Visitare Carsulae e Acquasparta

Oggi ti propongo una gita di un giorno in Umbria a un’ora e mezza/due ore da Roma (dipende da quale zona della città si parte): un itinerario culturale che inizia nella città romana di Carsulae e finisce nel borgo di Acquasparta, dove visiteremo la residenza di colui che “scoprì” Carsulae all’inizio del Seicento: Federico Cesi, il fondatore dell’Accademia dei Lincei.

Carsulae e Federico Cesi

Prima di visitare Carsulae occorre spendere due parole su Federico Cesi, il nobile e colto cittadino di Aquasparta che aveva possedimenti nel territorio, tra cui le terre nelle quali oggi sorge Carsulae. Nel Seicento le ricerche antiquarie sono una gran moda, soprattutto presso la classe aristocratica che poteva permettersi sia di studiare le antichità che di acquistarne o – se avevano la fortuna di possedere terreni dai quali provenivano reperti antichi – di arricchire le proprie collezioni private.

Federico Cesi non fa eccezione. Personaggio sconosciuto ai più, in realtà nel mondo accademico italiano è noto perché è il fondatore dell’Accademia cui ogni studioso con un certo curriculum aspira ad essere introdotto: l’Accademia dei Lincei (la cui sede è a Roma, su via della Lungara a Trastevere ed è visitabile). Federico Cesi in realtà è un naturalista e un botanico, ma evidentemente segue anch’egli la passione antiquaria che soprattutto a Roma è molto sviluppata e, quando si rende conto che uno dei suoi possedimenti nasconde i resti di una città romana… beh, non fa altro che cominciare a scavare, per tirare fuori dalla terra almeno i resti più evidenti, prima che l’aratro dei suoi contadini rischi di fare ulteriori danni. Lo scopo naturalmente è quello di arricchire la propria collezione nel Palazzo Cesi in centro ad Acquasparta e qualcosa di quella collezione ancora si conserva nel Palazzo: due basi di statue con dedica a un imperatore, un’iscrizione che cita la gens Furia e che apparteneva a un grande mausoleo tuttora conservato a Carsulae (lo vedremo) e qualche sarcofago o cippo carsulano, cioè segnacolo funerario: ci torneremo.

Palazzo Cesi, Stanza delle Fatiche di Ercole

E’ tempo dunque di andare a Carsulae, dove tutto ebbe un nuovo inizio dopo la prima picconata data dagli operai di Federico Cesi.

Carsulae: un po’ di storia

La storia di Carsulae è piuttosto antica: il primo nucleo abitativo si comincia a formare nel III secolo a.C. quando, dopo la vittoria definitiva dei Romani su una coalizione di Etruschi, sanniti e Piceni (nota come Guerre Sannitiche), i Romani tracciano una strada che da Roma attraversa l’Appennino per cercare il collegamento con l’Adriatico: è la via Flaminia.

Carsulae, lungo la via Flaminia

Carsulae sorge su uno dei due rami della via Flaminia (che si è biforcata un po’ più indietro, all’altezza di Terni – Interamnia Nahars in età romana). Inizialmente un nucleo di case sparse, forse una mansio, cioè una stazione di sosta e di cambio dei cavalli lungo il cammino da Roma all’Adriatico. La sua vera storia come centro urbano inizia in età augustea: il primo imperatore decide di trasformare quel centro abitato in una vera e propria città, dotata di quegli spazi pubblici che caratterizzano tutte le città romane: il Foro, la grande piazza fulcro della vita civile, sotto lo sguardo del Capitolium, il tempio dedicato a Giove, Giunone e Minerva, la Basilica per l’amministrazione della giustizia, e poi le terme e il teatro e l’anfiteatro. Curiosamente, o forse no, Carsulae non è cinta da mura. In realtà ciò si spiega con la sua urbanizzazione negli anni della Pax Augusta, cioè quel lunghissimo periodo di pace che va dall’insediamento di Ottaviano Augusto alla guida di Roma fino al III secolo d.C. quando l’impero comincia a indebolirsi e da lì in avanti sempre più pressioni dall’esterno giungono fino alla caduta dell’Impero d’Occidente nel 476 d.C.

