Ho scoperto casualmente, e a maggior ragione colpevolmente, la figura di Ella Maillart guardando “Lady Travellers”, una serie di documentari su RaiPlay dedicata a donne viaggiatrici. Tra queste donne c’era la “solita” Gertrude Bell, l’ancor più sdoganata Nellie Bly e poi lei, Ella Maillart. Una ragazza svizzera che nei primi decenni del Novecento decide che andare in barca a vela per mare non le basta, e decide così che scoprire la Russia (all’indomani della Rivoluzione Russa) e l’Asia centrale è il suo scopo nella vita. Insomma, Ella Maillart negli anni ’30 del Novecento compie un viaggio, o perlomeno un itinerario non tanto differente da quello che Nicolas Bouvier compirà 20 anni dopo, dopo la II Guerra Mondiale, con nuovi assetti politici, ma facendo passare la propria impresa come pioniera.
Ho letto prima “La polvere del mondo” di Bouvier (di cui ho scritto la mia recensione qui) delle peregrinazioni di Ella Maillart di 20 anni prima. Ebbene, questo post diventa quindi un atto dovuto alla donna (svizzera come Bouvier, tra l’altro) che prima di chiunque altro affrontò e raccontò la propria esperienza in quella parte di mondo. Infatti, leggendo dopo un racconto di due decenni prima e per giunta vissuto in prima persona da una donna, non ho potuto fare a meno di pensare più di una volta quanto sia stata davvero pioniera, davvero avventuriera, davvero determinata nell’andare sempre un po’ più in là, un po’ più lontano.
Di Ella Maillart ho letto due libri, di cui ti parlo qui ora. Uno, in realtà, è una raccolta di inediti uscita postuma, talvolta brevi dispacci, talvolta racconti un pp’ più strutturati, come quel viaggio in automobile dalla Svizzera attraverso l’Italia del nord e i Balcani per arrivare fino in Turchia. Siamo negli anni ’20 del Novecento e pure attraversare l’Italia doveva essere un’avventura… Il volume si intitola “Il senso del viaggio” e in un certo senso riassume, attraverso questa scelta di scritti che si dipana lungo tutta la vita della Maillart, dapprima come avventuriera senza un soldo in Russia, poi come giornalista internazionale che quindi riesce ad avere qualche salvacondotto e qualche lasciapassare, il suo modo di intendere il viaggio, di approcciare al nuovo, la sua instancabile curiosità, la sua determinazione di fronte alle difficoltà, di qualsiasi tipo esse siano, la sua fiducia nell’essere umano, che è una dote necessaria, se si vuole conoscere ciò che ci è distante e lo si vuole analizzare senza giudicare.
“Il senso del viaggio“, son sincera, è frammentario, non mi ha appassionato, proprio perché sono tanti scritti riuniti insieme, ma senza un trait-d’union particolarmente evidente. Avrei potuto lasciar perdere, ma per un qualche strano segno del destino, in Feltrinelli alla Stazione Centrale di Milano, appena rientrata dal mio viaggio in Vietnam, mi sono imbattuta in “Vagabonda nel Turkestan“. Oooooh! Questo sì! Questo sì che è il racconto di viaggio che mi aspettavo fin dall’inizio, questo sì che è un’immersione totale in un mondo che – come avevo già avuto modo di constatare con Bouvier – non solo non esiste più, ma non ha lasciato tracce se non quelle scritte in queste pagine.
La Maillart decide di partire per il Turkestan, per questa grande terra nell’Asia Centrale in un periodo storico di transizione e di cambiamento: gli anni ’30 del Novecento, quando quel grande territorio, corrispondente agli attuali Uzbekistan, Kirghizistan, Turkmenistan, Kazakistan e Tagikistan sta affrontando la grande rivoluzione comunista dell’economia e della cultura: i piani quinquennali, l’imposizione della coltivazione del cotone in cambio di porzioni sempre più misere di grano procapite, la laicizzazione dell’Islam che passa per l’imposizione dell’emancipazione femminile dal velo… Ella Maillart è molto attenta, tra l’altro, alla questione femminile, ad osservare comportamenti, condizioni di vita e sociali, e non le sfugge, da cittadina del mondo, laica e libera da ogni ideologia, quanto sia assurda l’imposizione di vietare il velo quando solo le donne per prime a volerlo portare…

Non sto qui a raccontare tutto il viaggio, vi invito a leggere il libro. Mi soffermo su alcuni passaggi del racconto che mi hanno colpito, perché descrivono sul serio un mondo che non è più e che non saprei dire quanto sia durato, ma certo già 20 anni dopo, quando Nicolas Bouvier passava da quelle parti, era ben cambiato. In un’Asia Centrale sovietica, la prima cosa che un viaggiatore straniero deve fare è recarsi alla “casa del turismo”: una sorta di ufficio turistico che in realtà serve per controllare chi arriva, per indirizzarlo ad alloggiare in specifici luoghi, ricevendo una carta che consente di acquistare cibo e pagare il pernotto. Ho trovato buffo, lì per lì, l’esistenza di un tale ufficio. Ma poi mi sono detta che quelle sono terre storicamente attraversate da nomadi e carovane, dunque l’assistenza al viandante – purché abbia la tessera del partito comunista – è al primo posto.
