Ho aspettato un po’ dalla mia esperienza ad Ha Long Bay per parlarne. Perché lì per lì sono rimasta molto perplessa. Molto perplessa, ribadisco. Poi, come sempre, è venuto il tempo dell’elaborazione dell’esperienza, della documentazione e dello scambio di info con altri che prima di me avevano visitato Ha Long. E sono giunta a una conclusione.
Ha Long Bay è un’idea di perfezione. E’ il paesaggio magnifico, non per nulla Patrimonio dell’Umanità UNESCO, fatto di baie verdi in un mare ancora più verde con lo sfondo di faraglioni e di isolotti incontaminati che sorgono come funghi in mezzo alla laguna. Una laguna amplissima, che si coglie già da decine di km prima di arrivare nella città di Ha Long e che prosegue ben oltre per almeno un altro centinaio di km verso nord e sud. Un territorio molto ampio, ma peculiare, per ragioni naturalistiche (una baia marittimo-lagunare con quasi duemila faraglioni), per la sua cultura secolare basata sulla coltivazione delle ostriche, e per una cultura millenaria che ritiene che questa baia sia stata creata dalla dea madre in forma di drago che si immerse nell’acqua.
Insomma, non definirei Ha Long Bay semplicemente una meta turistica, perché c’è molto di più. Il problema è la sua fruizione, che solleva problematiche piuttosto interessanti, con le quali spero di non ammorbarvi, ma che è importante conoscere, soprattutto se si vuole visitare Ha Long Bay in maniera consapevole. Per farlo, vi racconto innanzitutto la mia esperienza. Seguirà l’esperienza di altre persone che hanno visitato Ha Long Bay. Infine vi racconterò perché Ha Long Bay è magnifica e perché tutto sommato ho capito la ratio dietro alle visite standardizzate e massificate (ecco, l’ho detto) dei turisti nella baia (ammesso di non sbagliarmi).
Ha Long Bay, tra storia e tradizione
Narra la leggenda che la baia di Ha Long si formò grazie a perle sputate dalla Grande Madre Drago e dai suoi figli nel mare per difendere le popolazioni di pescatori dall’invasione degli aggressori cinesi. Le perle divennero isole che costituirono una barriera naturale per i nemici, incapaci di muoversi tra quelle rocce senza rischiare di perdere le navi da guerra.
Così gli abitanti della baia furono salvi, e da quel momento chiamarono il territorio Ha Long, che significa “Drago che si immerge nel mare“. Questa leggenda racconta due cose: l’impenetrabilità della baia grazie alle numerosissime isole (1969 in totale!), alcune delle quali poco più che faraglioni o grandi scogli; la pescosità del suo mare protetto naturalmente e luogo ideale per la coltivazione delle ostriche da cui ricavare le perle (ci torneremo). Ancora oggi i pescatori vivono riuniti in quattro villaggi sulla terraferma, ben distanti dalla Ha Long delle crociere e dei turisti, o addirittura su case galleggianti nascoste tra le isole in baie ancora più protette: qui davvero si vive come ai tempi della Grande Madre Drago…
Nella baia tradizionalmente si viveva di pesca e di acquacoltura. Naturalmente oggi, con la spinta turistica, l’attrazione verso “nuovi” mestieri è forte, tuttavia la tradizione della pesca è ancora molto forte, mentre la coltivazione di perle è diventata un business che incoraggia l’acquacoltura presso i locali.
Visitare Ha Long Bay: la crociera di un giorno (la mia esperienza)
La mia personale esperienza di crociera in un giorno si è svolta sulla Ambassador Cruise, una nave piuttosto grande, su tre livelli, con un piano destinato alle cabine per gli ospiti e le sale massaggio, un piano destinato interamente a ristorante e un terzo piano che ha la prua aperta, perfetta per godersi la navigazione in uscita dalla baia e in avvicinamento ai faraglioni. A me personalmente non è dispiaciuta, ma io poco mi intendo di esperienze luxury e su questo il giudizio di Annalisa del blog Trevaligie, mia compagna di viaggio, è stato tranchant: nave non nuova, e decisamente lontana dagli standard che si aspetta chi invece è abituato a determinati requisiti che descrivono il concetto di “deluxe”.
La Ambassador non è attraccata alla banchina: probabilmente è troppo grande, ha pescaggio troppo profondo: ci aspetta a tre minuti di traghetto. Lì per lì ci sembra un inutile spreco di gasolio in un luogo che dovrebbe essere un paradiso naturalistico da preservare. Col senno di poi mi rendo conto della motivazione pratica. Ma il problema dello spreco di gasolio e dell’inquinamento di un mare che un tempo era verde e adesso è grigio fango c’è e riempie gli occhi.
