Il Vietnam e il culto degli antenati: le tombe vicino casa

Le recenti notizie riguardo un’immensa proprietà che Donald Trump vuole far costruire proprio in Vietnam, per realizzare la quale numerose famiglie non solo devono traslocare, ma disseppellire per portare con sé i propri antenati, mi hanno fatto pensare a tante immagini che mi sono scorse davanti nel corso del mio viaggio in Vietnam: si trattava di piccoli appezzamenti di terreno, apparentemente incolti, poco distante una casa, e occupati da piccoli ma riconoscibilissimi monumenti funerari: poco più che una stele, un altare, un segnacolo. Luoghi, però, che contraddistinguono, pur nell’estrema modestia – che non vuol dire sciatteria, ma vuol dire poca appariscenza – la presenza degli antenati e la loro importanza per la famiglia dei vivi.

Questa la notizia: Donald Trump vuole costruire – e lo farà – un resort di lusso che frutterà al governo vietnamita 1,5 miliardi di dollari. Non una cifra da buttar via, senza dubbio. Ma a quale prezzo?

Ci troviamo nel Vietnam del Nord, nella provincia di Hung Yen, lungo il Fiume Rosso; l’investimento di Trump riguarderebbe un’area dell’ampiezza di 900 ettari, nel quale realizzare un resort di lusso comprensivo di alberghi 5 stelle, campi da golf, ville esclusive e strutture ricreative che solo i veri ricchi sanno visualizzare, io evidentemente no.

Qual è il problema? Ebbene, vi dirò subito che il problema non è Trump (anche se…). Ma di problemi ve ne sono diversi.

Il problema sostanziale, a mio modo di vedere, è che il governo di Hanoi si pieghi alle pretese di Trump (o chi per lui) lasciandogli campo libero per compiere operazioni edilizie, anzi urbanistiche, che fortemente ledono la popolazione vietnamita locale.

Infatti, pare che per poter realizzare il suo bel progetto, Mr Trump debba far sgomberare diverse (leggi: centinaia) di famiglie che da generazioni vivono lì, a Hung Yen. E finché si tratta di vivi… il problema è che in quei terreni che Trump vorrebbe far sgombrare sorgono le sepolture degli antenati di quei vivi. In una società fortemente legata al culto degli antenati questo diventa un problema decisamente serio.

Rimando all’articolo pubblicato su La Stampa per tutte le questioni di carattere politico-economico, dalle quali si capisce perché il Vietnam, nonostante potrebbe per motivi storici mandare a quel paese gli USA, in realtà ne è sotto scacco economico. E a me non interessa neanche utilizzare questo blog, che parla di viaggi e non di politica, per trattare argomenti di geopolitica che vanno ben oltre le mie competenze. Però mi interessa raccontare quel che ho visto, quel che ho appreso e quel che – infine – so sul Vietnam, il culto degli antenati e l’importanza delle tradizioni; ma anche su quanto ho visto che mi ha fatto storcere il naso in materia di speculazioni edilizie di dubbio gusto. Motivo per cui, lo dico tranquillamente, non mi ha stupito che Trump possa costruire il suo resort senza problemi. Anzi, dirò di più: fa più scena proprio perché c’è Trump dietro; ma dietro molte speculazioni edilizie che ho visto con i miei occhi ci sono anonimi (almeno per noi) approfittatori e investitori milionari che stanno facendo scempio di ampie parti del Vietnam.

Andiamo con ordine, sennò questo post rischia di essere un pamphlet fine a se stesso e quindi inutile. Poi sarà inutile ugualmente, ma almeno ci avrò provato, circostanziando per bene i contenuti.

Il Vietnam tradizionale e il culto degli antenati

Non è semplicemente una preghiera, non è semplicemente una commemorazione. Nel Vietnam buddista (a modo suo) il culto degli antenati è importantissimo. Agli antenati, nelle pagode, come nella pagoda di Trấn Quốc ad Hanoi, addirittura si bruciano soldi finti che però riproducono soldi veri affinché gli antenati possano acquistare i beni che gli aggradano, dai vestiti al cibo. Se non è devozione questa, ditemi voi cosa lo è. Anche il Tết, il Capodanno lunare, fa sì che si stringa di più il legame tra mondo dei vivi e antenati, sempre pronti a indicare la via. Di fatto gli antenati sono i guardiani, silenti ma giudicanti, della vita della famiglia e della comunità. Essi possono influire sulla vita dei vivi condizionandone le scelte, ed è per questo che si venerano, affinché le scelte che inducono siano giuste.