E Carsulae segue le sorti dell’impero e come moltissime città del centro Italia pian piano in età tardoantica si svuota e viene abbandonata, fino a svuotarsi completamente probabilmente a causa della Guerra Greco-Gotica alla metà del VI secolo d.C. Da allora tutto decade e solo nell’alto medioevo, nel IX secolo, la piccola chiesa di San Damiano (inizialmente però dedicata a entrambi i Santi Medici Cosma e Damiano) è costruita sui resti di un edificio precedente, forse il macellum, cioè il mercato delle carni e alimentare della città, affacciato sulla via Flaminia, ai piedi della piattaforma sopraelevata su cui sorge il Foro.

Carsulae, La chiesa altomedievale di San Damiano

Poi più nulla. Resta in piedi solo il fornice centrale del grande arco che segnava l’uscita dalla città verso nord, chiamato poi Porta di San Damiano, oltre il quale si ergevano almeno due grandi monumenti funerari di ingenti proporzioni, e un’area di necropoli, come sempre fuori dalle città, lungo le vie consolari.

Nel XVI secolo Fedrico Cesi, il ricco proprietario delle terre sotto le quali giaceva ormai da secoli Carsulae, avvia i primi scavi, alla ricerca di oggetti di pregio e di opere d’arte. E’ la prima volta che si riporta alla luce l’antica città, fino a quel momento nota dalle fonti. Nuovi scavi seguiranno nella seconda metà dell’Ottocento, poi quelli, più importanti, nel secondo Dopoguerra. Infine oggi possiamo visitare un’area archeologica ben curata, con i suoi monumenti, tornati in luce dopo secoli e secoli, restaurati. E allora, visitiamo Carsulae!

Carsulae, l’Arco di San Damiano

La visita a Carsulae

Dalla biglietteria – che ospita anche un piccolo ma interessante Antiquarium – si scende letteralmente nella valle attraversata dalla via Flaminia. La visita inizia, curiosamente, dal monumento più tardo, cioè la chiesa di San Damiano, ma essa è una tappa fondamentale che sintetizza in effetti tutta la storia che vi ho raccontato fin qui. La chiesa è piccola, ma realizzata reimpiegando interamente blocchi di travertino provenienti da vari monumenti dei dintorni. Anche il portico in facciata è realizzato reimpiegando elementi di colonne di monumenti romani. L’abside porta ancora alcuni frammenti di affresco nei quali riconosciamo i volti di almeno due santi: forse gli stessi Cosma e Damiano…

I Santi Medici Cosma e Damiano affrescati nell’abside della chiesa di San Damiano a Carsulae

Usciamo dalla chiesa e ci troviamo sulla via Flaminia. Alla nostra sinistra, risalendo, ci appaiono le sostruzioni dell’ampia platea sopraelevata del Foro. Ci si para davanti un arco, che è ciò che resta di un tetrapilo, cioè di un arco a quattro ingressi, a pianta quadrata, che costituiva l’ingresso monumentale al Foro. Foro che, lo ripeto, sorge su una platea sopraelevata, ma perché in realtà il territorio su cui sorge la città non è regolare: la Flaminia, infatti, risale un dolce pendio e la platea del foro è realizzata apposta per regolarizzare un dislivello.

Il Foro è una piazza lunga sullla quale affacciano una serie di edifici pubblici e religiosi. Sul lato di fondo, corto, opposto all’ingresso sulla Flaminia, si poneva il Capitolium: oggi rimane poco delle fondazioni del podio sul quale si ergeva ed è messo in secondo piano, in effetti, da altri due edifici religiosi: i due templi gemelli che sorgono sul lato lungo sud del Foro, del quale restano i podii ancora in parte rivestiti in lastre di marmo rosato. Non si sa a chi fossero dedicatiquesti due templi, anche se l’idea prevalente è che si tratti di qualche rappresentante della dinastia giulio-claudia divinizzato oppure di qualche Virtus dell’Imperatore (Concordia, Fortuna, per esempio). Sul lato lungo nord invece si sussegue una serie di piccoli edifici di incerta funzione, ma spesso molto decorati: in uno è stata rinvenuta la testa colossale e un ginocchio altrettanto colossale di una statua dell’imperatore Claudio (esposte entrambe in Antiquarium), un altro è diviso in tre navate da poderose colonne. Probabilmente alcuni di questi edifici erano sedi per il culto dell’imperatore (esisteva il collegio degli Augustales) e sedi di corporazioni importanti, oltre alla curia, nella quale si riunivano i funzionari pubblici.

