino si apre infatti la mostra. Una mostra che, soprattutto in apertura, vuole fornire molte informazioni sulle finalità e sulla metodologia, vuole instradare verso chiavi di lettura che invitano a disfarsi di preconcetti e serialità per abbracciare qualcosa di ancestrale e di antico, di astratto, ma al tempo stesso concreto, che è tutto ciò che sottende alla nascita delle tradizioni italiane.
La dichiarazione d’intenti è esplicitata fin nel primo pannello: “Incontrete tra poco manufatti e storie della società agro-pastorale italiana fra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo” dice infatti il testo “ma, nella nostra fiaba, vi chiediamo di riflettere insieme a noi se essi appartengono solo a quel passato, se ci parlano di un mondo finito per sempre, o non sono invece qualcosa di ancora presente che continua a parlare anche a noi, e di noi, se le loro tradizioni sono immutabili e obsolete o, invece, possono far parte anche del nostro mondo“.
Se pensate di trovare in mostra le fiabe canoniche, come Cenerentola, la Bella Addormentata, Pinocchio, sbagliate di grosso. Perché qui le fiabe nascono dall’incontro tra la tradizione e la cultura materiale, tra l’arte popolare e gli oggetti della vita quotidiana, tra le maschere del carnevale e le bambole, tra gli strumenti musicali e gli utensili dell’agricoltura. Le storie che si raccontavano intorno al fuoco e che parlavano di luoghi liminari, come il bosco, o il mare, luoghi di confine tra il noto e il fantastico, l’immaginato. Storie antiche, sconosciute, magari, ma che di fatto ci appartengono e hanno plasmato la nostra cultura popolare italiana andando ben oltre i confini regionali.
La mostra si divide in 12 capitoli. Non mi interessa spiegarvi il percorso espositivo, perché ritengo che ciascuno debba scegliere il suo personale orientamento, lasciandosi attrarre da quegli oggetti che furono d’uso comune e che oggi sono dietro la teca di un museo, oppure da maschere orrorifiche, come quella dei Mammuthones sardi, oppure dalle leggende dei Pupi siciliani.
La mostra “Le fiabe sono vere” è un modo per riallestire le collezioni dello storico Museo delle Civiltà dell’EUR. Non ho mai visitato il Museo prima di questo momento, per cui – ahimè – non so dirvi come fosse concepito l’allestimento. Ma posso senz’altro indovinare che almeno nella sua primissima fase (primi decenni del Novecento) dovesse avere un carattere fortemente tematico (tutti gli aratri, tutti i coltelli, tutti i tamburi…) e diviso per regioni italiane, in un allestimento estremamente seriale. Ebbene, l’allestimento di questa mostra – che coincide con l’attuale allestimento museale – sovverte completamente ogni seriazione e ogni compartimentazione topografica (con alcune necessarie eccezioni, come i Mammuthones e i Pupi siciliani, per esempio), dando conto, allo stesso tempo, della grandissima varietà di oggetti che nelle varie parti d’Italia sono creati per determinati utilizzi, e della grande omogeneità che alcune classi di materiali rivelano. Come i bicchieri in corno variamente incisi, la cui didascalia recita “luoghi differenti“.
Dopo questa doverosa premessa vi racconto gli oggetti che ho trovato più significativi e che quindi inserirei nel mio personale percorso espositivo di una mia personale mostra sulle tradizioni e l’immaginario italiano.
Il primo oggetto che mi ha colpito è un apparentemente insignificante bicchiere in corno di produzione sarda decorato con una Madonna e angeli. Di esso, come degli altri bicchieri esposti, la didascalia dice che essi erano incisi dai pastori nel tempo dell’attesa e della vigilanza del gregge. Gli stessi pastori per ingannare il tempo realizzavano anche altri oggetti, quali cucchiai, astucci da barba, bastoni: erano lunghe le giornate sugli altipiani della Sardegna e un’occupazione bisognerà pure averla avuta. Ma ciò che mi colpisce di questo bicchiere, che io considererei quasi un’opera artistica, non semplicemente un utensile artigianale, è il fatto che mi ha richiamato immediatamente alla mente i disegni preparatori per le vetrate della piccola Chapelle du Rosaire de Vence realizzati da Henry Matisse, esposti al Musée Matisse de Nice nel quartiere di Cimiez: non so se l’artista francese avesse avuto modo di vedere questi oggetti nello specifico, ma certo la somiglianza è notevole; laddove infatti Matisse persegue un riferimento all’arte primitiva, i bicchieri in corno esposti in mostra, nella loro semplicità sono proprio espressione di quell’arte “primitiva” che Matisse perseguiva.
Un altro oggetto particolarissimo che mi ha colpito è un tessuto artistico abruzzese della prima metà del XVII secolo, realizzato a Pescocostanzo (AQ). Su di esso, in lana e cotone, nella forma dell’arazzo sono rappresentati alcuni episodi della Guerra di Troia tra i quali si riconosce l’inganno del Cavallo di Troia, l’ingresso del Cavallo in città e Laocoonte assalito da grandi serpenti. Questi arazzi erano commissionati da donne benestanti che volevano decorare i propri palazzi – come ci si aspetta da un arazzo – e al tempo stesso arricchire la dote delle proprie figlie. Io ho trovato magnifica la rappresentazione di un tema classico e anzi epico in un contesto – per quanto agiato – così lontano da Roma e dai ricordi dell’arte antica. Segno che, però, certi cartoni e certe tradizioni letterarie non si fermavano nelle città, ma arrivavano anche laddove non ci aspetteremmo, nell’Appennino abruzzese.