Saliamo sulla nave da crociera, che invita i passeggeri ad andare al ristorante a fare colazione mentre ci si muove dalla baia del porto per allontanarsi di… quanto? Pochi km, davvero: non saprei quantificare la durata della navigazione, ma vi dico solo che quando la nave getta l’ancora, si vede ancora il porto. Nuovamente, in quel momento sono rimasta interdetta e delusa, mi sarei aspettata una navigazione più lunga, ma ora col senno di poi capisco che di nuovo c’è un problema di profondità dei fondali.
E infatti veniamo caricati su un traghetto ben più piccolo che ci porta alla prima delle isole-attrazioni: Hang Sửng Sốt, una grande grotta che si fa spazio nel ventre dell’isola, tra stalattiti e stalagmiti e grandi aule. Ora, per noi che in Italia abbiamo grotte come Frasassi, e che appena fuori confine abbiamo le Grotte di Postumia in Slovenia, questa grotta, per quanto grande, non è così entusiasmante. Inoltre ho notato una cosa che mi ha alquanto perplesso: se avete visitato grotte sapete quanto siano umide, quanto il percolare di acqua dall’alto sia una costante, un “tik-tik” continuo, che nel silenzio è anche rilassante e che è alla base della formazione delle stalattiti e delle stalagmiti. Ebbene, nella grotta di Sửng Sốt no. Tutto asciutto e, guardando il soffitto della grotta, sembra proprio che sia stato trattato per non far passare l’acqua. Ma le grotte sono organismi vivi, non si può soffocare la discesa naturale dell’acqua! Questa però è la mia impressione, magari mi sbaglio (magari no, però).
La tappa a Hang Sửng Sốt è il primo momento in cui ci rendiamo conto che l’esperienza che stiamo vivendo nella baia di Ha Long non è esclusiva: la baia è piena zeppa di altri traghetti che vomitano sul piccolo molo centinaia di persone che si mettono più o meno ordinatamente in coda per salire all’ingresso della grotta (qualche rampa di scalini) e per visitare – assolutamente intruppati, in fila indiana, e guai a fermarti per fare una foto! – la grotta. Proprio dall’alto, prima di entrare in grotta, dedicando un ultimo sguardo al mare antistante, ci rendiamo conto della quantità di traghetti che vanno, vengono, scaricano, recuperano.
In più, mi raccomando! Abbiamo solo 40 minuti per visitare la grotta, quindi a maggior ragione non si può perdere tempo all’interno. Governano le tempistiche imposte dalla crociera, non l’interesse o lo svago del visitatore. Ma, ribadisco, per noi gruppo di italiane non si pone il problema di soffermarci su ogni stalattite perché – ripeto – gli esempi nazionali, tra cui grotte anche più modeste (si fa per dire) come le Grotte di Toirano, in Liguria, sono sicuramente più emozionanti di questa.
Così dal molo di uscita prendiamo nuovamente il traghetto che ci porta in pochi minuti su un’altra isola, Ti Tốp.
Ti Tốp, chi era costui? Un astronauta russo, niente meno. Col nome di Gherman Titov, è stato il secondo astronauta sovietico, dopo Jury Gagarin, ad andare nello Spazio. Nel 1962, in occasione di una sua visita ufficiale in Vietnam, il capo di stato vietnamita Ho Chi Min lo portò su quest’isola e in ricordo di questa visita l’isola fu ribattezzata col nome dell’astronauta. Il quale ci accoglie, nella sua statua in perfetto stile soviet, appena sbarcati sulla piccola spiaggia.
