Storia del mio inter rail nell’estate del 2003

Era l’estate del 2003, e io mi apprestavo a fare quello che, a distanza di venti anni e di migliaia di km percorsi fino ad oggi, resterà sempre nel mio cuore come il viaggio della vita: l’inter rail.

Era l’estate del 2003 e io avevo appena compiuto 22 anni quando partii. Non da sola, ma con Fernando, studente di architettura brasiliano in Erasmus a Genova, e Ilaria, mia compagna di casa e sua compagna di facoltà.

Eccoci, i tre protagonisti dell’impresa: io (quella bionda) Fernando e Ilaria. Qui siamo a Lisbona

Non fu facile convincere i nostri genitori, miei e di Ilaria, anzi fu molto complicato. Ma alla fine, dopo infinite trattative la spuntammo e arrivò il tanto atteso. Ricordo ancora l’emozione, quando tutti e tre andammo ad acquistare il biglietto. Con 329 € abbiamo girato l’Europa per tre settimane, toccando le principali capitali europee, facendo quasi una settimana di mare in Portogallo e vivendo esperienze indimenticabili. Io ho anche trovato l’amore, un amore effimero, estivo, di quelli che si possono vivere a 22 anni. Ma che è stato la ciliegina sulla torta di un’avventura a 360°.

Io già all’epoca avevo la mania della scrittura – o forse mi venne proprio in quel caso, chissà – e partii con un blocchetto di appunti sul quale giorno per giorno appuntai il mio diario di viaggio. Al ritorno quel diario divenne un album nel quale attaccai le foto, i biglietti del treno, cartoline e ritagli di giornale, scontrini e persino un mucchietto di sabbia di Nazaré (sì, lo so, non si fa…). Ogni tanto sfoglio quel diario e mi sale sempre una certa tenerezza, un po’ di commozione. Sorrido, sempre, quando lo sfoglio, guardo le foto, mi vedo 20 anni più giovane e provo, anche in questo caso, una certa tenerezza per la me stessa di allora.

La prima pagina del mio diario di viaggio, con la dedica/citazione di Fernando (Pessoa)

Comunque, bando agli indugi. Via col racconto di quello straordinario inter rail del 2003!

Era l’estate del 2003, non esistevano ancora gli smartphones e i telefonini non scattavano fotografie, nessuno di noi possedeva una fotocamera digitale, ma tutti e tre avevamo la macchina fotografica a rullino (Fernando una reflex, io una compatta). Io scattai in quel viaggio solo l’equivalente di 3 rullini: 72 fotografie. Una cosa che se ci penso ora mi vengono i brividi: oggi ne avrei scattate tremila probabilmente, o anche di più, visto quante ne ho realizzate, tra telefono e fotocamera, per non parlare dei video, ultimamente nel mio viaggio in India.

L’itinerario innanzitutto: Vienna, Berlino, Bruxelles e Amsterdam, Parigi, Madrid, Toledo, Nazaré con incursioni a Fatima, Lisbona e Porto, Siviglia, Granada e infine Barcellona. Niente male come itinerario, eh?

E quindi partenza da Genova il 2 agosto del 2003 in direzione Tarvisio Bosco Verde, il confine ferroviario dell’Italia con l’Austria. Poi la prima tappa. Vienna. Ma prima di arrivare, ricordo la notte trascorsa in treno. Non era la prima volta che viaggiavo su un treno notturno, ma era la prima volta in quelle condizioni, con la paura che ci potessero derubare nel sonno o vai a sapere. Lì per lì fu la beata spensieratezza di quegli anni a darci la grinta e la fiducia nel prossimo per farlo. Inutile dire che dopo l’esperienza dell’inter rail io ho imparato a dormire in treno meravigliosamente.

