Questo è il racconto di due giorni che io e le Travel Blogger Italiane mie compagne di viaggio abbiamo vissuto nel corso del nostro viaggio in Vietnam. Alla resa dei conti si è rivelata l’esperienza più intensa del nostro viaggio, quella più autentica, quella che ci ha fatto toccare con mano la vita e la quotidianità in questa regione montana, distante 7 ore di auto da Hanoi, ma così viva, speciale, magnifica.
Ne ho già parlato in altri posti: sul magazine delle Travel Blogger Italiane innanzitutto e, per taluni aspetti su Il mio tè blog. Spero di non ripetermi, pertanto, ma sono talmente tante le cose da dire che credo che non sarò più di tanto ripetitiva.
Qui racconto tutta la nostra due-giorni nella regione di Ha Giang, nel territorio di Hoang Su Phi. A 7 ore di auto da Hanoi, la capitale del Vietnam, si estende una regione montana verdissima e umida, fresca, ideale per la coltivazione del tè. Devo dire che questo è uno dei motivi, ma forse il principale, che mi ha spinto ad imbarcarmi in questo viaggio in Vietnam. E devo dire che qui, a Hoang Su Phi sono stata ricompensata. Ma andiamo per gradi. Intanto il racconto del viaggio.
Da Hanoi a Hoang Su Phi
Sette ore di viaggio in auto, tanto ci vuole da Hanoi, la capitale, alle montagne del Nord. Inizialmente si percorre l’autostrada, ma a un certo punto bisogna uscire e cominciare a percorrere l’equivalente delle nostre vie statali e poi provinciali. Città, poi villaggi attraversiamo lungo il tragitto. Ci fermiamo per il pit stop necessario in un paesino in cui probabilmente non avevano mai visto un europeo, Binh Long: botteghe alimentari aperte lungo la strada che espongono arance e agrumi vari. Case erette lungo la via, in prossimità di un corso d’acqua, nulla di più.
Poi la strada si biforca e noi imbocchiamo una via stretta fatta di curve e di precipizi. Per chi come me conosce molto bene le strade dell’entroterra ligure non c’è nessun problema, ma posso capire che un tragitto di questo tipo, di 40 minuti che sembrano 80, possa dare le vertigini. Consiglio: non guardate fuori, se siete dal lato del precipizio. Salendo, il panorama ovviamente cambia: se in valle ancora si trovavano risaie, man mano che si sale gradualmente si fa spazio la foresta. Il territorio si fa selvaggio.
Quando finalmente arriviamo al paese di Thông Nguyên è una festa: vediamo anime vive e capiamo che siamo quasi a destinazione. Tra l’altro Thông Nguyên è il paese che ospita la scuola che raccoglie tutti i ragazzi che abitano sulle montagne. Dunque è un centro abitato molto frequentato, sede di un mercato e posto strategicamente a cavallo del fiume Ta Pao Ho che scava la valle. Torme di ragazzini in motorino e a piedi ci indicano quanto sia vivo questo paese sperduto sui monti. Mi viene da chiedere se mai qualcuno di loro sia sceso in valle o se, tantomeno, si sia spinto fino ad Hanoi.
La nostra meta è poco distante da Thông Nguyên: è il Panhou Retreat, un’oasi tra le montagne dove viene naturale fermarsi, respirare e rilassarsi.
Il Panhou Retreat
Quando arriviamo, il Panhou Retreat ci sembra un sogno: saranno state le 7 ore di viaggio, saranno stati (non per me, ma per qualcuna sì) gli ultimi 40 e più minuti di viaggio tra tornanti e precipizi, fatto sta che il Panhou Retreat in un momento ci ha fatto dimenticare i disagi (minimi, eh) del viaggio appena affrontato. Un’oasi nel verde, ecco cos’è. Organizzato in piccoli loft e casette, all’ingresso ha naturalmente una reception accogliente, ha poi un edificio – in legno, perfettamente integrato nel paesaggio – adibito a ristorante; poi vi sono le casette-appartamenti per gli ospiti. Ma non finisce qui.