Qui abbiamo ancora meno tempo e una nuova missione da compiere: sembra Giochi senza Frontiere. Tra mezz’ora l’imbarco, nel mentre dobbiamo salire in cima all’isola per godere del panorama a 360° – magnifico, ovviamente – sulla baia. 432 gradini, sì, 432 gradini, sconnessi, diseguali, che cambiano senso di marcia, stretti, su cui bisogna restare in equilibrio mentre scende qualcuno… Dobbiamo farli necessariamente di corsa, perché non sappiamo giudicare quanto effettivamente in alto sia il punto panoramico. C’è una stazione di sosta a metà strada. Qualcuna di noi alza bandiera bianca e si accontenta della vista (pure magnifica) da lì. Io no, per tigna salgo fino in cima. Con la lingua di fuori, il petto che brucia, la milza che non ricordavo di avere da quando mi costringevo ad andare a correre e lei si ribellava (era il 2004…, poi ho smesso), finalmente raggiungo la piattaforma in cima, che è ingentilita da un padiglione in stile neoclassico. La vista è oggettivamente bellissima, anche solo per prendere fiato guardo, giro lungo tutto il perimetro della piattaforma, faccio video… ma poi guardo l’ora. Manca pochissimo, bisogna scendere. E quindi via giù di corsa, per tutti i 432 scalini sconnessi, con la gente ignara e col fiatone che sale, noi che ci aggrappiamo alla corda del corrimano per non arrivare giù in tre secondi netti, ma con fratture scomposte… Insomma riusciamo ad arrivare in tempo al traghetto, ma non è stata una tappa in un viaggio, non è stata un’escursione, è stata una prova di forza che non tutti sono in grado di affrontare. Il concetto di accessibilità è decisamente ignorato da queste parti.
Il traghetto di trasbordo ci riporta sulla Ambassador, dove ci attende il meritato pranzo. Lo definirei luculliano. Dal pho al sushi, dal pesce fritto a qualunque cosa vi passi per la testa, qui c’è, dall’antipasto al dolce. Ci si distrae mangiando, mentre un’improbabile accoppiata di artisti, formata da un pianista che sembra la caricatura di Venditti e una cantante che è una wannabe Shakira Vietnamita animano gli astanti (oltre noi solo famiglie e gruppi di Cinesi in vacanza) con canzoni internazionali del livello di We are the world e hit più vicine al gusto asiatico attinte – credo – al repertorio cinese. Quale che sia la musica, il pubblico di Cinesi in vacanza esulta e si dimena, manco fosse allo stadio. Io spero nell’estinzione della nostra specie.
Finalmente è giunto il tempo dell’ultima escursione. Una baia nascosta, o quasi, un tempo silenziosa, oggi più rumorosa delle strade di Hanoi, in cui nuovamente vengono vomitati i turisti dalle varie crociere. Scendiamo su una banchina galleggiante e veniamo fatti salire su una bamboo boat in vetroresina, che il bamboo non l’ha mai visto manco per sbaglio, e in processione, dietro ad altre decine di barche come la nostra, veniamo condotti a remi da una rematrice verso un arco naturale che ci porta in una vera e propria piscina naturale, chiusa da pareti di roccia verticali su cui si arrampicano gruppi di scimmiette. Le barche davanti a noi riecheggiano di canti e urla da stadio, colme di turisti che non hanno il minimo rispetto di ciò che si apre davanti ai loro occhi… probabilmente neanche guardano. Quest’angolo incantevole è deturpato dagli effetti più ridicoli del turismo di massa. Si chiama Hang Luong e non si merita di essere trattata così da queste mandrie di beceri figuri.
Il giro in barca dura 5, 10 minuti massimo. Risaliamo sul traghetto, da qui alla nave da crociera la quale, mentre facciamo merenda (ancora a mangiare!) con il solito accompagnamento musicale, rientra in porto.

Visitare Ha Long Bay: altre esperienze
Al mio rientro, piuttosto demoralizzata dall’esperienza, ho chiesto a chi, di mia conoscenza (nella fattispecie, mio suocero e Stefania di Memorie dal Mediterraneo) era stato nell’ultimo anno in Vietnam e ad Ha Long Bay, di raccontarmi la propria esperienza. Ebbene, il quadro che ne è emerso non è molto distante dal mio. Mio suocero ha viaggiato non su una nave da crociera ma su un traghetto più piccolo che li ha portati su isolotti che per quanto bellini non hanno soddisfatto la curiosità di vedere la baia nella sua vera conformazione. Quanto a Stefania, lei e il suo compagno di viaggio Luca hanno optato per la crociera di due giorni e una notte, pensando che ciò avrebbe consentito di godere più a lungo e in maniera più variegata della baia. Invece anch’essi hanno sperimentato, come noi, anche se su isole diverse, le stesse dinamiche di invasione di turisti vomitati in massa, mentre le tappe si sono rivelate, rispetto alle aspettative annunciate dalle informazioni, decisamente più ridimensionate: ad esempio una spiaggia venduta come magnifica e speciale per fare il bagno si è rivelata un triangolino stretto di sabbia dove a malapena stare in piedi.