Ogni famiglia ha in casa il suo altare degli antenati: talvolta è un armadio, talvolta è una mensola: l’importante è che i morti abbiano un luogo dedicato presso il quale i vivi possano offrire incenso, offerte di cibo e preghiere, che non guastano mai. Nelle montagne della regione di Ha Giang abbiamo avuto la possibilità di entrare nelle case private di chi viveva lì e di vedere l’angolo della casa destinato ai propri defunti. Una potente testimonianza di attaccamento alla propria famiglia che si ritrova, comunque, in tutto il mondo in tutte le epoche: siamo fatti per ricordare i nostri padri e per portarne la memoria ai nostri figli.

Un altare per gli antenati casalingo in un’abitazione nelle montagne di Ha Giang

Detto questo, in Vietnam si può rendere omaggio ai propri morti quando si vuole (così come ovunque) oppure in speciali occasioni quali ad esempio il Tết, il Capodanno lunare. In questi casi le famiglie portano offerte di cibo, incenso e fiori.

Sul tema del culto degli antenati rimando al circostanziato articolo di TuttoVietnam dedicato all’argomento. Qui vi dico invece ciò che ho visto con i miei occhi durante un lungo viaggio (7 ore!) da Hanoi alla regione di Ha Giang, nel nord del Vietnam. Ebbene, la cosa che più mi ha colpito, guardando banalmente fuori dal finestrino, è stata vedere dei piccoli monumenti funerari in un’area ridotta all’interno di un’area coltivata che a sua volta faceva capo a una casa. Il fenomeno è stato ricorrente, tanto che abbiamo chiesto lumi alla nostra guida, la quale ci ha risposto che qui è un fenomeno assolutamente normale.

La foto di copertina è un cimitero vietnamita. Foto da web, Rauline.fr

Queste tombe, erette in mezzo ai campi, spesso hanno la forma di un piccolo tempio con colonne, sormontato da un tetto che richiama quello delle pagode; possono essere colorati a tinte vivaci, oppure al contrario restare bianchi e delicati. Un altarino antistante permette di deporre delle offerte. Spesso le tombe sono raggruppate senza alcun ordine o coerenza per quanto riguarda dimensioni e colore; altre volte invece sono monumentini isolati in mezzo a un campo.

Nelle campagne del nord del Vietnam vita e morte convivono. E la morte dei vecchi e prima di loro dei nonni e degli antichi, garantisce che il raccolto sarà portato a termine con successo. Tanto se ciò non avviene, non è certo colpa dei morti, ma dei vivi che non sono stati capaci.

Purtroppo non sono riuscita a fare fotografie. Vi condivido perciò una foto scattata in movimento da Cristina di Vi do il tiro Travel Blog, nella quale si intravvedono le tombe vicino alle case lungo il nostro viaggio da Hanoi verso Ha Giang (e ritorno):

Uno scatto in velocità fatto da Cristina di Vi do il tiro ha immortalato un cimitero lungo la via verso la montagna vietnamita di Ha Giang

Il Vietnam, il “progresso” e gli scempi che si stanno consumando sotto i nostri occhi: Green Dragon City

Già mentre viaggiavamo da Hanoi verso Ha Giang, nel nord del Vietnam, avevo intravisto una roba che mi sembrava un parco a tema molto brutto e però su cui si stavano investendo diversi soldi. Quello che ero riuscita a riconoscere era una copia della Porta di Brandeburgo e poco più avanti una copia della Colonna della Vittoria (ero stata a Berlino da poco, ero fresca…): si trattava – si tratta – di una “cosa” (non saprei come definirla in assenza di indicazioni: parco a tema? centro commerciale? altro che non saprei proprio?) che sembrava una cattedrale nel deserto. Non c’erano indicazioni, su maps non appariva e non appare niente (anzi, se qualcuno sapesse ragguagliarmi…). Un grande boh, ma su tutto la sensazione che costruendo quella Berlino in miniatura si stesse snaturizzando quella valle, quel luogo.

Gli scempi più grossi però li ho visti a Ha Long e limitrofi.