Annalisa del blog Trevaligie ne ha parlato ampiamente. Tuttavia ti voglio raccontare la mia personale versione dell’esperienza in questo resort immerso nel verde e nella pace più totale.
Panhou Retreat propone ai suoi ospiti anche una vera e propria spa con possibilità di massaggi e di bagni caldi con erbe aromatiche (io ho provato la seconda opzione e a momenti mi ci addormento…); inoltre ha a disposizione una sorgente di acqua termale che sgorga nella sua nuvola di odore di zolfo, ma molto piacevole perché calda naturalmente e infine ha una piscina con vista sulle montagne davvero invidiabile.
Infine, per chi, come me, ama il genere, in una capanna di legno ospita un museo etnografico. Per me è stato il primo incontro con questa regione e con le sue tradizioni e culture. Qui ho visto per la prima volta gli abiti tradizionali dell’etnia dei Dao Rossi, che abitano queste montagne. Ho visto gli oggetti della loro cultura materiale, e quindi i vestiti, gli utensili, i vasi, e il tè che viene prodotto localmente. Naturalmente io tra i massaggi e il museo ho preferito di gran lunga il museo. Le mie compagne di viaggio hanno giustamente scelto i massaggi. E devo dire che pure io ho ceduto alla tentazione del bagno caldo con le erbe e all’uteriore immersione nella sorgente termale.
La cena è stata una degustazione di cucina locale alla quale io e la mia partner-in-crime Annalisa del blog Trevaligie abbiamo voluto associare un cocktail realizzato con profumi ed essenze locali. Buonissimo, ma il bicchiere da cocktail Martini decisamente troppo piccolo!
Non ho detto nulla del parco: un’oasi naturalistica fatta di piante autoctone curatissime, con laghetti decorati da fiori di loto, e frequentate da un ibis elegantissimo, il cui volo mi ha fatto sognare. Il parco-giardino è davvero curato, sembra una foresta naturale, ma è palesemente sistemato proprio perché dia la sensazione di un’immersione totale nella natura. Un artefatto, diranno i puristi: può darsi, ma non distrugge ecosistemi, anzi contribuisce a crearli e mantenerli. In ogni caso quella della sostenibilità è una bandiera di cui il Panhou Retreat si fa portatore. E non parlo solo di sostenibilità ambientale, ma anche economica e sociale visto che – spiando i suoi profili social – mi imbatto in iniziative in cui è coinvolta la popolazione locale, appartenente all’etnia dei Dao Rossi.
Il trekking nelle montagne di Ha Giang
Ma veniamo al vero cuore di questa esperienza nelle montagne di Ha Giang – Hoang Su Phi.
Quello che il nostro tour operator locale in Vietnam, Travel sense Asia, ci ha proposto è stato un trekking in Vietnam del Nord. Partendo dal Panhou Retreat abbiamo affrontato la salita della montagna di fronte, che pian piano che si allontanava dalla valle ci faceva immergere in una vegetazione e in vedute sempre nuove. Il percorso, non particolarmente difficoltoso, anche se – certo – in alcuni punti con salite piuttosto impegnative, di volta in volta costeggiava piccole risaie scavate nel pendio della collina, piccole piantagioni di alberi di cannella, piante spontanee di tè. Queste mi hanno commosso: è la prima volta che mi capita di vedere la pianta della camellia sinensis in natura e nata spontaneamente. Incontreremo anche piccole piantagioni lungo il percorso, ma vedere così queste piante “libere” mi ha particolarmente entusiasmato.
Il sentiero si sviluppava tra salite impegnative e più dolci discese, in un paesaggio scandito da una vegetazione sempre magnifica. Ad un certo punto, dopo che abbiamo cambiato versante della montagna che stavamo ascendendo, ecco che è cambiata completamente la composizione della foresta: immensi bambù, altissimi e drittissimi nelle loro canne verdi e larghe si sono posti davanti a noi, sbarrandoci quasi la vista sul resto.
