Visitare Galleria Borghese a Roma

Roma ha un cuore verde: è Villa Borghese, un immenso parco, oggi pubblico, ma un tempo appartenuto alla nobile famiglia dei Borghese, che nel XVII secolo qui costruì un elegante palazzo, oggi chiamato Galleria Borghese. I nomi dei protagonisti della storia della Galleria e della sua collezione sono sostanzialmente tre: Camillo Borghese che divenne papa col nome di Paolo V nel 1605; Scipione Borghese, grande collezionista di arte antica (e non solo) che visse nella prima metà del Seicento; Marcantonio Borghese, che un secolo dopo trasformò gli apparati decorativi della Galleria – e dunque gli affreschi e le decorazioni delle sale – dando un’impronta decisamente barocca e sontuosa (e magnifica, ma questo è il giudizio spassionato di una che ama il Barocco): ciò che vediamo oggi è l’esito di questa trasformazione. Vi è poi un altro Camillo Borghese, che all’inizio dell’Ottocento fu costretto da Napoleone Bonaparte a vendergli una buona fetta della collezione di arte antica.

Ogni volta che si entra in una sala della Galleria si resta semplicemente a bocca aperta: le ampie volte dipinte, le decorazioni esuberanti, le opere, sia che siano di scultura sia di pittura, tutto stupisce e fa girare la testa. Qui convivono capolavori dell’arte di autori quali Caravaggio e Gian Lorenzo Bernini con sculture e rilievi di età romana che già facevano parte della collezione di antichità di Scipione Borghese: statue, rilievi, addirittura un grande mosaico pavimentale con scene di gladiatori e di caccia.

E’ proprio da qui che parte la mia visita. Venite con me, ma assicuratevi che i vostri occhi non restino abbagliati da cotanta meraviglia.

La facciata di Galleria Borghese all’interno dell’immenso Parco di Villa Borghese

Visitare Galleria Borghese: il percorso di visita

Il primo impatto con l’esuberanza barocca di Galleria Borghese è il Salone di Mariano Rossi. Mariano Rossi è il pittore che ha affrescato l’ampio soffitto voltato con una scena mitologica che vede Romolo, il fondatore di Roma, sull’Olimpo al cospetto di Giove per propiziare la vittoria del comandante romano Furio Camillo su Brenno re dei Galli. Un mito inventato in realtà in età rinascimentale, perché celebra la romanità e la virtù eroica dell’onore: entrambi temi cari a chi governa Roma nel Settecento: il Papa.

La volta è talmente ampia ed esuberante da attirare completamente l’attenzione. Mentre si dovrebbe anche prestare attenzione a cosa c’è a livello del pavimento: un grande mosaico pavimentale, di età romana (III-IV secolo d.C.) nel quale si susseguono grandi figure di gladiatori in fase di combattimento (qualcuno è ferito, qualcuno è morto, qualcuno combatte) e scene di caccia, le venationes che si svolgevano negli anfiteatri in alternativa ai combattimenti gladiatorii. Non esattamente tra i mosaici di età romana più belli che mi sia capitato di vedere (se li volete vedere davvero belli venite a Ostia antica…) ma ugualmente interessanti e importanti, anche perché piuttosto tardi: il IV secolo d.C.

Galleria Borghese, Sala di Mariano Rossi, una scena dal grande mosaico con gladiatori

Procediamo. La sala successiva, semplicemente non ve l’aspettate. Anche perché lei è lì, e se ne frega talmente della vostra presenza, che vi dà le spalle quando entrate. Sto parlando di Paolina Bonaparte, che sposerà il figlio di Marcantonio Borghese, legando le due famiglie, nel bene – finché dura – e nel male (ad esempio quando Marcantonio è costretto a vendere buona parte della collezione di antichità a Napoleone). Paolina sta lì, semisdraiata sul suo sofà, nuda ma elegantissima, una dea (nella fattispecie Venere vincitrice) la cui purezza e regalità solo Antonio Canova poteva cogliere. Intorno si dispongono opere di arte antica, tra cui un rilievo murato nella parete con la scena dell’aggressione di Aiace a Cassandra, tratta dall’Ilioupersis, cioè la caduta di Troia. Segnalo questa scena perché l’iconografia è piuttosto diffusa: ne ho parlato nel libro “Femminicidio e violenza di genere nell’antica Roma” di cui sono curatrice.