E poi c’è il “Mago”, bambola che fa parte del ciclo dei Pupi siciliani, ma che è ben lontano dal ruolo di prode cavaliere quali i Pupi – cioè i paladini di Carlo Magno – sono. Il Mago ha l’espressione cattiva e ferina, è vestito di pelle di capra, è personaggio malvagio e basta guardarlo per sincerarsene. Ora, dovete sapere che nella mia cameretta da bambina c’erano due pupi siciliani di cui mi divertivo a muovere braccia e gambe. Per me, siciliana per parte di padre, i Pupi sono una presenza familiare, ma in realtà poco conosciuta. Così, quando ho visto questo Mago, ho capito subito che aveva a che fare con loro, però non capivo in che modo. E ho scoperto, ancora una volta grazie alla didascalia (le didascalie della mostra sono molto ben fatte, a mio parere), che i pupari, cioè coloro che realizzavano i pupi e li facevano esibire in spettacolini pubblici, inventavano storie nelle quali i paladini, nel loro avventurarsi per boschi e foreste, dovevano necessariamente incontrare qualche nemico cattivissimo. Questo mago è una di quelle creature che il virtuoso paladino di turno avrà sicuramente sconfitto, in una piazza siciliana o nell’altra nella quale il suo puparo aveva tenuto banco catturando l’attenzione di grandi e piccini.
E per restare in Sicilia c’è un dipinto che ha attratto la mia attenzione: rappresenta la Mattanza dei tonni, opera del pittore Umberto Coromaldi del 1911. Sembra di poter sentire Domenico Modugno mentre canta “Accidilo! Accidilo!” ne “Lu pisce spada“, sua canzone del 1970. In Sicilia la tradizione delle tonnare è radicata ed è molto antica. Tra le più famose è la tonnara di Scopello, all’ingresso della Riserva dello Zingaro, lungo la costa nord-occidentale della Sicilia.
La cosa interessante di questo dipinto è che fu commissionato per l’esposizione etnografica di Roma del 1911, per decorare il Padiglione della Pesca (ovviamente) e faceva parte di un ciclo di 6 scene di pesca lungo le coste italiane.
Concludendo
La mostra “Le fiabe sono vere… storia popolare italiana” lì per lì può lasciare spaesati. Nonostante si leggano i pannelli introduttivi che spiegano per bene come è organizzato il percorso espositivo e cosa troveremo, tuttavia quel riferimento alle fiabe ci sembrerà di perderlo tra le vetrine del primo piano che ci portano dirette dentro la cultura materiale di una società di volta in volta contadina, pescatrice, allevatrice: italiana, certo, eppure sfaccettata. Non troveremo, infatti, quei riferimenti alle fiabe canoniche che ci saremmo potuti aspettare. Tuttavia, ci avverte ancora il pannello in apertura, stiamo assistendo al racconto dei racconti, il Cuntu de li cunti, un intreccio di nature domestiche e di culture selvatiche. Perché tutto si fonde nel nostro immaginario, tutto risale a un che di ancestrale. Vedremo nelle vetrine oggetti mai visti prima, eppure sentiremo di conoscerli. Oppure saremo attratti da quegli oggetti che già conosciamo, e inevitabilmente capiremo che essi sono parte del nostro personale racconto.
La mostra si chiude infatti con una call for actions insolita per un museo: chiede di segnalare, raccontare, fornire, oggetti che per noi oggi già sono tradizione, immaginario, fiaba ma anche cultura materiale o, perché no, digitale. In sostanza, invita i visitatori a dare contributi per un futuro allestimento, a diventare co-creatori del futuro allestimento. La call to action finale della mostra, molto coraggiosa, rivela l’intento del museo di ripensare se stesso partendo dal basso, cioè dalla comunità di riferimento: sarà una sfida non da poco, visto che l’EUR non è propriamente un quartiere popolare e il complesso che oggi va sotto il Museo delle Civiltà e che accoglie quello che fu il Museo dell’Alto medioevo e il Museo Pigorini, oltre che il Museo delle Civiltà vero e proprio, non è propriamente considerato un museo di quartiere. Tuttavia osservo interessata e fiduciosa l’evolversi di questo indirizzo espositivo, sperando che funzionerà e che potrà essere di stimolo e di esempio per altre realtà museali, in Italia e non solo.
















Una mostra sicuramente non banale sia per allestimento che per tema: un invito a riscoprire luoghi, storie e suggestioni di un’Italia che non esiste più.
Mi piace molto il fatto che la visita sia abbastanza libera da seguire ognuno il proprio itinerario e soprattutto la call to action finale che permette al museo di arricchirsi di vissuti personali: perchè anche questi sono storia!
esatto, i vissuti personali sono il valore aggiunto di questa mostra. Nelle mostre “canoniche” si impara e basta, in questa si può, potenzialmente, dare il proprio contributo e la mostra si costruisce con l’apporto delle esperienze di ciascuno
Mi hai fatto ricordare le fiabe che ci raccontava mia bisnonna da bambine, attorno al “braciere”, quando calava la sera e a casa sua non c’era il televisore. Sicuramente facevano parte del folklore locale, e purtroppo di alcune ricordo solo pochi sprazzi, altrimenti le avrei trascritte e tramandate a chi verrà dopo di me. Mi segno subito questo museo da visitare, sono a poca distanza da Roma e potrei raggiungerlo facilmente anche in auto.
Che bello! sì, esatto, lo spirito di questa mostra è proprio questo, stimolare il ricordo dei racconti intorno al fuoco.
Una mostra davvero particolare, ma che lega un po’ le generazioni. Io amo tutto ciò che è ricordo, storia, saggezza popolare per cui penso che la troverei interessante o, per lo meno, curiosa. Grazie
è sicuramente molto interessante e solletica senz’altro ricordi e curiosità. La consiglio proprio per questo.