Una foresta fittissima di bambù è qualcosa di magnifico: è ordinata, verticale, nasconde il paesaggio retrostante che, quando finalmente si mostra, lascia senza fiato: i dolci pendii sono pettinati dalle risaie scavate in modo da formare tante vasche fangose nelle quali, talvolta, riposa un bufalo. Queste risaie sembrano tante curve di livello che disegnano il pendio, e al tempo stesso raccontano la millenaria fatica dell’uomo che cerca di piegare l’ambiente naturale alle proprie esigenze. Ma si capisce subito che non è un modo di trasformare il paesaggio traumatico; piuttosto è sostenibile, ed è naturale che lo sia, perché qui più che altrove, le famiglie di contadini che coltivano le risaie, allo stesso tempo le manutengono, le riparano, contengono la foresta e la nutrono a loro volta, in un equilibrio che si mantiene da centinaia e centinaia di anni.
Proseguendo sul sentiero ci imbattiamo anche in una piccola casa-fattoria: persa nel bosco, irraggiungibile con automobili (qualche vietnamita si avventura in motorino…), dimostra di essere il più possibile autosufficiente: sacchi di riso in dispensa, un bufalo, le galline, una coltivazione di zenzero (la cui radice è fatta crescere in un terriccio apposito) e infine poche piante di tè coltivate in un piccolo appezzamento a monte del sentiero. La vecchina che esce di casa per vedere chi le attraversa la proprietà si tranquillizza solo quando la nostra guida, anch’essa appartenente all’etnia Red Dao, la rassicura. Io sono troppo emozionata dalla vista della mia prima piantagione di tè in terra vietnamita per accorgermi di altro. Sono in brodo di giuggiole.
In questo video lo racconto in presa diretta:
Questo primo tratto di trekking, della durata di 3 ore circa, ci ha portato a pranzo nella casa di una famiglia appartenente all’etnia Red Dao (Dao rossi). Un maialino nero piccolissimo e un gallo curioso ma pavido fuggono alla nostra vista. Il cagnolino invece è piuttosto contento di avere gente in giro. La casa è una costruzione moderna, ma tradizionale, costituita da un ampio salone con pavimento in cemento, coperto da capriate. La cucina è posta oltre, in una porzione di casa che è quasi all’esterno. La cucina sicuramente non rispetta i nostri standard non dico dei ristoranti (questa è una casa privata, dopotutto) ma neanche delle abitazioni. In particolare ciò che ci lascia perplesse è la cucina economica stessa, l’acqua corrente per modo di dire… insomma, lì per lì abbiamo qualche remora per l’igiene. Ma stiamo camminando da tre ore. Abbiamo fame. E vi assicuro che il pranzo che ci viene offerto è quanto di più buono potesse esserci somministrato: riso che accompagna frittata, cavolo pak choi bollito e croccante, carne di maiale fatta direttamente alla griglia sul focolare, altro che barbecue. Il tutto annaffiato da abbondante tè verde bollente.
A fine pranzo ci viene proposto di indossare gli abiti della tradizione dei Dao Rossi: Una casacca – diversa per uomini e per donne – blu con un decoro sui toni del rosso a righe e con pennacchi ugualmente rossi. Ci divertiamo a improvvisare una sfilata in costume tradizionale, e apprendiamo con stupore che, siccome la tessitura qui si svolge ancora a mano, ci vuole un anno per realizzare un abito completo casacca e pantalone. Altro che alta sartoria…
Quando riprendiamo il cammino, decidiamo di scendere a valle, dove incontriamo – casualmente, o forse no, un luogo per me magnifico: Fin Ho Tea, il punto vendita dell’azienda locale produttrice di tè. E che tè! Ne ho già parlato sul blog Il mio tè, pertanto qui non mi dilungo, ma qualcosa la voglio dire. Fin Ho Tea è un’azienda che ha le proprie piantagioni più in alto sulle montagne. Tuttavia molti piccoli produttori della regione vendono i loro raccolti e molti abitanti della regione nel periodo della raccolta salgono sulle montagne per partecipare a questo momento fondamentale per la produzione del tè. Ciò che avevo intuito nella foresta, ovvero che non ci fosse qui la cura spasmodica nella potatura delle piante, diventa una conferma ascoltando ciò che ci dice il gestore del punto vendita, che è uno dei responsabili dell’intera azienda e che è il nipote di quella vecchina meravigliosa sorridente e saggia che avevo già visto sulla confezione di tè esposta nel museo etnografico del Panhou Retreat.