Galleria Borghese, Antonio Canova, Paolina Bonaparte

La sala successiva è la Sala del David. Dove David è il David scolpito da Gian Lorenzo Bernini: freddo, determinato mentre tende la fionda. Ai suoi piedi una corazza, che ha due funzioni: fa da supporto e contrappeso a un marmo tirato talmente allo spasimo che rischierebbe di spaccarsi, per lo slancio della posa della figura, ma racconta anche per bene l’episodio biblico di David e Golia: perché David aveva ricevuto un’armatura da indossare per difendersi dal gigante, ma David si era reso conto che lo impicciava. E dunque si spogliò e invece di usare la forza fisica usò la scaltrezza, la velocità e l’astuzia.

Galleria Borghese, Gian Lorenzo Bernini, David

Segue la Sala di Apollo e Dafne, che qui ricorre sia sul soffitto, affrescato con una scena piuttosto edulcorato (sembra una danza) dell’assalto alla ninfa da parte del dio, che nel centro della sala, nuovamente conquistato da Bernini con il suo gruppo scultoreo di Apollo e Dafne: decisamente più concitato rispetto all’affresco sul soffitto, Bernini coglie il momento della trasformazione di Dafne in pianta d’alloro. Il volto di Dafne è un mix di emozioni: terrore per l’assalto, paura per la trasformazione… contrastano la sua bocca semiaperta e i suoi occhi sbarrati con l’espressione a malapena sorpresa di Apollo che non si aspetta che una ninfa piuttosto che dargliela si trasforma in alloro… Ma è bene che gli uomini imparino dagli dei che non è scontato pensare di poter esercitare un capriccio e quindi di ottenerlo. Imparino piuttosto a incassare il diniego, a veder rifiutato il consenso. Il tema dell’abuso sessuale e della figura femminile che cerca di sottrarsi, spesso con conseguenze nefaste per lei, è vecchio quanto l’intera civiltà occidentale. Non vorrei ripetermi nel citare il libro “Femminicidio e violenza di genere nell’antica Roma” che ho curato. Ops, l’ho appena fatto. Mi perdonerete.

Galleria Borghese, Gian Lorenzo Bernini, Apollo e Dafni

Usciamo ora in un grande salone, la Sala degli imperatori che, nonostante l’abbondanza di busti di imperatori romani, ha come protagonista un altro capolavoro di Gian Lorenzo Bernini, il Ratto di Proserpina. Si colloca perfettamente nel centro della sala, e lo conosciamo tutti. Conosciamo l’espressione terrorizzata di lei, conosciamo lo slancio verso l’alto dell’intero gruppo scultoreo, conosciamo tutta l’energia che si sviluppa: lei che cerca di divincolarsi, quasi volare, ma il dio degli Inferi, l’aggressore che la tiene comunque salda, le braccia nerborute, quella mano – mammamia! – che la tiene per la coscia affondando le dita nella carne e che è così realistica! E poi notiamo un dettaglio. Un dettaglio che ringhia e che latra: è Cerbero, il cane degli Inferi che con le sue tre teste si gira simultaneamente in tutte le direzioni, ma sembra non avere il controllo su ciò che il suo padrone, Ade, sta compiendo, con tutto ciò che comporta: la discesa agli Inferi di Proserpina che coincide con le stagioni dell’autunno e dell’inverno, e la sua risalita, concordata con la madre Demetra, nelle stagioni della primavera e dell’estate. Così il ciclo della vita naturale e degli uomini è garantito.