Io in un bar che porta il mio nome, a Porto (Portogallo)

Vienna è stata in assoluto la prima capitale europea che ho visitato in vita mia. Negli anni successivi ne avrei visitato di capitali europee, in alcune sono tornata più volte, ma Vienna ebbe per me il sapore della prima volta. E, devo dirvi, mi deluse. La trovai troppo finta, troppo congelata all’epoca della Principessa Sissi, sarà stato perché per le vie della città c’erano tante statue di cavalli (me ne ricordo uno rosa per il quale letteralmente impazzii), sarà stato perché nei parchi venivano trasmessi i walzer di Strauss in filodiffusione… non ne restai entusiasta. Soprattutto a fronte delle destinazioni che avrei visitato dopo.

Dopo infatti venne Berlino. E Berlino contro ogni mia opinione dell’epoca, mi entusiasmò. Non avrei mai immaginato che potesse essere così eclettica, passare dai suoi musei di arte classica (la visita al Pergamon Museum fu un’esperienza pazzesca per la giovane archeologa in erba che ero) alla modernità di Alexander Platz, vedendo qua e là le tracce del Muro. Si percepiva chiaramente il fatto che Berlino era una città in grande trasformazione e in effetti ne avrei avuto la prova una decina d’anni dopo, quando vi ritornai. Ecco allora i giudizi sulle città: Vienna finta, Berlino esaltante.

Bruxelles lì per lì non mi disse nulla, ma perché ci passammo soltanto una mattina, nel corso della quale raggiungemmo giusto la Grand Place. Piuttosto fu interessante riuscire a prendere il treno giusto per Bruxelles: eh sì, perché in stazione a Berlino cambiarono il binario all’ultimo minuto. Abbiamo rischiato di non accorgercene e di finire chissà dove!

Una delle pagine del diario dedicate ad Amsterdam

Da Bruxelles abbiamo proseguito verso Amsterdam, dove ci siamo fermati due notti. Ricordo ancora l’ostello dove dormimmo, nel famoso quartiere a luci rosse delle ragazze in vetrina. Nell’ostello le alternative erano: camerata oppure dormire in tre in una stanza da due. Optammo per la seconda proposta e ci ritrovammo a dormire in tre nello stesso letto. Io e Ilaria obbligammo Fernando a dormire in mezzo, il che sicuramente gli procurò un certo imbarazzo… E in effetti fu quella la cosa più trasgressiva che facemmo ad Amsterdam. Perché la vera esperienza trasgressiva, ovvero passare la serata al The Bulldog, in realtà si risolse in un tè alla marjuana, che si rivelò essere molto amaro e assolutamente privo di effetti collaterali. Eravamo brave ragazze, e Fernando ancora di più: lui prese un té Twinings alla cannella, me lo ricordo ancora.

Ad Amsterdam visitammo il Museo Van Gogh: quella fu per me la prima volta in cui potei vedere dal vivo le opere di quel grandissimo artista. Mi sentivo come una groupie al cospetto del suo idolo… provai una grande emozione e amai moltissimo sia il museo che – ancora di più – l’artista.

Amsterdam fu la capitale più a nord del nostro viaggio. Da lì infatti saremmo ridiscesi verso la Francia, destinazione Parigi! Volete la verità? Io di tutto il viaggio aspettavo soltanto di vedere Parigi, ero partita con quel mito, il Louvre, la Tour Eiffel, io desideravo ardentemente visitare Parigi! E non rimasi delusa, per niente. Non sapevo ancora che quella sarebbe stata la prima di una lunga serie di volte a Parigi. E ogni volta di Parigi ho scoperto nuovi scorci e nuovi luoghi, senza rinunciare ai vecchi classici.

Una delle pagine del diario dedicate a Parigi, nello specifico al Louvre

A Parigi trovammo l’ostello in periferia. L’ostello però era decisamente di lusso: belle stanze, vi alloggiavano anche famiglie con bambini. Avremo speso un po’ di più, ma la nostra tranquillità, e soprattutto quella dei nostri genitori, doveva stare al primo posto.

Così, rilassati per la nostra sistemazione, abbiamo potuto fare tutti i nostri giri in santa pace. E abbiamo fatto tutti i must do: Tour Eiffel, Louvre e Jardins des Tuilieries, Champs Elysées, Montmartre, Notre Dame, e poi, su richiesta dell’architetto e fotografo Fernando, Centre Pompidou e La Défense, l’estrema porta di Parigi su quella lunga direttrice che parte da L’Etoile.