In sostanza, che sia di un giorno o di due, con una notte in mezzo (e mi immagino tutte le navi da crociera ferme a sostare e a sversare liquami nello stesso ampio specchio d’acqua antistante il porto di Ha Long) l’esperienza rientra a pieno titolo in quelle da turismo di massa e che cadono nella trappola del paradosso del turista ambientalista: quello cioè che vuole visitare un paradiso perduto della natura, salvo poi scoprire che accanto a lui ci sono altre migliaia di persone con la stessa “sensibilità”, e che quel paradiso perduto è messo fortemente in difficoltà proprio dal flusso di tutte quelle persone che come lui vogliono visitarlo prima che scompaia.
Breve digressione: avevo scritto ben 10 anni fa un post sul tema del paradosso del turista ambientalista. Credo sia giunto il momento di aggiornarlo, alla luce della situazione globale più recente. Ok, fine digressione, ma prometto che lo scrivo, questo post.
Tornando a noi, alla luce delle altre esperienze che ho raccolto da persone che conosco bene e di cui mi fido, e oltre a ciò che ho letto sul web, ho capito che evidentemente il sistema delle gite turistiche nella baia di Ha Long Bay è questo ed è standardizzato: una gita che vada a toccare due, tre, cinque isole in uno o due giorni, in un raggio di navigazione molto ristretto e molto vicino alla baia. Dunque sì, turismo di massa, ma concentrato in pochi kmq mentre il resto della baia, che è molto ampia, è lasciato intonso. In questo, quindi, il tour operator locale Travel Sense Asia che ha organizzato per noi la crociera (e come lui tutti gli altri tour operator), non ha modo di intervenire, perché si tratta di un sistema standardizzato e stabilito a monte che mira, penso, spero, mi auguro, a sacrificare una parte della baia per preservarne la parte più ampia e distante dal porto.
Ma allora cosa si può fare? Boicottare Ha Long Bay? Venire ugualmente? Non ho una risposta. Boicottare Ha Long Bay significherebbe andare nella vicina e molto simile baia di Lan Ha e vivere questa volta (forse) un’esperienza più autentica. Ma la domanda è: se tutti convergono verso questa nuova baia non succederà la stessa cosa che ad Ha Long Bay? Visto che ormai solo tre cose governano il mondo, le guerre, il petrolio e il turismo che dal prezzo del petrolio dipende, forse vale la pena capire cosa il sempre più massiccio turismo di massa rischia di ingurgitare e distruggere e cosa invece bisogna difendere ad ogni costo. Io, che sono ottimista, vedo nella scelta delle crociere appiattite al livello dei turisti di bocca buona la soluzione di compromesso tra il sacrificare un angolo di baia e salvaguardare tutto l’esteso ecosistema costituito da isole coperte di foreste nelle quali si aprono grotte carsiche, e popolate da scimmie, roditori e aquile di mare, perché sia consegnato alle generazioni future. Sono ottimista, lo ripeto, ma quanto sarebbe bello se l’intento fosse sul serio questo! La baia, e la sua unicità, nel lungo periodo sarebbe salva.
Un’esperienza luxury vera: una cena nella Dragon Pearl Cave
Lo premetto, non amo esperienze luxury di questo tipo. Ma ogni tanto un’eccezione bisogna pur farla, anche perché c’è stato un risvolto di natura culturale che ho gradito molto. La mia è stata una cena letteralmente all’interno di una grotta, Dragon Pearl Cave, nome originale Hang Ngọc Rồng, una grotta che si apre in una falesia lungo la costa, un tempo probabilmente essa stessa isola e staccata dalla linea di costa. La grotta è piuttosto profonda e non è accessibile al pubblico nella sua interezza. Ma l’ampio androne all’ingresso e un ampio salone invece sì. Proprio in questo ampio salone si può cenare a lume di candela e delle luci di uno spettacolo davvero coinvolgente, fatto di musiche, di danze in abiti tradizionali e di spettacolari videomapping che giocano con le asperità della roccia viva, ricreando voli di draghi, fiamme variopinte e nuvole velocissime.
Lo so, l’archeologa che è in me dovrebbe rabbrividire davanti allo sfruttamento di un luogo simile per pure finalità turistiche e commerciali. Ma penso che piuttosto che lasciarla in abbandono sia meglio sfruttarla per scopi commerciali. Tante volte lo “sfruttamento” da parte di privati è meglio che l’incuria. E poi qui siamo in Vietnam, dove vige sicuramente una legislazione ben diversa dalla nostra sullo sfruttamento di beni culturali e ambientali vincolati. E su questo ci si può fare poco.