Di Ha Long – località turistica simile oggi auna Disneyland per adulti altospendenti, che si è arricchita grazie ai proventi dello sfruttamento turistico della Baia di Ha Long – oggi appare l’aspetto di una Montecarlo del Vietnam, con grattacieli, resort, hotel 5 stelle, parchi divertimenti, in uno skyline che sinceramente uccide il bellissimo ambiente naturale e poco antropizzato dai pescatori di perle, che ancora qui vivono, ben nascosti – se dio e l’UNESCO vogliono – dalle dinamiche del turismo di massa, di cui ho parlato qui, proprio a proposito di Ha Long Bay.

Su quanto l’esperienza in crociera nella baia di Ha Long faccia comprendere quanto i turisti non sono sempre e solo carnefici, ma anche e soprattutto vittime inconsapevoli, i criceti nella ruota di un meccanismo che tende a spillare soldi e a vendere experiencies in barba a ogni etica del turismo, ho parlato nel post già citato dedicato ad Ha Long Bay. Sempre in questo post accennavo a ciò che si incontra lungo la via in direzione di Hang Ngọc Rồng, fronte mare, con vista sui faraglioni nel territorio di Cẩm Phả: La Green Dragon City. Sono andata a cercare direttamente alla fonte il gruppo immobiliaristico che sta costruendo Green Dragon City: Tập Đoàn TTP. Qui trovate la descrizione di Green Dragon City dal loro sito web, che mi sembra abbastanza indicativa perché mette insieme feng shui, paradiso naturalistico e resort per un turismo di alto livello: impossibile resistere a certe caratteristiche…

Proprio perché consapevoli del paradiso naturalistico in cui sono, gli immobiliaristi hanno deciso, con il consenso del governo di Hanoi, è evidente, di far sorgere dal nulla una città interamente commerciale e turistica, fatta di resort e boutiques. E di karaoke, naturalmente. Sempre dal sito web si può navigare virtualmente Green Dragon City: vi invito a farlo, per rendervi conto dell’esagerazione. In pochi anni hanno cementificato, stanno cementificando e continueranno a cementificare una pianura in riva al mare trasformandola in un’enorme Disneyland con quartieri che sembrano tranquille, assolate, spersonalizzate cittadine francesi, perché evidentemente il retaggio coloniale di ormai un secolo fa non è ancora del tutto sopito.

Insomma, costruiscono una vera e propria città che con il Vietnam non ha niente a che vedere, una cosa che strizza l’occhio all’architettura europea, che si rivolge a un target altospendente, e che di fatto snatura il sito UNESCO della Baia di Ha Long – Cat Ba, sito che si estende su 65.650 ettari (più 34.000 ettari di buffer zone) coprendo 1330 isole e isolette; Green Dragon City porta infatti un peso antropico fatto anche di sfruttamento delle risorse naturali e di aumento dell’inquinamento in un’area dall’altissimo valore naturalistico. Ogni anno l’UNESCO realizza dei report sullo stato di salute dei siti inseriti nella lista; i report sono disponibili sul sito web di UNESCO, e per quanto riguarda Ha Long Bay il più recente è del 2024. In questo report si registrano proprio i due problemi fondamentali, l’overtourism e il rischio di inquinamento. Ed ecco che se nel report si auspica una strategia di sviluppo di turismo sostenibile nella baia di Ha Long, questa stessa viene sconfessata proprio dalla banale vista della costruzione, tutt’ora in corso d’opera, di una città-resort come Green Dragon City, con quelle due Vele (in fotografia) che fanno tanto wannabe Dubai. Che tristezza.

Concludendo

Perché mi sono dilungata tanto su Green Dragon City, andando fuori tema rispetto all’argomento del post?

Perché spiace vedere che l’impresa immobiliare di Trump dalla quale sono partita, semplicemente si inserisca in un processo già ben oliato in Vietnam, che io ho potuto vedere dal vivo vicino ad Ha Long Bay, ma che sicuramente si ritrova altrove nel Paese. Ovvero la svendita di fette di Paese al miglior offerente, ancorché americano, con tutto quello che il passato recente ricorda. Ma evidentemente quello è un problema già risolto che solo chi studia storia si pone e non chi ha a che fare con i rapporti geopolitici. Al netto di questo – non posso entrare nel merito – il vero problema è che a prescindere dall’acquirente, che sia statunitense, che sia cinese, che sia giapponese, che sia svizzero, il Vietnam sta svendendo porzioni cospicue della propria identità. Il caso di Green Dragon City è eloquente: non so chi siano gli investitori, ma è evidente che per antropizzare totalmente un’area che fino a pochi anni fa era una valle disabitata ci sono interessi economici che vanno ben oltre la protezione UNESCO. E ad Ha Long Bay si tratta “solo” di patrimonio naturalistico.