Galleria Borghese, Gian Lorenzo Bernini, il Ratto di Proserpina

Procedendo, un’altra opera di Bernini dà il nome alla sala: Sala di Enea e Anchise. E giustamente Bernini, rifacendosi alle iconografie antiche, riproduce il busto scultoreo di Enea che porta in spalle il padre Anchise, mentre il piccolo Julo segue senza fare capricci. Enea, nel gruppo scultoreo, porta con sé come bagagli, oltre al padre in spalla e il figlio al seguito, anche le statuette dei Lari, gli antenati protettori della casa. Si deve ad Enea infatti, tradizionalmente, l’introduzione del culto dei Lari a Roma.

Nella sala un’altra opera di Bernini rischia di distrarre: è la Verità, o piuttosto una sua allegoria. La figura femminile tiene lo sguardo alzato, il volto sorridente, di chi sa che il Tempo le darà ragione. E’ nuda, perché “la nuda verità” è l’espressione più calzante per dire che non si useranno bugie, sotterfugi o simili al momento del giudizio finale.

La Sala Egizia è probabilmente quella che più stupisce. Un’ambientazione giustamente egittizzante, con finte porte su cui campeggiano piccole sfingi nere, il soffitto dipinto con il fiume Nilo, i suoi figli e la dea Cibele, e che, tra le opere d’arte antica che espone, oltre ad alcuni piccoli mosaici pavimentali di età romana, annovera una statua di Iside Pelagia: la dea Iside, che era tra le più importanti nel mondo egizio, giunge in qualche modo a Roma dove ha grandissima fortuna. Nel caso di questa statua, qui è intesa nel suo ruolo di protettrice della navigazione (Pelagia, da pelagos, mare): il corpo, vestito di un lungo abito annodato sotto il seno, è in marmo nero. La testa e le braccia, bianche, sono un’aggiunta settecentesca, secondo un gusto antiquario discutibile oggi, ma che però era molto in voga, che consisteva nel restaurare e integrare statue originali con parti d’invenzione (come in questo caso) o nell’integrare busti con teste non pertinenti ma che “ci potevano stare”. Sono i cosiddetti pastiches, croce e delizia degli studiosi di arte antica e di collezionismo.

Galleria Borghese, Arte romana, Iside Pelagia

Andiamo oltre. E raggiungiamo la Sala del Sileno, dominata al centro da una statua di Sileno di età romana. Ma non è centro lui che cattura l’attenzione. Questa infatti è la sala in cui sono riuniti insieme tutti i Caravaggio: San Girolamo, Bacchino malato, San Giovanni Battista, David con la testa di Golia (impressionante), Madonna dei Palafrenieri, Giovane con la canestra di frutta. Qui gli amanti di Caravaggio possono davvero andare in estasi. L’unico problema, dal punto di vista della fruizione, è che siccome tutti i Caravaggio sono riuniti qui tutti insieme, i gruppi delle visite guidate si assiepano qui ed è un delirio riuscire a godere di ogni singola tela con la dovuta attenzione e tranquillità.

Galleria Boerghese, Caravaggio, San Girolamo

Questa concentrazione di Caravaggio si va a sommare all’itinerario che avevo predisposto a suo tempo sulle opere di Caravaggio a Roma: da Palazzo Barberini a Piazza del Popolo, a San Luigi dei Francesi… insomma, Caravaggio è decisamente noto e diffuso in città.

Saliamo ora al piano superiore, dove si trova la Pinacoteca.

Si comincia con la Sala di Didone, dedicata alla regina di Cartagine che ebbe la sventura di innamorarsi di Enea, un uomo che sapeva che doveva seguire il suo destino, ma che non si fece problemi ad approfittare dell’occasione di una donna innamorata per farsi amare e poi per lasciarla da un giorno all’altro. Didone, regina, orgogliosa, consapevole della sua debolezza, non sopportando la vergogna per essersi concessa a un uomo sentimentalmente inaffidabile si toglie la vita. Nel racconto che Virgilio ne fa nell’Eneide, sarebbe qui l’origine dell’inimicizia tra Cartagine e Roma che avrebbe portato alle guerre puniche, vinte sempre dai Romani contro quella che era la potenza marittima ed economica del Mediterraneo nel III secolo a.C. Proprio le Guerre Puniche segnano in maniera incontroversibile l’inizio di quel processo che vedrà Roma uscire al di fuori dei confini della penisola italica per diventare la prima potenza del mondo antico.