Perdonate il pistolotto, ma era per dirvi che sulle prime ero scettica (la giornata vissuta fino lì non aveva aiutato). Mi sono dovuta ricredere. Anche se la cena in realtà è all’europea, molto aderente al gusto francese, seppur con qualche “esotismo”, lo spettacolo che si è svolto davanti ai nostri occhi è stato davvero appagante. Ballerine e ballerini in abiti tradizionali sgargianti e magnifici hanno dato vita alla leggenda della Grande Madre Drago che qui è romanzata per necessità sceniche e per l’intrattenimento degli ospiti: così lo spettacolo narra che “millenni fa, quando i mari del nord-est erano minacciati da gravi pericoli che mettevano a repentaglio sia l’armonia della natura che la vita dei suoi abitanti, una schiera celeste di draghi scese dai cieli. Inviati per ordine divino, essi non giunsero portando fuoco, bensì doni di protezione. Dalle loro bocche caddero perle e pietre preziose, che si sparpagliarono sulle acque e si eressero come migliaia di imponenti isole calcaree – la Baia di Halong e la Baia di Bai Tu Long. Quando la pace fu ristabilita e il loro sacro dovere adempiuto, i draghi si prepararono a risalire ancora una volta nei cieli. Tuttavia, prima della loro partenza, la Madre Drago concesse un’ultima benedizione: una gemma radiosa nascosta nel profondo del cuore di una caverna, la loro ultima dimora terrena. Quel luogo, oggi noto come Grotta della Perla del Drago, si erge come un emblema senza tempo di fortuna, felicità e pace duratura per tutta l’umanità.” (tradotto dal sito web di Dragon Pearl Cave).
Non serve che vi sottolinei l’ispirazione alla leggenda della creazione della baia di Ha Long da parte della grande Madre Drago. Tutto sommato, pur nella più ricercata esperienza per il turista, in qualche caso non si perde di vista la tradizione culturale del luogo. Menomale.
Se volete sapere di più di quest’esperienza in grotta, peraltro disponibile su Get Your Guide, ne parla molto più diffusamente di me Annalisa di Trevaligie nel suo post espressamente dedicato.
Percorrere lungo la costa la baia di Ha Long: il porto dei pescatori e le speculazioni edilizie
Faccio un passo indietro: ora vi racconto il viaggio verso Hang Ngọc Rồng in direzione nord. Superiamo il centro abitato, superiamo un lungo ponte e ci dirigiamo seguendo la via della costa. Inevitabilmente rimaniamo incantate davanti alla spiaggia di Hòn Gai: qui sono in rada tante barche di pescatori, colorate, che si stagliano vivacemente sullo sfondo dei faraglioni e degli isolotti color verde cupo con cui abbiamo familiarizzato oggi. Nei nostri sogni sarebbe magnifico salire a bordo di uno di questi pescherecci e accompagnare il pescatore nelle sue escursioni tra gli anfratti marini che la baia regala. Ma purtroppo, o per fortuna, è fatto assoluto divieto che dei viaggiatori possano salire su un peschereccio: la conseguenza sarebbe inevitabile, no? Tutti i pescatori si trasformerebbero in taxi del mare, lasciando la loro attività e trasformando così l’ecosistema anche dal punto di vista sociale ed economico, non soltanto naturalistico.
Ci accontentiamo quindi di ammirare queste imbarcazioni dai colori vivaci, dalla sobria e solenne eleganza, mentre ci allontaniamo dalla città portuale e il territorio si fa rarefatto. Comunque sulla nostra destra continua a essere nostro punto di riferimento il mare con i suoi faraglioni. Va segnalato a tal proposito che dalla baia dei pescatori di Ha Long in poi una lunghissima passeggiata a mare/pista ciclabile consente di godere appieno della bellezza della costa.
Il punto più incredibile, dal punto di vista paesaggistico, pare essere Bãi tắm Lương Ngọc TP.Cẩm Phả, un’ampia spiaggia che termina in un faraglione ancora avvinghiato alla terraferma proprio da una sottile lingua di sabbia che la tiene stretta a sé. Non ci fermiamo, ovviamente, possiamo solo intuire perché questa sia una delle più belle spiagge di Ha Long Bay.
E possiamo anche capire perché subito dopo, quando la linea di costa si fa improvvisamente dritta, mentre i faraglioni guardano da lontano, si sia trasformato in un immenso villaggio finto che – scopro da Google Maps – dapprima è la sede della ITP – Industrial Development Investiment, e a seguire la Green Dragon City – Chủ đầu tư: di nuovo, un quartiere che sembra finto, con architetture che ricordano tanto le architetture francesi e mittleuropee di fine Ottocento – inizi Novecento: e poi non ditemi che il colonialismo in Vietnam è lettera morta… Insomma, negli ultimi anni stanno sorgendo lungo questa costa, tra Ha Long e Bái Tử Long, interi quartieri che definire kitsch è un eufemismo.