Quel gioiello della Baia di Ha Long, con i suoi pescatori tradizionali, che ancora resiste alle lottizzazioni e al turismo di massa

Ciò che fa più scalpore nella vicenda di Trump è che questa volta non va ad antropizzare una valle o una pianura disabitate, ma va a occupare un’area dove di fatto insistono famiglie con le loro storie familiari fatte anche di un rapporto estremamente stretto con i propri antenati. Costringere queste famiglie a disseppellire i propri cari, a portarli altrove, implica in qualche modo sradicarli, privarli della propria identità. Non si tratta semplicemente di un trasloco, si tratta di un legame che inevitabilmente si spezza. A chi investe milioni di dollari per costruire resort questo non interessa, anzi, probabilmente lo guarda dall’alto in basso con lo sguardo compassionevole di chi pensa di avere a che fare con un essere inferiore. Ma io immagino il tormento interiore di chi è costretto a fare questa che è una grave mancanza di rispetto nei confronti dei propri antenati. Sì, perché, come dicevo più sopra, dal rispetto degli antenati discende la buona sorte sulla casa e sulla famiglia: questo avviene ad esempio con le cerimonie per il Tết, a maggior ragione nella vita di tutti i giorni.

Un monumento funebre familiare privato in una terreno privato. Foto di Vi do il tiro Travel Blog

Sradicare le persone in nome di un interesse economico superiore, oltre ad essere una forma di colonialismo moderno nascosta dietro promesse di ricadute in termini economici, è una mancanza di rispetto totale per la cultura e le tradizioni degli abitanti di quel territorio, una voluta cancellazione del loro passato di cui il governo vietnamita è ahimè complice.

Insomma, quelle tombe nel campo dietro casa restano al momento un segno della persistenza delle tradizioni familiari nelle campagne. Sono il legame che unisce le famiglie, le fa unire ancora di più all’interno della comunità locale, fa accrescere il senso di identità locale e culturale. Così come i culti inevitabilmente legati alla loro presenza, esse sono il modo per perpetrare la memoria di antiche usanze che sono esperienza e cultura collettiva.

Un altare per gli antenati in una casa nella regione di Ha Giang (foto: TreValigie)

Questo post nasce a margine delle notizie recenti in merito alle speculazioni edilizie di Donald Trump in Giappone, ma anche dall’esperienza maturata nel corso del mio breve ma intenso viaggio in Vietnam, nel corso del quale ho potuto osservare fuori dal finestrino, meditare, chiedere e ragionare su tante curiosità o cose che mi accendevano l’interesse.

Andare a spezzare questo legame significa inevitabilmente far sì che si vada a perdere un bagaglio di tradizioni, di usi, di credenze che costituiscono la bellezza dell’identità culturale dei gruppi umani. E questo concetto è valido non solo per il Vietnam rurale, ma in ogni tempo e in ogni luogo del mondo, anche nella nostra Italia, dove il recupero di antiche tradizioni è oggi un punto cardine da trattare però con delicatezza: perché da recupero e racconto a spettacolarizzazione e perdita di senso il passo è davvero molto breve.

Ringrazio qui le Travel Blogger Italiane che hanno compiuto con me questo viaggio grazie al Tour Operator Travel Sense Asia. RIngrazio poi nello specifico Cristina di Vi dò il tiro, Marina di The Travelling Petsitter e Annalisa di Trevaligie che mi hanno fornito le immagini per completare questo post. Viaggiare non è semplicemente vedere luoghi e fare foto, ma anche riflettere su di essi anche tempo dopo il viaggio e tornare a pensare ad essi quando i fatti di cronaca li riportino in visibilità. Parlare di mete di viaggio anche in termini problematici è un modo maturo per affrontare i luoghi, gli spazi, la contemporaneità.

Non si smette mai di viaggiare, a meno che non si perda l’interesse. E questa, forse, è la condanna più grande.

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