Galleria Borghese, Sala di Didone, volta dipinta con il suicidio di Didone

Perdonate la digressione, concentriamoci sulle opere, che sono firmate, tra gli altri, da Raffaello: la Dama con Liocorno per esempio, e la Deposizione di Cristo. Un altro artista degno di nota è il Perugino, che qui è rappresentato dalla Madonna con Bambino la cui espressione è un meme per lo scazzo e l’insofferenza che sembra esprimere. Vi è anche una copia della Fornarina di Raffaello (l’originale è a Palazzo Barberini) realizzato da un artista che si fa chiamare, non a caso, Raffaellino del Colle.

Tra le altre sale della pinacoteca segnalo la grande Loggia di Lanfranco, dove Lanfranco è il pittore che dipinse questo grande ambiente inizialmente loggiato. E’ uno dei pochi ambienti risparmiati dal restyling di fine Settecento (Lanfranco opera negli anni ’20 del Seicento) che ospita – ancora una volta – opere di Bernini: cose più minute, per carità, ritratti di papa Paolo V, di Luigi XIV e di Scipione Borghese, per esempio. E la Capra Amaltea, quella che secondo il mito avrebbe nutrito il neonato Giove sfuggito alle grinfie del padre Saturno che se lo voleva mangiare perché non voleva che un figlio lo spodestasse una volta adulto. Cosa che, inevitabilmente, avvenne. Perché manco gli Dei comandano il destino.

La minuscola Sala dell’Aurora, adiacente, espone al centro quella che è destinata a diventare la mia opera d’arte-spirito guida: l’Allegoria del Sonno di Alessandro Algardi. Un puttino addormentato, con ali da falena, completamente abbandonato, ha accanto a sé fiori di papavero, il cui potere sonnifero e drogante era noto già all’epoca, e un piccolo ghiro che gli si viene a coricare accanto, animale dormiglione per eccellenza. La piccola scultura è in marmo nero, che ancora di più evoca la notte e il buio, ma che è di una lucentezza magnifica. Una parola su Algardi, che ebbe la sventura di nascere, vivere e operare negli anni di Bernini. Laddove Bernini la faceva da padrone, altri scultori eccellenti, come l’Algardi, rischiavano di fare la fame, proprio perché oscurati dal sommo. Anche oggi quasi nessuno conosce Alessandro Algardi. E’ il motivo per cui ne parlo qui, hai visto mai che serva a diffonderne la giusta fama…

Galleria Borghese, Alessandro Algardi, Allegoria del Sonno

Temporaneamente, nella successiva sala di Elena e Paride (le cui vicende sono narrate, come al solito, sulla volta affrescata) è allestita una mostra, meglio un focus, su un artista interessante perché fuori dal comune per la sua arte: Marcello Provenzale da Cento, esperto nel mosaico minuto e apprezzatissimo alla corte di Paolo V. In mostra sono esposti un ritratto del papa suo mecenate e altre opere tra cui un bel paesaggio romano ravvivato da uccelli resi con grandissima maestria e aderenza al vero, e un Orfeo raffigurato sotto un albero mentre ammansisce animali reali e fantastici, mentre sullo sfondo l’Ade incombe, montagna infuocata che assume fattezze mostruose, a evocare la disavventura che Orfeo vivrà e farà vivere alla sposa Euridice.

Galleria Borghese, Marcello Provenzale, Orfeo

Nella sala successiva, l’ultima, sono confinate, si fa per dire, opere di Tiziano Vecellio (Amor Sacro e Amor Profano), di Antonello da Messina, di Paolo Veronese e di Palma il Vecchio, per citarne alcuni. La visita alla Galleria Borghese è un compendio di storia dell’arte rinascimentale, manierista e barocca: tutto il meglio del Quattrocento, Cinquecento, Seicento e Settecento transitato e fermatosi nella collezione privata di una dinastia davvero influente nella Roma del tempo.