A Parigi ci raggiunse la notizia che in quell’estate caldissima, la più calda che si fosse registrata fino ad allora, persino a Parigi gli anziani morivano come mosche. E infatti ricordo che ai Jardins des Tuilieries c’erano diversi ambulanti che vendevano a peso d’oro bottigliette d’acqua. Io ricordo di quel viaggio che per nutrirmi mangiavo molte mele verdi: zuccheri e liquidi erano reintegrati, il costo era bassissimo e il girovita ringraziava.

Una nota di colore. Come dicevo in apertura, non esistevano gli smartphones, ma soprattutto all’epoca non esisteva il roaming internazionale nei Paesi UE, per cui telefonare a casa era un macello in termini di costi. E mi ricordo che i miei mi raccontarono che una sera partirono da casa per raggiungere il bancomat più vicino per ricaricarmi il telefono, perché io avevo finito il credito. Io credo, alla fine di tutto il viaggio, di aver speso più di telefonate a casa che non di cibo o di ostelli. Per anni mi è rimasto lo shock. Poi finalmente l’UE ha istituito il roaming internazionale e soprattutto è arrivato internet sul telefono, i dati e la wifi.

Dopo Parigi, finalmente l’España! Madrid è stata la nostra prima tappa. Questa volta niente ostello, ma ospiti a casa di Laura, una compagna di Erasmus e di casa di Fernando a Genova, e del suo compagno José. Avete presente il film “L’appartamento spagnolo“? Ecco, il film si svolgeva a Barcellona, ma a Madrid non funzionava molto diversamente. Ricordo con una certa curiosità le tre piante di Marjuana coltivate sul terrazzino, perché tale era la quantità consentita per legge, con Laura che chiosava “Ma tanto è impossibile fumarsela tutta in un anno“. Top.

A Madrid feci la mia prima esperienza con le patatas bravas, cioè patate condite con una salsa piccante, e con la cerveza y lemon, una sorta di panaché, per dirla alla francese, o l’antesignana della Radler (che però è analcolica). A me piaceva molto perché con i 42° all’ombra di Madrid in quella calda estate del 2003, la cerveza y lemon era la soluzione alla calura e alla idratazione. Sì, certo, avrei potuto bere acqua, ma la cerveza y lemon faceva indubbiamente più gola. Invece, ricordo con un certo disgusto i churros. E lo so: a tutti fanno impazzire, a me al solo pensiero torna il voltastomaco.

Di Madrid ricordo la paella in Plaza Major, il termometro che segnava 42° – roba che ormai sono diventati la normalità, ma che all’epoca erano temperature assurde – il Palacio Real e il Museo del Prado. E sì, qui ho fatto il mio incontro con Goya, ma soprattutto con Las Meniñas di Velasquez: un dipinto che mi ha affascinato, anche perché fu Fernando a spiegarmene il senso. Da quel momento Las Meniñas di Velasquez sta nella mia top ten dei quadri più belli di sempre.

La pagina del diario dedicata a Toledo

Atocha y Alcala via dos! Atocha y Alcala via dos“: mi è rimasto impresso questo messaggio annunciato forte e chiaro in continuazione alla stazione di Atocha a Madrid mentre aspettavamo il treno per Toledo, la nostra piccola gita fuoriporta alla scoperta di una città medievale e moresca magnifica. A distanza di anni ricordo il colore delle sue mura, il rossastro dell’argilla di cui è fatta anche la terra. Mi piacerebbe tornare a Toledo, più ancora che a Madrid.

