Si è appena svolto a Firenze un convegno internazionale dedicato a Gertrude Bell nel centenario della scomparsa, il 1926, organizzato dall’amica Stefania Berutti e da me di persona personalmente.
Chi bazzica da queste parti da anni, sa che Gertrude Bell è un po’ per me uno spirito guida, perché è una appassionata viaggiatrice, una feconda narratrice dei suoi viaggi e, non ultimo, un’archeologa! In realtà, però, su questo blog non le ho mai dedicato un post specifico. Ho parlato di lei però, per esempio, in una puntata del podcast Blister, a proposito di “Donne che vanno oltre i confini degli uomini”; poi le ho dedicato un post specifico sul blog Generazione di archeologi, anzi due, ma mi sembra di non averle mai reso il giusto onore. E anzi, sicuramente non l’ho fatto.
Mi faccio dunque perdonare – da lei prima di tutto, spero – con questo articolo che è una sintesi dell’intervento che ho preparato proprio per il convegno internazionale di Firenze del 18 settembre 2026.
Gertrude Bell: chi era costei
Innanzitutto occorre contestualizzare. Gertrude Bell è una donna dal multiforme ingegno: la prima donna laureata a Oxford in Storia, appartenente a una famiglia inglese aristocratica e altolocata, tanto che la zia di Gertrude è moglie dell’ambasciatore d’Inghilterra in Persia. Così nel 1892 la zia invita Gertrude a trascorrere diversi mesi con lei in Persia. Che avreste fatto voi? Beh io lo so e Gertrude pure: ha 24 anni quando parte, e non parte sprovveduta, ma con l’intenzione di imparare per bene il Farsi, la lingua persiana, per farsi capire, ma soprattutto per capire la lingua e di conseguenza una cultura tanto diversa dalla sua. E vuole vedere, conoscere, ha fame di tutto ciò che è il mondo oltre i confini di casa sua.
Prima di proseguire con i viaggi, proseguiamo con la biografia. Quel primo viaggio in Persia e le possibilità economiche e familiari le consentono di viaggiare più e più volte nel corso degli anni soprattutto in Siria e Medio Oriente. La sua esperienza reiterata di questi luoghi, unita ad uno spirito di osservazione non comune e ad una capacità di analisi, anche oggettiva, delle contingenze sociali e politiche in un territorio fortemente diviso e abitato da tante tribù ed etnie di volta in volta mussulmane o cristiane, spesso in contrasto tra loro, fa di Gertrude Bell in pochi anni un’autentica autorevole esperta di queste terre, che suscita l’interesse della Royal Geographical Society, innanzitutto e non solo. A questo si unisce infatti il suo interesse archeologico, che lei perseguirà in Siria e Mesopotamia per tutta la sua vita.
Dicevo, la sua conoscenza dei luoghi e delle comunità locali la rende un’esperta di cui non si può fare a meno. Così viene reclutata dall’Intelligence di Sua Maestà Britannica (nientemeno) per seguire e decidere le sorti di quella parte di mondo. Così facendo lei lavora accanto a un personaggio del calibro di Lawrence d’Arabia. E se intorno a Lawrence si è costruito un mito anche e soprattutto cinematografico, Gertrude ha un approccio sicuramente più razionale e meno passionale (anche se pure lei ha avuto almeno un film dedicato: Queen of Desert, di Werner Herzog, con Nicole Kidman nei suoi panni – una ciofeca che secondo me non rende giustizia della sua caratura). Insomma, per farla breve e per semplificarla molto, Gertrude Bell rivestì un ruolo cruciale nel definire i confini degli stati del Medio Oriente, primo tra tutti l’Iraq. In Iraq, da buona archeologa, lei fondò il Museo archeologico nazionale di Baghdad, la cui eredità, con le alterne vicende degli ultimi decenni, si conserva ancora oggi.
Eroina? Donna degna di grandi onori? Forse. E forse a un certo punto, quando i suoi servigi non furono più utili, fu messa da parte. Gertrude, da virago qual era, non poteva accettare di essere stata usata e poi lasciata nel dimenticatoio, in quell’angolo magnifico ma desertico di mondo (un deserto che pure amava!) che era l’Iraq. Così, vuoi per errore, vuoi per scelta, il 12 luglio del 1926 non si risvegliò dopo aver ingerito quella pasticchina di troppo di sonnifero.
Si spense la donna, avvampò il mito.
Sì, perché Gertrude Bell nel corso della sua vita non solo aveva fatto cose, ma le aveva descritte e raccontate. In primis alla matrigna, alla quale era legata da sincero affetto, alla quale sempre indirizzò lettere che erano vere e proprie pagine di diario, di racconto personale, di riflessioni. Florence Bell, la moglie in seconde nozze del padre di Gertrude, rimasto vedovo quando Gertrude era piccolissima, conservò sempre quelle lettere e si risolse a pubblicarle all’indomani della morte della figliastra, perché non andasse perduto il ricordo di una vita tanto intensa e spesa al servizio di Her Majesty.