Altro aspetto che mi ha colpito: la caparbietà con cui la Maillart cerca in ogni modo, sempre, di prendere il primo treno utile, o il primo mezzo di trasporto, per riuscire a spostarsi da una città all’altra, in quelle lande in cui i centri abitati distano centinaia di km di deserto l’uno dall’altro. E di come ogni volta subentri sempre un imprevisto, un ritardo, un disagio. Ma Maillart, lungi dal piangersi addosso, trova sempre la soluzione B con cui aggira il problema: che si tratti di un passaggio di fortuna, di un impiegato del posto che la ospita in casa, di un contatto fortuito.
Mentre delle altre città in cui soggiorna, Ella Maillart descrive la quotidianità, il mercato con i suoi odori e colori, il vociare delle persone, solo a Samarcanda si sofferma sui monumenti antichi, trasformando le pagine ad essa dedicate in un’autentica guida turistica.
Che sia una donna caparbia l’ho già detto. Che sappia reggere testa a uno o più uomini vien da sé. Solo in un’occasione esce sconfitta e sconfortata da uno “scontro” con un conducente che dovrebbe portarla a prendere un treno e che però, fermandosi ora qui ora lì le fa perdere la coincidenza. Ma di nuovo, dopo le rimostranze iniziali, non si piange addosso (o almeno, così racconta… mi piace pensare che sia umana e che ogni tanto lo sconforto le sia preso) e si rimette in piedi, determinata a portare avanti il suo viaggio.
Affronta anche sfide di un certo livello, come navigare lungo il fiume Amu Darja per raggiungere la città di Khiva quando sta ormai iniziando l’inverno e il rischio che si ghiaccino le acque è dietro l’angolo. Oppure quando decide di percorrere un lungo tratto di strada a dorso di cammello… e a un certo punto perde di vista i suoi accompagnatori. Li ritrova, eh, ma lì per lì che paura!
Ma come ha potuto affrontare un viaggio di questo tipo da sola, in terra così straniera e – diciamolo – inospitale, negli anni ’30 del Novecento? Ella Maillart è giornalista. Di tanto in tanto il suo mestiere traspare quando intervista questo o quel personaggio pubblico. O quando assiste alla pubblica esecuzione di ribelli basmaci, oppositori al regime comunista, ma di fatto oppositori di chiunque diverso da loro. Predoni, per dirla in maniera romantica.
Il viaggio di Ella Maillart è lungo, periglioso, difficile da seguire se non si tiene sotto mano una mappa dell’Asia Centrale. E anche avendola sott’occhio comunque difficile da immaginare. Viaggio indubbiamente affascinante il suo. E non l’unico. Perché se si sfoglia la bibliografia di questa donna scopriamo che innanzitutto lei nasce come velista nel Mediterraneo: la sua passione è la barca e la navigazione, cui però a un certo punto è costretta a rinunciare perché la sua compagna di viaggio per motivi di salute è costretta a smettere. Allora è la Russia dapprima, e l’Asia centrale poi, ad attrarre la sua fantasia. Ma poi scopriamo che andrà ben oltre l’Asia Centrale: trascorrerà 5 anni in India, compirà nel 1937 un viaggio da Pechino al Kashmir in compagnia di Peter Fleming (sì, il fratello di Ian Fleming, il creatore di James Bond) e poi ancora esplorerà il Nepal, e tutto questo lo fa entro il 1955, anno in cui Nicolas Bouvier attraversa l’Asia. A proposito, i due non solo sono entrambi svizzeri, entrambi giornalisti, entrambi viaggiatori, ma avranno modo di diventare ottimi amici. E a proposito, invece, del viaggio insieme a Fleming, sarebbe interessante leggere le due versioni dello stesso viaggio: Maillart infatti pubblica “Oasi proibite“, mentre Fleming pubblica “News from Tartary“. Sarebbe interessante leggere entrambi e vedere i due punti di vista su uno stesso itinerario. Chissà se qualcuno l’ha già fatto…
Ella Maillart è donna dalla personalità fortissima e battagliera. Non sono sicura, però, che sia una delle donne viaggiatrici con cui mi senta più in sintonia. Dalle sue parole emerge una personalità forte, poco accomodante, e questo è senz’altro un bene quando si viaggia in Asia negli anni ’30. Tuttavia temo, leggendo tra le righe, che sia una compagnia abbastanza insopportabile, almeno per come sono fatta io. Insomma, ha tutta la mia stima, ma non sono certa che sarebbe la mia compagna di viaggio ideale o, al contrario, io sarei la sua compagna di viaggio ideale. Con altre lady travellers delle quali ho letto racconti e resoconti mi sono sentita più in sintonia: con Gertrude Bell, per esempio, con la quale vorrei aver attraversato in lungo e in largo il Medio Oriente (e certo, il fatto che anche lei fosse archeologa è già un buon punto di partenza); ma anche con Nellie Bly, una tipa decisamente sicura di sé ma, c’è da crederlo, estremamente simpatica e creativa. O ancora Emily Lowe, la mia preferita, che si porta la madre in viaggio nella Calabria nell’Ottocento e pur dall’alto dei suoi pizzi e merletti riesce a dipingere una terra sincera, verace, priva di tutti quegli stereotipi di cui invece tanti viaggiatori inglesi maschi prima di lei l’avevano intessuta.