Ha Long Bay: la coltivazione (industriale) di perle
Ritorniamo alle tradizioni. O meglio a una tradizione piuttosto redditizia di questa regione, la coltivazione di perle. Questa che un tempo era una coltivazione – l’acquacoltura – di sostentamento e per nutrimento, a un certo, punto, con la scoperta che se si impianta un granello di sabbia all’interno di un’ostrica questa ci costruisce intorno tutta la perla, diventa un business. Si scopre il modo per far sì che l’ostrica abbia sempre da produrre una perla, e così da produzione casuale – e perciò tanto preziosa – può diventare industriale. Eppure, nonostante ciò, non diminuisce il suo prezzo sul mercato! Ma torniamo a noi.
La coltivazione di ostriche per la produzione di perle è piuttosto radicata nella baia di Ha Long. Solo nell’ultimo secolo, però, ha acquisito caratteri di coltivazione industriale, poiché si è compreso il processo per cui l’ostrica sviluppa all’interno del suo corpo la perla. Ebbene, ciò che un tempo era casuale (un corpo estraneo si inseriva nelle valve e all’ostrica non rimaneva altro che neutralizzarlo prima che la ferisse o uccidesse) è diventato una prassi consolidata. Il processo è invasivo per l’ostrica, perché viene violata due volte: la prima, quando le viene impiantato un corpo estraneo: è ad esso che lei piano piano avvolge sottili strati di madreperla fino a creare la perla vera e propria. La seconda: quando la perla, raggiunte le dimensioni e la lucentezza ideali, le viene espiantata. Tra l’altro, mi viene da chiedere cosa succeda a quest’ostrica dopo che ha svolto il suo compito e che la perla le è stata estratta con un coltellino (eh sì, eh già): accoglierà una nuova perla? Buon per lei… meno peggio se verrà destinata invece al mercato alimentare: brutta vita essere destinati a produrre qualcosa di bello per il collo di una bella signora e finire sullo stesso tavolo della bella signora, cotta ancora viva nel limone crudo ed essere poi divorata con tanto di slurp finale. Ho esagerato? Mangerete ancora ostriche?
Detto questo, se i diamanti sono i best friends di una ragazza, anche le perle non scherzano. E quelle prodotte nella baia di Ha Long sono magnifiche. Non necessariamente bianche, anzi, nel centro di produzione (e vendita) Pearl Legend, a Ha Long Bay, scopro che le più apprezzate sono le perle con una nuance dorata, e pure le perle scure, nere ma con riflessi violacei e caleidoscopici non scherzano. Anzi, se proprio dovessi scegliere (leggi: se me lo potessi permettere) un pendente con una perla nera sarebbe magnifico.
Il Pearl Legend ha un punto vendita che non può lasciare indifferente nessuna donna. Le perle sono trasformate in pendenti, collier, bracciali, orecchini. Composizioni dalle più semplici e sobrie alle più sovrabbondanti, ma senza mai sfondare nel pacchiano perché la perla di per sé è eleganza pura.
Concludendo…
Sono andata lunga, eh? Ma Ha Long Bay è davvero croce e delizia per noi che viaggiamo e che vorremmo vedere uno tra i luoghi più belli del mondo, ritrovandoci però invischiate in un’esperienza decisamente poco autentica; potenzialmente, invece, anche senza bisogno di queste soluzioni che portano i soldi del turismo di massa, ma zero valore alla popolazione locale, potremmo visitare e raccontare un luogo magnifico, con una tradizione di pesca e di rispetto della natura millenaria. Ha Long Bay è una (non l’unica) contraddizione in termini del Vietnam: da un lato un luogo che racconta il suo essere paradiso naturalistico, dall’altro una speculazione turistica ed edilizia che quel paradiso se lo mangia giorno dopo giorno. Non nego che noi, mentre eravamo lì, ci siamo sentite parte del problema: un problema che trasforma i luoghi in sfondi scenici svuotati della loro anima e possibilmente riempiti di scarti, e che rende i turisti burattini nelle mani di chi gestisce (male) il modo in cui questi luoghi sono fruiti. Non ho la soluzione in tasca, né pretendo di averla, ma non credo che alla baia di Ha Long giovi tutta questa sovraesposizione turistica, con tutto ciò di nefasto che essa comporta.