Carsulae, il podio di uno dei due templi gemelli sul Foro

Riprendiamo il nostro cammino verso Nord. La città non è particolarmente grande e la via basolata della Flaminia che ora è ombreggiata da alti alberi ci accompagna verso l’Arco di San Damiano. Inizialmente era un arco a tre fornici, ma tutt’ora, che si conserva solo l’arco centrale, conserva comunque una certa monumentalità. Usciti dalla città dei vivi, si entra nella città dei morti. Ed ecco subito alla nostra sinistra il grande mausoleo della Gens Furia: un grande tamburo a cilindro sopra un monumentale basamento quadrato che riprende il modello del mausoleo di Cecilia Metella sulla via Appia, del Mausoleo di Augusto a Roma (anche se su ben altra scala), e – per restare nell’ambito delle città romane del centro Italia – del mausoleo di Ennio Marso a Saepinum. Conosciamo l’appartenenza alla Gens Furia, perché il buon Federico Cesi, che abbiamo imparato a conoscere, rinvenne qui l’iscrizione funeraria pertinente al monumento, iscritta con grandi ed eleganti lettere in “capitale quadrata”, tipiche dell’età giulio-claudia e indice della bravura dei lapicidi e dunque della ricchezza della committenza, e decise di portarla a Palazzo Cesi ad Acquasparta, dov’è ancora esposta.

Poco più avanti, un altro monumento funerario, questa volta più piccolo, a forma di torre, risalente anch’esso ad età giulio-claudia, costringe a fermarsi. Di questo non conosciamo il proprietario, ma nuovamente intuiamo la precisa volontà di farsi riconoscere e ricordare dai viandanti che uscivano da Carsulae in direzione Nord, in direzione di Spoletium, Spoleto.

I due monumenti funerari di Carsulae: il primo piano il mausoleo della Gens Furia, in secondo piano il monumento a torre

Torniamo allora sui nostri passi, rientriamo in città, perché restano da vedere i due edifici più imponenti e meglio conservati di Carsulae: l’anfiteatro e il teatro. Non capita spesso di vederli accanto, inseriti in un unico sistema che li collegava attraverso portici. Ma evidentemente la scelta è stata dovuta sia agli spazi che alla conformazione geologica del terreno: Carsulae sorge in un territorio carsico (il nome è già un indizio) dove ad alture si alternano doline. Ecco, l’anfiteatro sfrutta proprio l’avvallamento di una dolina antica, mentre il teatro alle sue spalle sfrutta la posizione più in altura. Ne risulta un quartiere per gli spettacoli che doveva richiamare dal contado e dalle alture circostanti tutti gli abitanti dei vari villaggi che comunque esistevano e costellavano il territorio, legati magari alle attività agropastorali.

Carsulae, l’anfiteatro

Con la visita all’anfiteatro e al teatro (entrambi oggi recuperati come edifici da spettacolo moderni) si conclude il percorso nell’area archeologica. Che può proseguire nel piccolo Antiquarium, nel quale oltre ad essere esposta la testa colossale di Claudio con annesso ginocchio, sono esposti alcuni cippi funerari tipici della zona, i cippi carsulani, un bel leone funerario in marmo e altre testimonianze della cultura materiale, cioè della vita quotidiana, degli abitanti di Carsulae.