Insomma, Ella Maillart non mi brilla per simpatia rispetto ad altre donne viaggiatrici delle quali ho letto le imprese. Ma ha l’indubbio pregio di essersi spinta laddove nessun altro – uomo in particolare – prima di lei aveva tentato. E lei lo fa con una ferrea sicurezza nell’uomo, nell’altro, nelle istituzioni, nelle organizzazioni civili e sociali, qualunque forma esse prendano in qualunque parte del mondo. E questa sua pervicace sicurezza non può che farla emergere come personalità forte e orgogliosa delle proprie scelte.
Ho scoperto Ella Maillart solo negli ultimi mesi. Mi chiedo quante altre figure di donne viaggiatrici e narratrici esistano che ancora non conosco, per il fatto che la letteratura (di viaggio) al femminile è ancora poco considerata rispetto all’analoga fatta da autori maschi. Bisogna riscoprire invece queste figure in ogni tempo, non solo nel Novecento o nell’Ottocento, ma prima, quando erano ancora meno le possibilità che una donna non solo sapesse scrivere, ma che potesse pubblicare, o diffondere, un proprio racconto, un proprio libro. Spero, con questo post, di aver contribuito a far conoscere una figura femminile importante per la storia dei viaggi e della narrativa di viaggio. Una donna che, tra l’altro, ha vissuto per più di 90 anni e dunque è stata una grande testimone delle vicende del Novecento. Tutt’altro che una donna silenziosa, ma anzi, una penna arguta nel raccontare mondi distanti, mondi lontani, mondi che ancora oggi in qualche misura ci sfuggono.
Ella Maillart, Storie fotografiche
Fino al 1 novembre 2026 a Losanna si tiene la mostra “Ella Maillart. Storie fotografiche” presso Photo Elysée. Non nego che vorrei andare a vedere questa mostra fotografica, sia perché amo la fotografia storica e di reportage di viaggio, e poi per poter completare con la visione delle immagini, il racconto finora solo letto dei viaggi della Maillart. Perché da buona giornalista e reportagista, Maillart documentava con la sua macchina fotografica, vera amica inseparabile compagna di viaggio.
Non so se riuscirò a incastrare una gita fino a Losanna per vedere una mostra fotografica. Nel dubbio ve la segnalo, hai visto mai che chi mi legge passi da quelle parti… poi però raccontatemela, eh? Ci tengo.














Gran bel libro , epico se vogliamo , di un mondo e di un tempo , non passato, ma perduto.
Che donna! E che viaggiatrice! Mi piace la tua scoperta delle donne che hanno viaggiato in epoche in cui farlo da sole era davvero un’avventura da pionieri. Nel caso di Ella, essendo donna, la sua impresa è passata in secondo piano rispetto a quella di Bouvier me è straordinaria perché racconta davvero un mondo che è esistito e che non è più. Mi hai intrigato tantissimo con questo libro
Ho raccontato, meno bene di te, di Ella Maillart in un articolo sulle grandi viaggiatrici del passato. Che donne, che storie incredibili, che avventure hanno vissuto, aprendo la strada a noi che ci sentiamo viaggiatrici intrepide a prendere un aereo! : )
Devo assolutamente comprare questo libri. Non conoscevo la storia di Ella Maillart e mi ha colpito soprattutto il suo modo di viaggiare nell’Asia Centrale, in un’epoca in cui farlo richiedeva un coraggio e uno spirito d’avventura fuori dal comune. Una vera pioniera!
Mi identifico molto con il carattere di Ella! Cazzuta e anche non troppo accomodante! Però assicuro che almeno sono divertente con tutte le figure che faccio in viaggio 😆
Una donna sicura di sé, che sapeva quello che voleva, e una vera pioniera!