Sono contenta di aver visitato Ha Long Bay, ero rimasta estasiata vedendone le immagini. Sono contenta – tutto sommato – di essere stata in grado di viverla con il giusto distacco, con una certa obiettività di giudizio. Questo post non è una critica negativa in assoluto, ma vuole essere una riflessione e uno stimolo per chi si occupa di turismo in contesti massificati (io qui parlo di Ha Long Bay, ma da noi Capri o le Eolie non subiscono un’analoga pressione antropica in estate? e che dire delle spiagge della Sardegna?). Il problema è diffuso a tutte le latitudini, in qualunque parte del mondo. Ovunque servono politiche che cambino la mentalità sia di chi amministra, sia di chi vende esperienze turistiche, sia di chi viaggia. Anche se molto spesso chi viaggia sa assai poco di quali siano le dinamiche. Come per noi in questo caso. Come per tutti quelli che visitano Ha Long Bay.
Come sempre, io ringrazio le Travel Blogger Italiane per avermi accolto nel team del famtrip che a gennaio 2026 ha compiuto un viaggio in Vietnam organizzato dall’Agenzia Viaggi Travel Sense Asia la quale è sempre stata attenta ad ascoltare le nostre esigenze e i nostri pareri, in un dialogo costruttivo continuo e che ha portato a vivere esperienze davvero notevoli.


















Ho letto con moltissima attenzione il tuo post, la baia di Ha Long è stata anche per me molto problematica. L’esperienza della crociera di due giorni si è rivelata molto simile alla tua, con l’aggiunta di un tempo pessimo che ha tolto molto della bellezza del luogo. Il turismo massificato è un problema un pò ovunque e credo che il solo modo di combatterlo sia la cultura, dei luoghi e del turismo stesso
Superfluo dire che è davvero un peccato vedere contesti così belli sfruttati in questo modo.
Mi è venuta l’ansia a leggere i ritmi che ci sono per le visite… questo non è turismo.
Non sono mai stata a Ha Long ma ovviamente ne ho sentito parlare e visto innumerevoli foto; non ti nascondo a questo punto che non so se avrei il piacere di vivere un’esperienza simile anche se il contesto merita di essere visto.
Ho apprezzato tantissimo questo articolo per la sincerità: da un lato sono “contenta” di leggere un resoconto sincero che esponga anche i lati negativi, ma dall’altro ovviamente mi dispiace scoprire queste contraddizioni legate al turismo di massa. Mi ha colpito quello che hai scritto sui turisti che vengono “vomitati” dalle imbarcazioni e poi intruppati nelle visite con i minuti contati, e mi hai fatto tornare in mente un’escursione fatta anni fa sulle isole greche, dove siamo stati trattati come un carico da trasportare dal punto A al punto B, senza tante cerimonie e per di più in posti dove non ti potevi muovere per via della gente che c’era. Un aspetto controverso del turismo alla quale non penso possa esserci una soluzione.
Diciamo che il Vietnam è tanto bello quanto suscettibile all’overtourism… già 12 anni fa trovai Ha Long super affollata ed estremamente sfruttata. Molti mi hanno infatti suggerito l’altro arcipelago (se non erro Bac Ha ma non sono sicura). Sarei curiosa anche di vedere come è diventata Phu Quoc: all’epoca da gioiello incontaminato si stava trasformando in cantiere perenne; speriamo non sia stata completamente distrutta
Hai perfettamente ragione sul paradosso del “turista ambientalista”: quello che sogna luoghi intatti e incontaminati e poi li raggiunge attraversando mezzo mondo in aereo, spesso con più scali di quanti ne abbia una crociera. È una contraddizione difficile da ignorare.
Io ho sempre evitato le crociere proprio per questi motivi : l’idea di un’esperienza di viaggio così rapida, organizzata e di massa mi ha sempre lasciato perplessa. E dopo aver letto il tuo racconto, questa scelta mi sembra ancora più coerente.
Eppure resta il nodo di fondo: quanto è forte il desiderio di vedere certi luoghi, anche sapendo che il nostro sguardo contribuisce in parte a trasformarli? Una tensione senza una risposta semplice. E per giunta mi hai fatto venir voglia di vederli con i miei occhi quei posti…
… non a caso è un paradosso…
Ho letto con sommo piacere questo tuo articolo su di un luogo che tanto vorrei visitare ma che non so se riuscirei a vedere, non stando così le cose. E sì, purtroppo vivo in pieno il paradosso del turista ambientalista perché capisco bene il tuo ragionamento del “sacrifichiamo un pezzo di baia per salvare il resto”. Non so però se efftivamente abbiano pensato questo ai piani alti, anche se mi interesserebbe saperlo, in modo da orientare le mie scelte di visita.