Acquasparta, Palazzo Cesi

Acquasparta si trova a 10 minuti di auto da Carsulae. Il borgo medievale è cinto da mura, il borgo è insignito della Bandiera Arancione e ogni anno in giugno ospita la Festa del Rinascimento, che prevede rievocazioni storiche, gare e tornei, eventi culturali vari, stand di oggettistica e di artigianato a tema e naturalmente taverne che propongono da mangiare e da bere.

Acquasparta e le sue mura viste dal piano nobile di Palazzo Cesi

Su una bella piazza si apre Palazzo Cesi, dall’elegante facciata rinascimentale. Su due piani, piano terra e piano nobile, propone un percorso di visita che viaggia su due tematiche parallele: da un lato la descrizione del luogo in cui ci troviamo, cioè il palazzo, con le sue sale dai soffitti affrescati; dall’altra ci fa conoscere la vita di Federico Cesi, i suoi studi, la fondazione dell’Accademia dei Lincei, i confratelli dell’Accademia, i più illustri rappresentanti (tra i quali Galileo Galilei) e le scoperte scientifiche più importanti.

Apprendiamo a tal proposito alcune curiosità: innanzitutto che il nome di Lincei si deve alla lince, animale che Cesi sceglie come simbolo della curiosità intellettuale, del desiderio di conoscere e dunque dell’aspirazione alla Sapientia: anche ai giorni nostri si dice “occhio di lince” per indicare una persona che vede in modo molto acuto, andando oltre ciò che vedono gli altri. Cesi, autoproclamatosi Principe Linceo, Federico Cesi fonda nel 1603 l’Accademia insieme ad altri tre fratres, Johannes Van Heek, medico e botanico, Anastasio De Filiis, studioso di fisica, e Francesco Stelluti, giurista ed etologo (studiò per primo l’anatomia dell’ape): con essi Cesi condivide quest’aspirazione alla sapienza, in un’epoca, quella dell’inizio del Seicento, in cui sta per scoppiare la Rivoluzione Scientifica che cambierà per sempre il modo di approcciare da parte degli studiosi, soprattutto di botanica, naturalistica, astronomia, la loro materia di studio.

Palazzo Cesi, piano nobile: il telescopio di Galileo Galilei punta verso il cielo

Altra cosa che si apprende è che si deve a Cesi il nome di telescopio per l’Occhiale di Galileo Galilei, quello con cui egli potè costruire la sua teoria dell’eliocentrismo (che dovette poi abiurare perché contrastata dalla Chiesa, che credeva fortemente che la Terra fosse al centro dell’Universo e il sole le girasse intorno) e al tempo stesso il nome di microscopio per guardare gli organismi infinitamente piccoli: ecco quell’occhio di lince evocato dal nome dell’Accademia fin dove poteva spingersi! E proprio grazie al microscopio si svilupparono gli studi di botanica, con lo sviluppo della biomicroscopia. Quanto a Galileo Galilei, egli fu insignito del titolo di Linceo nel 1611: per questo l’Accademia – che credeva fermamente nelle sue teorie astronomiche che confutavano la centralità della terra, afferemando quella del Sole, nell’Universo – lo sostenne durante il processo intentatogli dalla Chiesa (alla quale tutto questo furore scientifico sviluppatosi in quegli anni non piaceva per niente).

Venendo alle sale del Palazzo, sia al piano terra che al piano nobile sono affrescate tematicamente. Al piano terra sono i soffitti voltati ad essere oggetto di esuberanti affreschi e grottesche barocche, mentre al piano superiore, dal soffitto piatto, è solo la cornice alta ad essere affrescata. Senza che le descrivo tutte, cito quelle a mio parere più belle: la Stanza delle Fatiche di Ercole, che vede al centro della volta a padiglione le nove Muse, mentre sui quattro lati si dispongono altrettante fatiche: Ercole e il Leone di Nemea, Ercole e l’Idra di Lerna, Ercole e il Toro di Creta, Ercole e il Centauro Nesso.