Gertrude Bell, la viaggiatrice appassionata, la travel writer incallita
Io ne sono convinta, se Gertrude Bell fosse vissuta un secolo dopo, sarebbe stata una travel blogger.
Come dicevo sopra, la giovane Gertrude avvia una corrispondenza epistolare con l’amata matrigna fin da quand’è piccina. Quando si fa grande a maggior ragione le lettere aumentano, soprattutto quando inizia a viaggiare e i racconti di viaggio si fanno entusiasti sia per l’euforia propria delle prime volte, sia per il desiderio di registrare tutto.
Proprio a leggere le sue lettere viene da fare un parallelismo con il modo di scrivere proprio del travelblogger: brevi resoconti, ma intensi, pieni di eventi e di sensazioni, di aneddoti e di commenti velati di humor, informazioni pratiche, incontri particolari e ricordi evocati. Insomma: un racconto di viaggio vergato in poche pagine o poche righe.
Gertrude Bell, Safar Nameh – Persian Pictures
Curiosamente, il primo viaggio importante di Gertrude Bell, quello che poi condizionerà la sua vita futura, nonché quello da cui scaturisce il suo primo libro da travel writer, non lascia molte lettere, anzi forse solo una. In essa Gertrude riassume ciò che due anni dopo, nel 1894, viene pubblicato – in forma anonima inizialmente – con il titolo di “Safar Nameh – Persian Pictures“: una serie di racconti autobiografici brevi, di piccole vivacissime impressioni di viaggio (del tutto simili quindi ai nostri attuali blogpost), che Gertrude distingue in capitoli che scorrono alla lettura velocemente così come rapide sono le pennellate con cui con il suo stile di scrittura, essenziale ma estremamente descrittivo, racconta ciò che lei vive a Teheran, nei dintorni, nel deserto, accanto ai Beduini, mentre impara il Farsi, ecc. ecc. Non è un racconto lineare, il suo, e forse è questo il segreto del suo successo e il motivo per cui il libro viene accolto molto calorosamente dalla critica a lei contemporanea.
Non esiste traduzione in italiano di Safar Nameh, ma il testo originale è scansionato e disponibile su Internet Archive.

Gertrude Bell, Viaggio in Siria ( Syria: the desert and the sown)
In Italiano è stato tradotto, invece, “Syria: the desert and the sown” (= Viaggio in Siria).
Un racconto ben differente che si riferisce a un altro viaggio, realizzato da Gertrude Bell nel 1905, dopo un altro viaggio ancora avvenuto qualche anno prima del quale abbiamo traccia solo nelle lettere inviate alla matrigna.
In “The desert and the sown” Gertrude Bell ha acquisito ben altro stile rispetto a “Safar Nameh“: innanzitutto struttura il libro come un vero racconto di viaggio; poi indulge sia nella descrizione delle tribù ed etnie che incontra, sia nel racconto delle vicende che li fanno incontrare o scontrare: l’episodio del cane Kurt che a un certo punto le viene rubato e poi viene ritrovato il giorno dopo occupa molto più spazio di quanto non ci aspetteremmo. Ma il bello di Gertrude Bell è questo: a una narrazione personale, ma spesso avulsa da ogni giudizio e molto cronachistica, sovente si alterna l’episodio nel quale emerge la Bell umana, nel quale l’evento aneddotico interrompe e anzi spezza la monotonia della narrazione. Perché sì, “Syria: the desert and the sown” o “Viaggio in Siria“, se lo leggete tradotto in italiano da Polaris, rischia di essere potenzialmente noioso: cavalcate nel deserto, l’incontro con il pasha di turno, il caffè sotto la tenda, tre parole, e poi quattro rovine archeologiche, poi cinque, poi qualcosa di più monumentale… insomma, indubbiamente la Bell ha la grande dote di saper variare nella narrazione per risvegliare di tanto in tanto dal torpore il lettore più stanco. E anche le fotografie, da lei scattate durante quel viaggio, aiutano in tal senso. Con questo non voglio dire che la lettura sia noiosa, tuttaltro, ma bisogna considerare che il tema – incontro con le tribù locali + rovine archeologiche – non è esattamente dei più allettanti, soprattutto per il lettore moderno che si trova a doversi confrontare con una geografia attuale che è ben diversa da quella di inizio Novecento.
Proprio per questo, però, è importante leggere Gertrude Bell e il suo “Viaggio in Siria“: racconta di un mondo che non è più, un mondo sociale fatto di nomadismo, di tribù, di etnie differenti, di scarsa fiducia in istituzioni statali o sovranazionali – politiche in sostanza – che possano comprendere e regolare tradizioni e consuetudini vecchie di millenni. Di fatto, ciò che succede in quei 10 anni, tra il 1915 e il 1925, per intromissione del Regno Unito, cambierà per sempre anche la geografia umana e sociale di quelle terre. Un’eredità decisamente pesante, se pensiamo a cos’è stato il Medio Oriente e il Golfo Persico soprattutto dagli anni ’90 fino ad oggi.