E poi si parte, destinazione Portogallo. Da Madrid prendiamo un treno per Medina do Campo, dove alle 4 di notte partirà il treno per Fatima. Medina del Campo è un villaggio piccolo, dopotutto. C’è una gelateria, per fortuna, ma è lunga aspettare il treno fino alle 4 di notte. Quando finalmente saliamo, non è che si riesca a dormire granché: il treno è affollato e quando sorge il sole è difficile restare con gli occhi chiusi e non guardare il panorama boscoso e aspro che il treno attraversa. Non è esattamente la condizione ideale per arrivare ospite a casa del ragazzo con cui c’è del tenero. Ma un bagno in piscina ci rilassa e ci rimette al mondo. E siamo pronti, al pomeriggio, a visitare Ourém, dove Daniel – questo il nome del mio ospite/futuro-fidanzato-per-4-giorni – vive. La prima esperienza è assaggiare la Ginja, un liquore alla ciliegia dolcissimo e inebriante. La seconda esperienza è visitare il santuario mariano di Fatima, dove la Madonna apparve tre volte alla giovane pastorella alla quale rivolse quei “segreti di Fatima” che ancora oggi sono avvolti nel mistero.

La grande spiaggia di Nazaré

E poi via, verso Nazaré! Antico borgo di pescatori, è diventato negli ultimi decenni meta turistica e di seconde case per i portoghesi dell’interno. Oggi Nazaré è capitale dei surfisti e dei kitesurfers per via delle sue onde straordinarie. Nel 2003 tutto ciò ancora non era noto e per me era già eccezionale fare il bagno nell’Oceano Atlantico.

Niente surf per me quindi. E neanche lo avrei voluto. A Nazaré siamo ospiti nella casa al mare di Daniel.

Non vi sto a raccontare niente perché scadrei nel sentimentalismo becero. Vi dico solo che lì ho visto il mio primo tramonto sull’Oceano Atlantico, lì ho fatto il mio primo bagno nell’Oceano Atlantico… Diciamo che Nazaré è stato il luogo delle mie prime volte, in assoluto.

Tra l’altro, a distanza di anni, ho scritto un racconto che ha vinto un premio letterario alcuni anni fa e che è stato pubblicato recentemente in un’antologia, dal titolo “Il viaggio di Joao Pinto“: Joao Pinto è un libraio di Ourém che non ha mai messo piede fuori dal suo paese, ma che sogna di vedere il mare, di cui ha letto in tanti di quei libri che vende. Così un giorno, ormai anziano, parte, a piedi, per raggiungere il mare, a Nazaré. E quando arriva, finalmente trova un vecchio amico, l’Oceano, e la pace.

Bando ai sentimentalismi, torniamo al viaggio: sia mai che restiamo fermi a Nazaré a fare il bagno e a intorpidirci le membra! Un giorno con Fernando e Ilaria andiamo in treno a Porto, un altro giorno ci spostiamo con tutta la banda a Lisbona, cenando a Sintra. I giorni in Portogallo sono stati per me, per ovvi motivi, anche a distanza di anni, i più belli. Così potete immaginare quanto mi sia disperata l’ultima sera, prima della partenza. Ma gli amori a 22 anni sono così, maledettamente passionali e intensi, inversamente proporzionali alla loro reale fattibilità, concretezza e durabilità. E così con la morte nel cuore e una bottiglina di Ginja nello zaino ho affrontato il viaggio di ritorno in treno, con l’immancabile sosta forzata a Medina del Campo. Ci sono foto, imbarazzanti, che mostrano me e Ilaria con la bottiglina in mano, mentre tra una risata e l’altra celiamo il dispiacere per quanto sta inevitabilmente andando a concludersi. Non ve le mostrerò. Vi mostro piuttosto una foto in cui compare anche il mio fidanzato portoghese:

Foto di gruppo a Lisbona. Si intuisce chi è Daniel, vero?

Il treno che prendiamo a Medina del Campo ci conduce a Siviglia. Qui saremo ospiti di un’altra amica di Fernando, Rosa, la quale ci accompagna in città. Della Siviglia dell’epoca ricordo bene solo Plaza De España, quella bellissima piazza decorata con quadretti in maioliche, azulejos, che raccontano tutte le città della Spagna: costruita per l’esposizione universale del 1929, è poi rimasta ed è uno dei luoghi più battuti dai turisti.