Il tè qui è ancora tradizione e quotidianità. Avremo modo di scoprirlo ancora nel corso di questa esperienza nel Vietnam del nord montano.
Dopo la graditissima e rigenerante pausa di degustazione di tè (improvvisata, ma ben riuscita!) riprendiamo la via, nella direzione di quello che sarà il nostro homestay per la notte.
Un’esperienza di quelle da raccontare ai nipoti: il nostro homestay nella regione di Ha Giang
Ora, c’è homestay e homestay. Ne abbiamo incontrati nel nostro percorso: sono case private che mettono a disposizione posti letto o stanze per i turisti/viaggiatori. Quello in cui dormiremo noi, però, è decisamente borderline. Arriviamo dopo un altro lungo tragitto a piedi che nuovamente mi fa incontrare piante di tè spontanee e altre coltivate, ma sempre lasciate “allo stato brado”. E le foglie hanno un profumo magnifico, inebriante.
Mentre saliamo verso l’homestay ci imbattiamo nella casa di una famiglia appartenente a un’altra etnia, Black Hmong: una casa spoglia, con il focolare acceso in terra e una “camera da letto” su due piani, in modo che gli uomini della famiglia dormano di sopra e le donne di sotto, separati anche se sposati, per non generare scandalo presso i parenti che vivono sotto lo stesso tetto. Mentre ripartiamo un ragazzino che non avrà 13 anni conduce due bufali lungo la strada. E poi arriviamo, finalmente.
Ecco. Ci aspettavamo qualcosa di diverso. Ci aspettavamo una sorta di B&B accogliente, con un’insegna, quantomeno. Ma fosse quello il problema. E di problemi ce n’eravamo posti: riusciremo a superare una serata senza rete internet? Per esempio…
Appena mettiamo piede nell’homestay capiamo immediatamente che internet è l’ultimo dei problemi (anche perché in realtà c’è, fino alle 8 di sera).
Ci viene indicato il luogo in cui dormire: al piano superiore – rigorosamente in legno, tante piccole celle separate da teli pesanti. Il materasso sottile, un cuscino umido, un pesante sacco a pelo e una coperta saranno il nostro giaciglio per la notte. Ok, niente panico, tutti noi abbiamo fatto i campi estivi o gli scout da ragazzi, possiamo sopravvivere. Ma il bagno? Ecco, è all’esterno, impostato sulla parete rocciosa e umida, per raggiungerlo bisogna superare la cucina con il focolare incavato nel pavimento.
Diciamo che lì per lì restiamo basiti. Ci aspettavamo qualcosa di diverso, di più turistico. Quella che viviamo, invece, è un’esperienza davvero autentica. Ci si scalda intorno al focolare scavato nel pavimento in cemento, sul quale bolle l’acqua per le verdure e per la gallina cacciata dentro tutta intera nella pentola, ma su cui prima era stata scaldata l’acqua per il tè bianco che ora beviamo, al momento dell’accoglienza.

Il momento della cena è davvero conviviale. Anche se noi travel blogger mangiamo a un tavolo separato da quello dei nostri anfitrioni e delle guide, spesso arrivano da noi il padrone di casa o la nostra guida per fare il consueto brindisi con il rice wine, o happy water, come la chiamano qui: grappa di riso, in sostanza.