Getrude Bell, Amurath to Amurath
Questo è un altro racconto di viaggio di Bell che non è stato tradotto in italiano, ma che si recupera facilmente su Internet Archive. Qui la Gertrude viaggiatrice diventa sempre più una Bell studiosa e avventuriera, che unisce alla ricerca archeologica l’analisi molto lucida e neutrale del sentiment nei confronti del governo centrale ottomano. Questo libro è più un saggio geopolitico, antropologico e archeologico che non un racconto di viaggio, anche se non mancano gli aneddoti. Ma Gertrude Bell qui più che altrove si presenta ai suoi lettori come autorità in grado di conoscere meglio di chiunque altro le idee politiche e sociali degli abitanti del deserto e di saper anche trattare con essi per raggiungere un livello di dialogo necessario.
Amurath to Amurath è l’ultimo racconto di viaggio che Gertrude Bell dà alle stampe. Dopo poco anche il tono delle lettere che invia a Florence Bell, la matrigna, cambia registro, diventando il racconto delle sue giornate al servizio dell’Intelligence britannica. A quel punto non è più viaggio, ma missione. Sicuramente in Gertrude Bell non si spense lo spirito avventuriero, ma certo l’idea di essere l’unica donna al mondo la cui opinione fosse tenuta in conto in un mondo assolutamente maschile deve averla galvanizzata. Per cui ok, basta viaggi, solo lavoro. Finché non si rese conto che forse, dopo essere stata usata, era stata abbandonata a se stessa.
L’eredità di Gertrude Bell
Gertrude Bell ci lascia un’eredità gigantesca. Innanzitutto il Museo archeologico di Baghdad che, per quanto vandalizzato e spoliato in anni troppo recenti, pur tuttavia reca la sua impronta. E poi i suoi racconti di viaggio e il ricchissimo archivio fotografico custodito presso l’Università di NewCastle, che ci mostrano un mondo che non è più, e che non era più già 10 anni dopo quelle foto.
Gertrude Bell è stata testimone di un mondo, il Medio Oriente, all’epoca in fase di grande modificazione culturale, politica e sociale. Viene anzi da pensare, leggendo Viaggio in Siria, a quanto si sia appiattita negli ultimi 100 anni una società invece estremamente variegata. Una perdita culturale enorme, sicuramente, di cui forse non siamo ancora sicuri di aver compreso la portata. Ma sfido chiunque di voi a sapere che in Siria esisteva fino a 100 anni fa un’etnia cristiana chiamata Drusi, fortemente battagliera nei confronti di qualunque gruppo mussulmano osasse incappare in essa… E potrei fare molti altri esempi, dopo aver letto i racconti di Gertrude Bell, ovviamente.
Se il Medio Oriente oggi ha la forma che le riconosciamo è dovuto anche a Gertrude Bell. Nel bene e nel male all’epoca si assunse la responsabilità di collaborare al disegno di confini politici che – lo sappiamo bene anche in Europa – spesso sono linee sulla carta che non corrispondono a confini naturali ed etnici. Qui non mi interessa giudicare il suo operato come consigliera e spia di Sua Maestà Britannica, mi interessa la sua figura di traveller e di travel writer. Per me Gertrude Bell sarà sempre un esempio da seguire, il suo stile una linea da ricercare. Gertrude Bell ha tracciato la via per intendere e attraversare il Medio Oriente e la Mesopotamia. Le viaggiatrici e i viaggiatori che sono venuti dopo di lei hanno potuto cogliere i frutti delle sue precedenti esplorazioni.
Insomma, per me Gertrude Bell è un faro, una di quelle figure di riferimento della quale ho voluto approfondire la biografia, il pensiero, l’azione e la figura. Il convegno che io e Stefania le abbiamo dedicato è un atto dovuto, ci è venuto naturale farlo. Una donna dalla vita decisamente fuori dal comune (per l’epoca e anche oggi), una donna in grado a quei tempi di sedere a un tavolo con uomini del calibro di WIston Churchill e di non aver remore ad esprimere le proprie idee, così di non avere ripensamenti nel prendere decisioni. Sempre guidata da un very british sense of humour, Gertrude Bell ha saputo imporsi in un mondo di uomini nonostante il suo essere donna. La sua storia è di quelle degne di essere conosciute e di essere scritte sui libri di Storia. Lei, la prima donna laureata in Storia a Oxford, apprezzerebbe senz’altro.















Un articolo bellissimo come interessantissimo il convegno cui ho avuto la fortuna di assistere. Una scrittura limpida cui ormai Marina ci ha abituato.