Naturalmente a Siviglia abbiamo visitato il Real Alcazar e poi, soprattutto, che ti vuoi far mancare una serata a La Carboneria? Esibizioni di flamenco in una cornice unica. Ci sarei tornata anni dopo e ricordo che non ho nascosto il mio entusiasmo amarcord. Quella a La Carboneria fu una serata meravigliosa. E che dire della Cattedrale di Siviglia, e della Giralda, che oggi è campanile, ma in età moresca era il minareto della moschea? Gioverà sapere che all’interno della cattedrale di Siviglia si trova la tomba di Cristoforo Colombo.

Da Siviglia ci spostiamo a Granada. Ma i treni non sono a nostro favore. Non abbiamo modo di fermarci a dormire, quindi dovremo visitare Granada by night. Perciò non riusciamo a entrare all’Alhambra, la residenza reale dei regnanti moreschi. Io mi procuro una cartolina, scattata dal Generalife. Anni dopo avrei ritrovato quella stessa inquadratura visitando il Generalife davvero. E, ve lo dico, mi sono commossa.

La pagina del diario con la cartolina di Granada

Passammo quella notte dapprima nei localini lungo il fiume, sfondandoci di patatas bravas, poi su per le vie del quartiere arabo dell’Albaicin, dove acquistai dell’ottimo tè; poi concludemmo la serata in un bar aperto tutta la notte, dove noi tre cercammo di rimanere svegli, dove io, all’ennesimo caffelatte fui presa da un assalto di dissenteria, dove approfittai del mio diario per intervistare Fernando. Anche quella fu un’esperienza molto bella, che non si può comprendere fino in fondo se non si ha quell’età.

Penso di aver dormito in treno tutto il tempo, perché non ho ricordi del viaggio fino a Barcellona.

Barcellona fu la ciliegina sulla torta di quel viaggio: la Sagrada Familia, Park Guell, il porto antico, Barceloneta e la Ciutat Olimpica mi riportarono in una città bella, monumentale, ma allo stesso tempo mediterranea e vivibile, una sorta di Genova meno monumentale, più grande e ugualmente legata a Cristoforo Colombo e al Mediterraneo.

Barcellona fu l’ultima tappa del viaggio. Rientrammo a Ventimiglia, io poi scesi alla fermata di Diano Marina, dove c’era un comitato d’accoglienza degno di un eroe, e dove c’era la mia amica Gloria che mi chiese subito la cosa più importante, o piccante, del viaggio: cos’avevo fatto con Daniel. Perché il bello dei viaggi, signori miei, non sono tanto i luoghi in sé – quelli sono belli o interessanti di per sé – ma sono le persone a farli e i loro stati d’animo e di spirito. E sono le percezioni dei luoghi e delle esperienze. E quello che interessa a chi ascolta i racconti non è la descrizione del monumento, ma l’esperienza effettiva che si è vissuta durante il viaggio. Leggevo recentemente Alain De Botton, L’arte di viaggiare, che apre nel peggiore dei modi: aspettativa vs realtà, dove la personalità del viaggiatore con le sue vicende contingenti, gioca il 90% dell’esperienza. Nel mio caso fu un 90% assolutamente positivo.

Foto di fine viaggio: a Barcellona.

Cosa resta del mio inter rail di 20 anni fa

Resta tantissimo. Resta l’indomita voglia di viaggiare, quella stessa che mi ha fatto partire nel 2023 per l’India, nonostante una costola rotta e i postumi di una protesi dovuta a ricostruzione per mastectomia da tumore al seno. Resta la curiosità, la spensieratezza – mista a ingenuità – nel voler fare e vedere cose che, col senno di poi, non sono opportune; resta il senso di ribellione nel dover sottostare a cose che non si apprezzano eticamente; resta quel mio sempre latente romanticismo che mi fa cogliere sfumature altrimenti nascoste e invisibili. Resta il senso dell’avventura intesa come la racconta Pietro del Soldà nel suo “La vita fuori di sé. Una filosofia dell’avventura, lettura che vi invito a fare.