Ed ecco il brindisi, da pronunciare rigorosamente a bicchierino alzato e ad alta voce:
một, hai, ba, dô!
hai, ba, dô!
hai, ba, uống!
Che, tradotto, significa:
uno, due, tre, salute!
due, tre, salute!
due, tre, bevi!
Ancora rivedo l’entusiasmo negli occhi delle nostre guide quando ce lo insegnavano e con la scusa si facevano un bicchierino in più!
La cena in sé è speciale. Riso, verdure, carne di maiale sfrigolata sulla griglia sotto i nostri occhi e quel povero pollo di cui ancora ricordo lo sguardo spento nell’acqua bollente. Salsine ad accompagnare. E poi l’immancabile tè verde, che non manca mai.
Quando cala il sole subentra l’umido delle montagne. Le porte di questa casa che durante il giorno sono spalancate vengono chiuse. Il freddo è dovuto all’umido, ma io che odio il freddo lo avverto addirittura pungente e chiedo un’ulteriore coperta per la notte. Non mi servirà, perché le coperte sono davvero pesantissime.
Per mio scrupolo (il freddo dell’aria, il confort non esattamente dei migliori) decido di non fare la doccia. Potrò sopravvivere per una volta, e sopravviveranno senz’altro i viaggiatori al mio fianco, ma per il resto il pernotto in questo particolarissimo homestay è un’esperienza favolosa, inaspettata e per questo foriera di tante sensazioni contrastanti: la sorpresa iniziale, l’incredulità e poi invece la presa di coscienza di poter vivere una serata decisamente diversa da quello che ci si aspetterebbe in un viaggio organizzato. La notte passa dunque senza troppi problemi. Registriamo soltanto un gallo particolarmente funesto, che ogni 10 minuti canta richiamando il controcanto di altri galli da altre montagne circostanti. Insomma che chi ha l’orecchio sensibile dorme poco e male, ma per il resto è apprezzabile pure questa immersione autentica nella natura e nella vita della montagna del Vietnam del nord.
La mattina a colazione gli avanzi della cena e via andare. Io sono entusiasta e come me le mie compagne di viaggio, anche quelle che sulle prime erano le più restìe. Come dicevo all’inizio, tutte noi abbiamo riportato come best experience questa notte in questo homestay borderline.
The day after: last day in Ha Giang
Ci svegliamo, dunque, facciamo colazione con gli avanzi della cena (ancora buonissimi) e ci avviamo a piedi fino alla valle, dove ci aspetta il van. La passeggiata al ritorno ci ripropone piante da tè selvatiche e una piccola ma scenografica cascatella che sgorga da una montagna e crea un piccolo guado che superiamo con facilità. Quando arriviamo in valle andiamo a conoscere una famiglia di etnia Tay, la terza etnia presente in queste montagne. La casa qui è organizzata su due livelli su palafitte. La vita quotidiana si svolge al piano superiore, dove si trova, in legno, tutta la zona giorno e pure notte. Un piccolo focolare incassato nel pavimento permette di riscaldare il locale e l’acqua per il tè. Tè che è sempre pronto, anche perché fuori dalla casa un immenso albero di camellia sinensis offre foglie utili alla preparazione familiare di tè. Anche qui la cucina a gas è alquanto spiccia. Ma abbiamo capito, in questi due giorni, che qui si bada all’essenzialità e non all’arredo. Perciò, Ikea scansate, che qui proprio non c’è bisogno delle tue soluzioni omologate.
Dopo un breve pit stop al Panhou Retreat dove recuperiamo i bagagli, riprendiamo la via verso Hanoi.
Siccome ho espresso più volte il mio entusiasmo per il tè e per le piantagioni, la nostra guida decide di farci fare una piccola sosta, quando ormai siamo già ben lontani dalle montagne, ma ancora in territorio collinare, adatto alla coltivazione, presso una piccola piantagione di tè. Io in sollucchero, passeggio tra queste piantine tenute potate tutte alla stessa altezza, a disegnare filari lungo il pendio. Questa è, in piccolo, una piantagione tra le più classiche. Sono feliciona, e ringrazio la guida di averci fatto fermare qui. Per me un momento magnifico. Il rientro ad Hanoi per me profuma di tè.