Palazzo Cesi, Stanza delle Fatiche di Ercole, dettaglio di Ercole contro il Leone di Nemea

La sala successiva è dedicata agli Amori di Giove, per cui nel riquadro centrale della volta a padiglione troviamo Europa portata via da Giove trasformatosi in toro, e a seguire altre grandi imprese sessuali di Giove, come quando si trasformò in cigno per sedurre Leda, o quando fecondò Danae trasformandosi in pioggia d’oro.

Vi è poi la stanza di Orfeo ed Euridice, nella quale sono raffigurate le principali scene del mito che culminano nella scena centrale quando Orfeo, avendo portato via con sé dall’Ade la sposa Euridice, si volta a guardarla e la perde per sempre.

Al piano nobile, è degna di nota la Stanza degli Imperatori che vede correre lungo la cornice superiore delle 4 pareti i primi imperatori a partire da Giulio Cesare (che tecnicamente non è mai stato imperatore, ma spesso dal Rinascimento in avanti lo troviamo inserito in simili gallerie di grandi personaggi romani) accanto alla personificazione di alcune virtù.

Palazzo Cesi, Stanza degli Imperatori, lato con Caligola e Claudio

Segue la stanza delle Muse, dove questa volta sono le nove rappresentanti delle Arti ad alternarsi alla narrazione per immagini di un evento storico, la vittoria di Lucio Emilio Paolo contro Perseo re di Macedonia: parliamo di un evento glorioso della storia della Roma Repubblicana, cui evidentemente la famiglia Cesi si sentiva in qualche modo legata.

E a proposito di Famiglia Cesi, una stanza è dedicata proprio alle imprese degli antenati, le cui origini si fanno risalire addirittura a una discendenza da Ercole… L’occasione è quella per celebrare le virtù nobili cui ogni famiglia aristocratica del tempo doveva aspirare, e dunque le imprese militari, i buoni rapporti col Papato, le cariche pubbliche amministrate con cura e grandi capacità… questa di tutte è la sala più celebrativa, o meglio, dove vengono a compimento tutti quei messaggi disseminati nelle sale precedenti, a partire da quella stanza con le Fatiche di Ercole da cui siamo partiti: e certo è una delle sale più belle, se si pensa che Ercole sia l’antenato divino da cui discende tutta la nobile stirpe dei Cesi!!!

Lo stemma dei Cesi, con un magnifico leone araldico che reca il motto del casato Omnibus idem. E a proposito di leoni… conosci la pagina instagram Leoni Brutti?

La visita a Palazzo Cesi è un interessante tuffo nella residenza privata di una nobile famiglia che vive tra Rinascimento e Barocco, in un periodo che a Roma fu denso di grandi cambiamenti la cui eco si fece sentire, naturalmente fino in Umbria: è l’epoca della Controriforma, della stretta da parte della Chiesa su alcuni modi di intendere l’arte e di esprimersi, che va contro l’esigenza tutta laica di studiare la natura e i suoi fenomeni: il Seicento è il secolo in cui la Chiesa scopre che la Scienza è un altro nemico che – dopo la Riforma di Lutero – rischia di minare l’autorità del Papa. Galileo Galilei è la vittima eccellente di questo periodo storico, tuttavia il suo sacrificio non ferma il progredire degli studi scientifici di cui il nostro Federico Cesi si era fatto promotore e che sempre più seguito avranno, non solo in Italia, ma in tutta l’Europa. Il Seicento è anche il secolo nel quale si consolida la passione per l’antico che era scoppiata alla metà del Quattrocento con l’Umanesimo e il RInascimento e ora è diventata una metodica ricerca di oggetti d’antichità, possibilmente iscritti o in ogni caso belli, con i quali decorare le proprie residenze o fare dono al papa o a ospiti eccellenti. E anche in questo a Federico Cesi, nel bene e nel male, si deve la scoperta di Carsulae e i primi scavi in una città romana che non fu mai particolarmente grande, né legata a qualche evento importante della storia di Roma. Oggi però quella città romana parla nuovamente di sé, forse come non l’ha fatto mai. Ed è per me un piacere poterne parlare qui e raccontarla a voi, sperando di invogliarvi a farvela conoscere di persona.

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