Ho amato profondamente quel viaggio. Penso che mi abbia formato così come il Grand Tour formava i giovani virgulti tedeschi nel Settecento in Italia, o come il viaggio in Italia formava le intraprendenti donne anglosassoni che partivano nonostante tutto e tutti, proprio per vivere un’autentica avventura. L’inter rail è stato per me un’esperienza di vita, di crescita, di formazione, di sviluppo del senso critico e dell’arte di arrangiarsi. Oggi forse non va più così tanto di moda, ma non ho dubbi a consigliarlo a un qualsiasi universitario o universitaria che abbia voglia di fare esperienza del mondo. L’importante, però, è non partire da soli, ma in tre come si è fatto noi: l’unione fa la forza, quando uno è stanco gli altri sostengono e viceversa; le decisioni prese confrontando più teste sono meglio di quelle prese di pancia dal singolo. Potrei andare avanti per ore. La verità è che l’inter rail mi ha insegnato a gestirmi, ad affrontare gli imprevisti, a fare le lotte coi centesimi e quindi a risparmiare, a tenere d’occhio le disponibilità finanziarie fino alla fine del viaggio: non è scontato che oggi un fanciullo di 22 anni sia in grado di farlo.

Contare sulle proprie forze e sulle proprie capacità di adattamento, in assenza di Google, di Wikipedia, di Booking e di Tripadvisor. Questo è l’insegnamento più grande che mi ha lasciato l’inter rail. A distanza di anni lo rifarei? Assolutamente sì. Non potrei pensare alla mia vita successiva senza quell’esperienza: sicuramente sarebbe stata più vuota, meno curiosa, meno artistica. Non smetterò mai di ringraziare i miei genitori perché alla fine si fidarono e mi fecero partire.

BOX: per approfondire

Qui raccolgo i post che ho scritto in seguito su alcune delle città che ho toccato nel corso del mio inter rail:

16 pensieri riguardo “Storia del mio inter rail nell’estate del 2003

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  1. Bellissimo questo racconto! Mi ha portato indietro nel tempo, anche perché siamo più o meno coetanee e quindi quelle che hai descritto era proprio le esperienze che si facevano a quell’età, senza telefoni, senza internet, senza google maps. Come hai detto tu, un viaggio del genere ti insegna ad affrontare gli imprevisti. Nel mio caso non è stato un inter rail, ma un soggiorno a Londra di tre settimane, per la prima volta da sola: nemmeno io potrei pensare alla mia vita successiva senza quell’esperienza: ti capisco benissimo!

  2. Marina che dire mi hai fatto emozionare con questo bellissimo racconto, complimenti alla giovane viaggiatrice di allora e alla donna forte e coraggiosa di oggi

  3. Molte mie amiche, dal 98 al 2003, hanno fatto questa esperienza di interreil. Io allora non me la sono sentita, davo priorità ad altre cose. Ora invece mi butterei con cognizione di causa in questo viaggio così entusiasmante!!

  4. Ma che bello questo racconto. Ci credo che sia uno dei ricordi più belli della tua vita! E, come dici tu, è stato anche un modo per metterti alla prova e farti crescere. Che tenerezza il tuo diario. Anch’io a quell’epoca facevo diari di viaggio di quel tipo con foto, scontrini, biglietti d’ingresso ecc… sono dei ricordi bellissimi!

  5. Bellissima l’idea di mettere online la storia che hai racconto in un diario tanti anni fa! Sono dei meravigliosi ricordi!

  6. Un’esperienza bellissima e che bella con i diari di viaggio! Per noi è stato così un anno di erasmus a Madrid, sono esperienze di vita che ti cambiamo per sempre!

    1. All’epoca non ebbi il coraggio di fare l’erasmus. è uno dei pochi rimpianti che ho della mia vita. Credo che anche per me sarebbe stata un’esperienza fondamentale di vita!

  7. Un viaggio da sogno, ancor di più fatto in quell’età dove i viaggi sono tutto uno scoprire nuove culture, nuovi sapori, nuovi lati di sé stessi. Anch’io come te ho dei diari di bordo dove conservo, tutt’oggi, scontrini, foto ecc.

    1. è una cosa che mi piace fare tutt’ora. Magari non conservo più gli scontrini, ma i biglietti dei musei e delle attrazioni oppure i depliant e i biglietti da visita dei luoghi assolutamente sì!

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