Galleria Borghese: preparare la visita

Mi dicono da più parti che sia difficilissimo trovare biglietti per visitare Galleria Borghese nel weekend. Questo perché i gruppi delle visite guidate che prenotano con largo anticipo e le dimensioni ridotte di alcune sale importanti (quella di Paolina Bonaparte, di Apollo e Dafne, di Caravaggio sono minuscole) non consentono di lasciare troppi slot liberi nell’acquisto dei biglietti. Tuttavia c’è la possibilità di presentarsi in biglietteria la mattina e aspettare pazientemente il proprio turno in coda per poter finalmente acquistare il biglietto ed entrare.

In ogni caso, per fortuna, Galleria Borghese può vantare un sito web davvero ben fatto, nel quale ogni opera di ogni sala ha la sua scheda. Così, se intanto che si è in coda, si vuole dare un’occhiata a quello che si vedrà, si può già focalizzare i punti di interesse (metti che non ti piace Caravaggio, salti a piè pari quella sala… seeee come no!)

Modi alternativi per visitare Galleria Borghese

Ho visitato Galleria Borghese grazie a un’iniziativa pensata in realtà inizialmente per le persone sorde, ma che è aperta anche alle persone udenti: un appuntamento al mese si svolge l’evento “Le stanze di Scipione Borghese“, un progetto della collega e amica Stefania Vannini realizzata in collaborazione con Violante Nonno, guida in LIS, che di volta in volta si focalizza su quattro opere e su temi di volta in volta differenti, mettendo in scena dei Visual Vernacolar grazie alle performances (davvero coinvolgenti) di Lorenzo Laudo, attore sordo che usa quindi non solo il linguaggio del mimo, ma proprio i codici LIS per farsi comprendere. E, vi assicuro, non è facile stargli dietro, ma accidenti che soddisfazione quando finalmente si riesce a entrare nel sistema di codici visuali che permettono – a questo punto a chiunque – di comprendere ciò che è messo in scena. E vi assicuro, è coinvolgente e commovente anche perché il non poter ascoltare, ma soltanto vedere, amplifica le emozioni. Mi sono commossa al vedere il Visual Vernacular di Orfeo.

Il bravissimo Lorenzo Laudo, capace di far entrare anche gli udenti nel mondo del Visual Vernacular

Si potrebbe pensare che un Luogo della cultura come Galleria Borghese, uno dei musei più visitati di Roma grazie alla concentrazione di opere di Bernini e Caravagglio tutte insieme, possa accontentarsi dei numeri di turisti interessati a vedere, per l’appunto, i grandi capolavori. E’ la seduzione in cui rischiano di cadere tutti i musei con un alto flusso di pubblico. Ma è proprio qui che scatta la differenza. La differenza la fa voler scegliere pubblici specifici, minoritari, ai quali rivolgersi, fidelizzare con essi, diventare un punto di riferimento culturale. Così a Galleria Borghese si è creato questo circolo virtuoso che dura ormai da anni, che ha fidelizzato con le persone sorde e che, co-progettando con esse, ha dato vita a eventi mirati che non fanno i grandi numeri (logica che i Musei Italiani sembrano voler perseguire) ma al contrario creano comunità. Questa è una vera best practice che andrebbe fatta conoscere ed esporata presso altre realtà museali, non importa che siano stra-importanti oppure no. Calibrare l’offerta didattica sui differenti tipi di pubblico è sostanziale se si vuole essere un museo di comunità e non un museo da grandi attrattori.

Ops, sono finita a parlare qui di argomenti di cui in genere parlo sull’altro blog “Generazione di archeologi“, più attento a queste tematiche di museologia, allestimenti, comunicazione museale. Però forse anche parlarne qui non è fuori luogo. Il tema dell’inclusività è sostanziale negli allestimenti museali odierni, e inclusività è anche e soprattutto quella cognitiva: chi visita il museo dev’essere in grado di comprendere ciò che ha davanti, il suo valore e la sua fortuna nei secoli. Altrimenti si saranno semplicemente attraversate le sale e si sarà aggiunto un bollino alla personale mappa dei Luoghi di Roma e non solo da vedere una volta nella vita.

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