Ma infatti io temo che la mia sia una pia illusione o, come mi ha detto Paola – non a torto – un modo per in qualche modo scaricarmi la coscienza: voglio sperare che sia così e così mi autoassolvo dall’aver contribuito ad essere parte del disastro ambientale latente che si sta consumando.
Dilemma poco risolvibile il tuo, a mio modesto avviso. Guidicare un tursimo di massa, che si è palesato ai nostri occhi, perché di quel turismo abbiamo fatto parte, è qualcosa che non trova una soluzione semplice. Immaginare che l’idea sia quella di farti vedere un pezzetto sacrificato, per salvaguardare tutto il resto, mette abbastanza in pace l’anima
Ma infatti non si risolve. Possiamo solo che prendere atto. Siamo parte del problema. E lo so, l’idea che mi sono fatta è più che utopistica. Mi mette l’anima in pace? Mah, non ne sono sicura. Perché non ho la certezza che sia così. E in ogni caso non andrebbe bene lo stesso
Per me visitare Ha Long Bay con la crociera di un giorno è stato quasi un tormento. Non sono riuscita a godermi quasi nulla. Persino il cibo a bordo, che era davvero ottimo, me l’hanno fatto andare di traverso con la fretta di comprimere quante più escursioni possibili in un solo giorno, con il massimo dell’efficienza.
Probabilmente ha influito tantissimo anche il confronto con la mia prima visita, su una barca di legno dei pescatori. All’epoca Ti Top Island era solo una spiaggia deserta dove nuotare in pace e, per entrare nelle insenature naturali della baia, si usavano semplici barchette di legno invece delle attuali bamboo boat in vetroresina.
Anche se all’epoca era già molto turistica, perlomeno non eravamo circondati da migliaia di turisti urlanti. Per me Ha Long Bay, oggi è un no e la sconsiglio a tutti.
Hai affrontato il tema di Ha Long Bay in modo molto lucido, e mentre leggevo mi è tornata in mente la mia esperienza.
Ci sono stato una decina di anni fa e, già allora, i turisti non mancavano, ma il contesto era ancora lontano da quella pressione che oggi sembra aver cambiato molti luoghi iconici.
Il tema dell’overtourism è ormai diventato centrale nel modo in cui viaggiamo e percepiamo le destinazioni. L’ho toccato con mano anche di recente, in una località molto nota qui in Italia, dove la bellezza del posto sembrava quasi soffocata dalla presenza massiccia di visitatori. L’amministrazione sta provando a gestire il flusso con numeri chiusi e prenotazioni, ma l’equilibrio resta delicato.
La cosa che mi ha colpito è che, spostandomi di pochi chilometri, ho ritrovato un’altra realtà: meno conosciuta, quasi vuota, eppure capace di regalare la stessa autenticità e, in un certo senso, ancora più respiro.
Forse il punto è proprio questo: imparare a cercare non solo le mete più famose, ma anche gli spazi che sanno ancora accogliere senza affollarsi.
Detto questo, come fai ad evitare di visitare questa baia 😉
Conosco il luogo descritto solo di fama, apprezzo il modo onesto e obiettivo con cui viene analizzata la questione. Mi sorgono tanti interrogativi, che ho già da un po’, forse sono arrivata a un momento della vita per cui rinuncio volentieri a tutto ciò che è molto famoso e abusato. Non tanto perché non voglio alimentare il sistema, ma per non rischiare di rimanere delusa ed avere la percezione di aver utilizzato in modo non ottimale il tempo a disposizione.
Ero con te ad Ha Long e per me è stata forse l’ esperienza più deludente di tutto il viaggio in Vietnam. La nave francamente andava più che bene per passarci solo qualche ora, il problema sono state le masse urlanti di turisti asiatici, che facevano più casino di romani e napoletani messi insieme. L’odore di gasolio poi toglieva tutta la poesia. Per fortuna la cena nella caverna ha risollevato le sorti della brutta giornata.
Una delle espereinze più deludenti del viaggio in Vietnam è stata prorpio la giornata passata ad Halong Bay. Ho ancore nelle narici la puzza di nafta delle centinaia di imbarcazioni che deturpano giornalmente un sito UNESCO, tra l’altro di una bellezza naturalistica eccezionale. Purtroppo in nome del dio denaro la natura passa in secondo piano.