Per concludere. Ha Giang: cosa rimane nel cuore dopo un trekking nella montagna del nord del Vietnam
Oh beh, di cose che restano nel cuore per quanto mi riguarda ce ne sono parecchie. E molte di queste cose sono salite alla mente e sono diventate riflessioni.
Innanzitutto nel cuore ho il tè. Chi mi segue sul blog Il mio tè sa quanto io ami questa bevanda e la sua cultura millenaria e così diversificata a seconda della regione geografica (e storica) in cui è prodotto e consumato. E sa quanto io abbia il sogno di attraversare piantagioni di tè. Ora, in Vietnam, nella regione di Ha Giang ho avuto questa possibilità ed è stato magnifico poter accarezzare le foglie e i fiori, annusarne i profumi, fotografarne i dettagli. E poi bere il prodotto finito di cui queste foglie sono l’origine, e restare estasiata. Anche le mie compagne di viaggio l’hanno capito, persino la nostra guida, che più di una volta mi ha fatto notare piante e piantagioni (e ci ha proposto di fare la degustazione…). Qui il tè è quotidianità e socialità. Una teiera è sempre pronta per essere offerta a chi arriva a casa.
Credo che qui ancora viga la consuetudine che se io cammino o viaggio e sono in difficoltà vengo accolto e aiutato ed eventualmente ospitato. Siamo in una regione montana che solo da pochi anni sta conoscendo il turismo, quindi ci troviamo in un momento in cui ancora si respirano sacche di autenticità che in capo a due anni, però, temo, diventeranno trappole per turisti. O anche se non trappole, sicuramente meno autentiche che ora. Con questo non condanno ciò che verrà: purtroppo, o per fortuna, è inevitabile. Ciò che mi dispiace è che la naturale ospitalità di queste persone, di queste famiglie, si possa trasformare in business perché mediato dal turismo di matrice occidentale. E’ un tema e un problema che bisognerebbe affrontare, prima che si perdano tradizioni millenarie. E non lo dico da turista, né da viaggiatrice. Lo dico da osservatrice del tempo presente.

Autenticità da queste parti fa rima con un modo di vivere che segue la natura, si accompagna ad essa, interviene sul territorio non massacrandolo, ma accarezzandolo gentilmente, con la consapevolezza millenaria che bisogna vivere in equilibrio e in armonia con essa. Ecco, nelle montagne di Ha Giang quest’armonia si coglie molto bene: le risaie disegnano i rilievi utilizzando solo spalti di argilla fangosa. Qui il senso del tempo è scandito dai ritmi luce-buio e dall’alternarsi delle stagioni. Non v’è rumore antropico se non quello fatto dai nostri piedi che calpestano il terreno, e tutto è calma e pace, e fruscìo di foglie mosse dal vento, e canto di uccelli in lontananza (e di galli, a notte fonda).
Non so quanto ancora questo modo di vivere, questo paesaggio modellato in maniera così discreta dall’uomo, durerà. Ma sono grata di esserne stata testimone.
Ti racconto il mio viaggio in Vietnam a partire dall’esperienza che ho vissuto con le Travel Blogger Italiane nel corso di un viaggio organizzato dal tour operator Travel Sense Asia che ha costruito per noi un itinerario variegato e ricco di esperienze e di incontri. Insieme a me Paola di Paola in viaggio, Annalisa di Tre Valigie, Veronica di Oggi dove andiamo, Cristina di Vi do il tiro, Marina di The Travelling petsitter. Ciascuna di noi sta raccontando sui propri blog il Vietnam: se vuoi approfondire, ti consiglio di leggere anche i loro racconti.

























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